En fanfare

L’espediente del fratello segreto, dalla Maschera di ferro in su, è, come declinazione dell’eterna figura del doppio, un marchingegno narrativo un po’ facile, che serve a collegare con effetto straniante esperienze di vita, ambiti sociali, caratteri e situazioni solitamente divergenti, che mai si sarebbero dovuti toccare. Nel caso di Thibaut (Benjamin Lavernhe), un affermato direttore d’orchestra, protagonista del film di Emmanuel Courcol En Fanfare, è l’improvvisa diagnosi di una grave leucemia e la necessità di ricorrere ad un trapianto di midollo osseo da un consanguineo che avvia, grazie ad una elissi piuttosto sbrigativa, la scoperta da parte del musicista d’essere stato adottato in tenera età e di avere un fratello sconosciuto, cresciuto in un ambiente sociale proletario, completamente diverso dal milieu della buona borghesia parigina dell’infanzia e dell’adolescenza di Thibaut. Solo che, dato che i geni non tradiscono, l’impacciato e schivo Jimmy (Pierre Lottin) non soltanto suona nella improvvisata orchestra amatoriale della fabbrica del suo paesello natale, ma è anche un appassionato connaisseur di jazz ed è soprattutto dotato, ancora di più del fratello musicista, di un orecchio assoluto che gli permette di riconoscere a colpo sicuro le note di un accordo di un quartetto di Beethoven o, indifferentemente, quelle intonate dalla sirena dei pompieri.  A questo punto, ci sono tutti gli elementi per avviare la commedia, dalle tinte agrodolci, sui binari risaputi degli opposti complementari che si toccano: lo charme self confident di Thibaut e la timidezza un po’ burbera di Jimmy, la raffinatezza dell’artista e la semplicità schietta del cuoco della mensa aziendale, la disponibilità e l’apertura, certo un po’ condiscendenti, del direttore d’orchestra e la ruvida diffidenza iniziale, ma anche il grande buon cuore del proletario. Come Jimmy ha salvato dalla malattia Thibaut, così il musicista cerca di aiutare il fratello a salvare la fabbrica dove lavorano i componenti dell’orchestra raccogliticcia, che sta per essere smantellata dalle logiche della delocalizzazione, e soprattutto si adopera per far ritrovare ad un Jimmy depresso e avvilito fiducia in se stesso e nelle sue potenzialità neglette. Merito dei due protagonisti, entrambi bravissimi, è rendere credibile e a volte spassoso un canovaccio che non sorprende per originalità, aiutati in questo dal lavoro della sceneggiatura che, grazie ad una scrittura brillante, coniuga le note divergenti del carattere dei due protagonisti in tutte le loro possibili combinazioni stridenti fino a giungere alla non proprio imprevista maturazione di una profonda amicizia e solidarietà fra i fratelli ritrovati. A margine si apre anche lo spazio per avviare una riflessione sull’inesorabilità del determinismo sociale nella Francia repubblicana dell’egalité – per carità non troppo approfondita, che nessuno ha intenzione di appesantire la scorrevolezza improbabile della trama con ponderose cogitazioni. Magari il riscatto finale nel concerto conclusivo che unisce gli sperimentalismi d’avanguardia dell’orchestra di Thibaut con l’energia vitale della banda di Jimmy può apparire un po’ troppo consolatorio, ma se c’è bisogno di un fondo melanconico, nel bel repertorio musicale che accompagna la narrazione, da Beethoven a Dalida, da Ravel ad Amstrong, si può sempre mettere sul piatto lo struggente e splendido A remember Clifford di Lee Morgan.

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