Chris (uno strepitoso John Malkovitch, coppa Volpi meritatissima qui a Venezia, anche se non era la “mia” coppa Volpi) è il cuore nero della CIA. Guatemala, Congo, Baia dei Porci, Vietnam, Irlanda. Era anche dalle parti di Dallas nel novembre del ’63. Adesso, tarda estate del ’73, se ne sta in Cile con Sam, la sua spalla più giovane e un po’ più prudente (Sam Rockwell, ancora con McDonagh dopo Tre manifesti ad Ebbing, caustico e sentimentale, perfetto nella parte). Un’altra strana coppia che sarebbe piaciuta a Stefano (cfr. Stefano Brugnolo, Strane coppie, Il Mulino 2013), complementare e bislacca, come due personaggi di Beckett. Siamo nel Cile di Allende, il Cile di una gioventù che crede nella democrazia e spera nel futuro, il Cile di militari impettiti che circolano tetri con le loro uniformi grigie per Santiago, stringendo contatti con uomini come Chris e Sam. Gringos sfaccendati, ma attenti. Chris è vecchio e malato, inutile dire disincantato, non sarebbe arrivato vivo alla sua età se avesse avuto qualche ideale o qualche valore. Ma ha ancora qualche fermo principio. Gli stanno sulle palle le moine linguistiche politically correct sugli indigeni. A occhio e croce non deve aver apprezzato qualche anno prima Soldato Blu o Piccolo grande uomo. E, un po’ come molti anziani, è diventato alquanto ciarliero. Decisamente troppo per una spia. Se si aggiungono a questo i vuoti di memoria di un cervello che si sta inceppando, ma soprattutto tutto quello che rimane inciso nei ricordi che il vecchio vorrebbe tradurre, alla fine di una rispettabile carriera, in un memoir a cui sta lavorando, non stupisce la preoccupazione dei vertici dell’ «Organizzazione». Forse per cambiare aria poco prima che inizino i botti, o per qualche missione riservata o forse ancora per qualche altro motivo “personale” i due volano per l’isola di Pasqua per vedere le grosse teste (non parlate di Rapa Nui e Mo’ai a Chris perché potrebbe spararvi). E qui i cavalli selvaggi. Non perdetevi dietro alle frottole dell’intelligenza artificiale quando vi parla della metafora dei cavalli, nobili e liberi contro l’onnipresenza cupa e oppressiva dell’ »Organizzazione» che tutto controlla, prevede, domina. Certo, Chris incontra nella notte dei cavalli, familiarizza con uno di questi che poi troverà morto ai margini di una strada. Ma siamo in un film di spie, gli indizi vanno vagliati, le piste sono intrecciate, molti sentieri interrotti. Se proprio vi piacciono i cavalli una buona traccia è invece un brano degli Stones del ’71, siamo in quegli anni, Wild Horses. “ I have my freedom, but I don’t have much time” anche perché, quando arriva la 125 rossa delle ragazze cilene che i due avevano abbordato con scarso successo a Santiago, si sente come musica diegetica la bellissima Out of time degli Stone, poi ancora sui titoli di coda.
Out of time. È fuori tempo massimo il Cile, tempo scaduto per i suoi ragazzi e probabilmente, già nel 71, per la democrazia, ma anche per Chris che forse qualche rimpianto (per i rimorsi passare oltre) ce l’ha. Ma è anche un film girato in un luogo ‘fuori dal tempo’ in uno spazio così caratterizzato da essere indeterminato, emblematico come il lo scenario di un dramma di Beckett (ma, a parte Mo’ai, con queste dolci colline verdi è l’Isola di Pasqua o l’Irlanda di un altra “strana coppia” di amici?) Ed è un film in controtempo – come l’humour noir che lo pervade – sempre spiazzante non appena si affaccia il tragico e il sentimentale, ma non è forse questo l’unico modo per poter sopportare le tragedie e non sdilinquirsi nei sentimentalismi? Ed ancora è fuori-tempo: disarmonico, antirenico. “Non marciare -consiglia Chris alla sua giovane amica cilena di buoni sentimenti e saldi principi democratici – sono inutili le marce. Non marciare. Spara”.
