Passion

Scolastica bergmaniana in interni giapponesi per questo Hamaguchi d’annata (2008), frutto del progetto di laurea del regista giapponese alla Tokyo University of the Arts. Un girotondo di amori all’Ophlüs più esasperato e ossessivo. Lui ama lei che non lo ama perché ama un altro, che non l’ama perché ama un’altra, che non l’ama perché ama lui, che non l’ama perché ama lei… L’intreccio circolare è il pretesto per gli interminabili dialoghi propri del cinema di Hamaguchi che, programmaticamente, non hanno però nessuna naturalezza e risultano volutamente esasperati, come le situazioni che sono portate al limite della sopportabilità. Nonostante le riprese in presa diretta e la concitazione di molte sequenze, ne risulta un lavoro che, a dispetto del tema trattato (la passione), appare algido e astratto. Come astratta e gelida fino ad essere tagliente è la sua scena centrale, anche questa interminabile, quando un’insegnante vorrebbe spiegare ai suoi alunni come solo l’accettazione remissiva della violenza può spegnere il circuito d’odio, ma arriva invece al risultato opposto di legittimarla attraverso il perdono. Un po’ quello che accade – in modo piuttosto meccanico – ai vari personaggi del film che ottengono sempre risultati opposti rispetto alle intenzioni che muovono le loro azioni. Brillano però alcune perle isolate, come una delle più belle, e disperate, dichiarazioni d’amore del cinema di questi ultimi anni, sullo sfondo di ciminiere fumanti di un’anonima zona industriale, momenti in cui già si annunciano la profondità, la tenerezza, la malinconia del cinema maturo del grande regista giapponese.

 

 

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