Chissà, forse sarebbe piaciuta molto anche al mai abbastanza compianto Stefano (cfr. Stefano Brugnolo, Strane coppie, Il Mulino, 2013) questa strana coppia che si aggira per un Friuli marginale e innevato molto più simile alle lande desolate del Minnesota, che al Veneto imbruttito delle Città di pianura.
Petra (Adalgisa Manfrida, esplosiva, bravissima come del resto il semi esordiente Massimo Motta nelle parte del fratello della ragazza), nomen omen, è ruvida e greve come suggerisce il suo nome. Con un eufemismo affettuoso il fratello dice che è un diavoletto, in effetti sembra più un’indemoniata, furiosa contro il mondo. Affetta da una coprolalia compulsiva, priva di qualsiasi freno inibitore, tende a rispondere agli stimoli del mondo esterno con un surplus sproporzionato di aggressività preventiva che potrebbe lasciare attoniti gli interlocutori, ma suscita invece nei suoi compaesani, ormai rotti alle sue intemperanze, una compassata indifferenza che fa ancora più imbestialire la ragazzina. È rapida, troppo rapida nell’elaborazione e nell’azione, salta immediatamente alle conclusioni con conseguenze per lo più catastrofiche anche perché animata da una scaltrezza apparentemente luciferina ma in vero ispirata da un’ingenuità disarmante che tradisce la sua totale mancanza d’esperienza, la sua sconsolata solitudine, il suo adolescenziale bisogno d’innamoramento. Jure, suo fratello, per converso, è un po’ tonto, non certo lesto nei movimenti e nei ragionamenti, custodisce però un animo candido e gentile, del tutto inadeguato al mondo aspro in cui vive, ama la musica classica, venendo sbeffeggiato dai rudi omoni di frontiera fra il Friuli e la Slovenia, un buffo cagnetto dal nome di detective chandleriano, e la sorella da cui viene sadicamente tiranneggiato. Quanto Petra è insofferente alle visite giornaliere alla madre, completamente svanita in casa di cura, tanto Jure è sinceramente affezionato alla donna e vagheggia il progetto di portarla a vedere il mare, viaggio del tutto improponibile vista la precaria condizione dei due, sempre a caccia di qualche soldo da raggranellare fra la loro startup scombinata di tuttofare allo sbaraglio, furtarelli meschini e piccole truffe.
A prima vista la complementarità dei due personaggi è così marcata da sembrare, all’inizio del film, fin troppo facilmente caricaturale, così come fra il grottesco e la commedia di ambiente un po’ risaputa risulta lo scenario delle figure di contorno, personaggi che difficilmente si levano al di sopra della macchietta. C’è l’orrido pusher metallaro, il mellifluo infermiere che sfrutta Petra per i suoi maneggi facendole balenare il miraggio di cenette a lume di candela e l’immancabile Battiston, strambo prete barista impegnato nei preparativi natalizi alla caccia del riconoscimento per la più bella stella cometa della vallata. Eppure, mentre ci si sta rassegnando ad una rivisitazione cinica, comme il faut, del cinepanettone si intuisce che nel film di Matteo Oleotto c’è anche qualcosa di diverso. Già si era annunciato nelle prime scene, nelle lievissime note di Dolente immagine di Fille mia di Bellini che accompagnavano il vagare spaesato di un uomo visibilmente alterato nel mezzo di un bosco bianco di neve, ma si poteva pensare ad un’introduzione interlocutoria.
Quando però la melodia struggente dell’Intermezzo sinfonico della Cavalleria rusticana avvolge come un manto sonoro le riprese aeree del paesaggio gelato a cui si succede, quasi un descensus averno, l’ingresso dei nostri eroi nelle viscere oscure di una vecchia miniera dove si consumano dei feroci tornei di Russian Slapping Contest fra poderosi omaccioni che sembrano direttamente usciti dai ranghi dei mafiosi russi arruolati nella Wagner, si capisce che la scelta della regia non è casuale, ma un indirizzo di stile che segnerà altri momenti salienti del film. C’è un duplice effetto di straniamento in questo mix di immagini e suoni: ad un primo livello – come poi si potrà gustare nel contrappunto fra l’Ouverture della Gazza Ladra e i puerili inganni di Petra sempre a caccia di soldi – c’è la frizione ironica, qui espressa nel contrasto stridente tra i trucidi scontri a suon di schiaffoni fra gli energumeni e il nobile duello rusticano di Turiddù e Alfio, ma c’è anche un antifrasi più profonda fra la greve volgarità del contesto e una dimensione di virtualità raccolta che si eleva dal presente e si esprime nella malinconia dolente della musica, suggerendo la connessione ossimorica fra un senso di pace sospesa e l’annuncio di una prossima tragedia. E così, mentre seguendo il MacGuffing delle avventure della richiesta di un riscatto per un cane perso e ritrovato e poi di nuovo perso e ritrovato attorno a cui ruotano i sogni di rivincita di Petra e di affetto di Jure si sviluppa l’intreccio, scivolando dalla commedia al noir, il rapporto fra i fratelli si rovescia rivelando la determinazione teneramente ottusa del ragazzo e la tenerezza fragile e indifesa della ragazzina. È un passaggio molto difficile perché la trappola di un comodo sentimentalismo è sempre in agguato, ma Oleotto riesce aggirarla mantenendosi in un arduo equilibrio fra l’humour noir alla Coen (ecco il Minnesota!) ed una pudica delicatezza di tratto che rivela con discrezione, al di là delle maschere, l’umanità profonda dei personaggi. Per cui gli si può perdonare il finale crepuscolare, un po’ telefonato, godendoci la più bella sequenza del film: un’improvvida cena di Natale, lasagne e polpette, affettuoso omaggio a I soliti ignoti, scampolo di allegria familiare e gastronomica – nonostante l’ingombrante presenza di un cadavere in tinello – che ci fa anche scoprire quanto bello e spensierato è il sorriso di Petra, per pochi istanti rubati, felice e in pace con il mondo.
