Mickey 17

Tempi durissimi per la satira politica. Con personaggi come Trump, Musk, Vance l’esagerazione parodistica giunge sempre in ritardo. Futuro imprecisato, un candidato sconfitto per ben due volte alla corsa per la Casa Bianca (tipico ottimismo progressista, la sceneggiatura risale al 2022) si ripropone come leader di una colonizzazione spaziale verso nuovi mondi, acclamato dai suoi fans osannanti, con tanto di cappellini da baseball rossi. Lui ha la verve esuberante di Mark Ruffalo che gigioneggia fra pose mussoliniane e mossette da conduttore di talk show di successo, sprofondando in un egocentrismo megalomane volgare e violento, spalleggiato da una lady Macbeth perfida come Crudelia De Mon (Toni Colette) che gli suggerisce le battute. Ecco, possiamo chiuderla qui: volendo essere condiscendenti, una goffa approssimazione che arranca dietro ai modelli, per altro inscalfibili anche dalla risata più corrosiva, in modo che pure le caricature più acide, davanti all’enormità dell’ordinario, invece che apparire mordaci rischiano di fare tenerezza, risultare benevole canzonature, con lo stesso potere sovversivo nei confronti dell’autorità di una battuta sui carabinieri.

Va beh, archiviata la satira politica il film di Bong Joon-ho potrebbe avere molte altre frecce al suo arco perché a quella spedizione interstellare partecipa anche Mickey Barnes (Robert Pattison) un giovanotto a prima vista non troppo sveglio. Braccato da un racket di strozzini, il ragazzo, pur di mettere qualche dozzina di anni luce fra lui e i suoi creditori armati di motosega, accetta di offrirsi come “sacrificabile”, puro “fondo” a disposizione avrebbe detto il vecchio Heidegger, cavia per esperimenti sadici o compiti estremi, visto che dopo ogni prevedibile decesso il suo corpo è riproducibile all’infinito. Basta scaraventare la carcassa in una sorta di altoforno dove vengono consumati i rifiuti della nave spaziale e una bizzarra fotocopiatrice tridimensionale sforna all’occorrenza un nuovo Mickey, in cui viene provvidamente reimpiantata la memoria del suo predecessore – piccola concessione ad un simulacro di anima individuale in un processo ottimizzato e spersonalizzato di riciclo. L’idea, che deriva direttamente dal romanzo Mickey7  di Edward Ashton da cui è tratta la sceneggiatura, è stimolante, non solo perché fa segno verso quello che potrebbe apparire il paradiso dell’ipersfruttamento neo-liberista, dove la forza lavoro non viene semplicemente consumata fino all’estinzione, ma risulta anche magicamente e infinitamente reintegrabile nel processo produttivo di valorizzazione del capitale, ma anche perché fa intuire, con un analogia solo appena mascherata dalla burla, l’orrida origine di questo ciclo della riutilizzazione metodica ed efficientista di ogni “resto”  nell’esperimento nazista. Lo sviluppo della narrazione offrirebbe anche un’ulteriore opportunità per declinare questa idea. Mickey, impegnato nelle sue triviali rincarnazioni, incrocia nell’astronave una vitale amazzone (Nomie Ackie) e fra i due sboccia una travolgente storia di amore e di sesso. È proprio il sesso, demonizzato durante il viaggio spaziale perché fonte di sperpero di preziose energie che dovrebbero essere finalizzate alla riuscita dell’impresa, può diventare l’atto eversivo più radicale, l’erotismo come dispendio gratuito che rifiuta l’imperativo utilitaristico del riciclo. Ma Bong Joon-ho invece d’esplorare la logica sovrana dello spreco se la cava con il diagramma stilizzato delle posizioni erotiche che i due piccioncini compilano come promemoria. Quando poi si affaccia all’orizzonte il doppio cinico del Mickey sempliciotto, frutto di una frettolosa ristampa visto che la versione precedente era stata data troppo precipitosamente per terminata, la possibilità di combinazioni erotiche eccedenti e fluide – complicate dall’ingresso nel terzetto della bella Kai Katz (Anamaria Vartolomei, personaggio, per altro, del tutto sprecato dalla sceneggiatura) è ben presto riassorbita in una rassicurante monogamia eterosessuale. E il film è un po’ tutto così: intuizioni interessanti che vengono subito depotenziate, predigerite per non risultare troppo compromettenti: è quello che  accade per il tema dell’angoscia della morte reiterata, che non è certo esorcizzata dal ripresentarsi ciclico del morire, risolta in una battuta di Mickey (“È sempre orribile morire”) o per la figura junghiana dell’ “ombra”, il duplicato aggressivo di Mickey che rappresenta il  lato oscuro della sua personalità – astuto, violento, infido – che però nel film è solo funzionale al ripresentarsi del frusto modello narrativo: colpa-sacrificio-redenzione (in modo di togliersi così di torno il prima possibile per evitare perturbazioni nella coppia legittima). Quando poi nel pianeta gelido da colonizzare – citazione fin troppo prevedibile del mondo glaciale di Snowpiercer  -appaiano all’orizzonte gli alieni, vermoni pelosi e tentacolari – si deborda nello stucchevole. Nonostante l’affollarsi minaccioso di queste presenze attorno all’astronave, non c’è nessun mistero dell’alterità, nessuna inquietudine. Soprattutto nessuna indeterminatezza enigmatica: con la stessa propensione alla complessità della divisione alla lavagna fra cattivi e buoni si ripresenta la contrapposizione fra un’umanità predatrice e genocida, fiera della propria potenza tecnologica distruttrice e disumanizzante e gli alieni, perfettamente integrati nel loro ambiente, leali e fieri della loro libertà, ma anche, in ossequio ad una morale inclusiva, pronti a interagire positivamente con lo straniero che viene in pace. Uno schematismo che rischia di farci rimpiangere Avatar quale esempio di elusiva complicazione degli opposti.  In Mickey 17 si ritrovano così un po’ tutti i temi della passata produzione di Bong Joon-ho: dalla lotta di classe all’ecologismo, dall’antispecismo alla malinconia del reietto, ma depurati, devirilizzati, soprattutto esorcizzati da ogni forma di vitale ambiguità, dal riconoscimento perturbante della compresenza irrisolvibile del male nel bene e del bene nel male, elementi che costituivano invece la cifra distintiva del mondo orizzontale di Parasite o delle tenebre di Memories of murder. Lo stesso trattamento dell’immagine, più fluido e spaesante nella prima parte, a poco a poco si appiattisce su un immaginario che richiama gli incubi di Terry Gilliam, via, via però più urbanizzati e resi innocui da una farsa bonaria, priva di cattiveria perché fin troppo prevedibile nei suoi bersagli ridotti a vuota caricatura in modo che, alla fine, ciò che appare fuso in un amalgama gelatinoso, riciclato in una nuova versione devitalizzata e innocua è proprio il cinema precedente di Bong Joon-ho che ci viene servito in Mickey 17 in una nuova versione più educata e mansueta. Mite e un po’ scialbo proprio come il povero Mickey Barnes.

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