Miserie e splendori (soprattutto miserie) della Famiglia. Maurizio Gucci (Adam Driver) nelle prime scene del film è una facile preda per l’intraprendente Patrizia Reggiani (Lady Gaga). In effetti non sembra mai essere stato ad una festa e neppure conosciuto una donna (non parliamo neppure del senso biblico) e la ragazza ne fa un boccone in un paio di scene. Ne segue lo scontato ripudio da parte del genitore altezzoso ed esangue (un ovvio, per la parte, Jeremy Irons), che non vuole certo mischiarsi con la famiglia del proprietario di una piccola ditta di autotrasporti in odore di mafia, e vorticoso amore coronato da un matrimonio borghese per i due fidanzati, al ritmo concertato di crescendo operistici e pop anni ’70 che, probabilmente, nell’immaginario americano fa molto cartolina italiana. Ma Patrizia sa aspettare e sa soprattutto plagiare l’impacciato coniuge per dare la scalata alla famiglia, sedurre il fratello del suocero, lavorarsi l’inetto cugino, giungere attraverso intrighi e tradimenti ad un passo dal controllo dell’impero fino al tracollo nel risentimento e nel rancore più cieco che porteranno all’epilogo tragico che si conosce.
Ridley Scott non si decide nella conduzione fra la soap opera patinata e autoironica e la saga famigliare alla Francis Coppola, in questo caso però un po’ troppo manierata. Dipinge bene certi ambienti, caratterizza in maniera efficace il personaggio di Patrizia aiutato da una bravissima Lady Gaga, qui ancora più convincente che nel film di Bradley Cooper, ma si fa prendere la mano nella caricatura di altri, su tutti Paolo Gucci (Jared Leto per contrappasso calvo e panzuto) che sembra uscito da un cartone animato, ed anche Al Pacino (Aldo Gucci, lo zio di Maurizio, detentore di metà dell’impero)– in modalità padrino ingenuo e imbelle – stenta a volte, nonostante il mestiere, a risultare credibile. Soprattutto Scott non sembra troppo preso a giustificare nell’intreccio i diversi passaggi evolutivi dei personaggi e l’articolarsi della narrazione. Così Maurizio/Driver passa, senza soluzione di continuità ed eccessivi turbamenti, dall’essere un giovanotto sprovveduto che gioca a calcio con i camionisti del suocero e cerca di difendere la sua autonomia dalle spire della Famiglia a cinico orditore di inganni che, in combutta con la moglie, prima fa finire in carcere lo zio, poi si impossessa, con l’aiuto di un magnate iracheno, del controllo della società; basta poi una discesa a Saint-Moritz, affiancato ad una bella sciatrice, perché si risvegli il richiamo della foresta della sua infanzia dorata, si riambienti con i vecchi amici altolocati e scarichi la sposa pacchiana per una algida nobildonna. Sembra quasi che Scott si disinteressi a tirare le fila della trama e si concentri solo sull’enfasi dell’ascesa e della catastrofe di questa moderna Lady Macbeth, che non si fa certo problema delle macchie di sangue indelebili sulle sue mani, a cui Lady Gaga presta la sua esuberante energia e la sua spavalda sensualità . Se c’è bisogno poi di lasciare un marchio di regia, ci sono alcune scene formalmente accuratissime, dove la luce carica, spesso sui toni del giallo ocra, macchiata dagli eccessi variopinti degli abbigliamenti di Patrizia che domina nel corso del film, improvvisamente si spegne, diventando fredda e monocromatica. Quasi una sincope, un po’ fine a se stessa a dire il vero, prima della ripresa del turbine concitato e kitsch dell’irresistibile successo e della prevedibile rovina di Patrizia Regg… ,pardon, Patrizia Gucci.