Ink

Quando nel 1996 uscì Trainspotting solleticando la pruderie del bourgeois che non vedeva l’ora di essere épaté, Dan Boyle compì un’operazione ambiguamente intelligente (qualcuno avrebbe potuto anche dire furba). Ritraendo le tragiche eppur buffe vicende di un gruppo di giovani drogati all’ultimo stadio dismise i panni paludati di moralistico inquisitore alla I ragazzi dello zoo di Berlino, suggerendo quanta vertigine, energia, passione può esserci al fondo di una siringa di eroina. Nonostante il vomito, la diarrea, gli spasmi della astinenza, le immersioni alla Atalante nel peggiore cesso di Edimburgo e la frenetica ricerca della dose, la banda di squinternati che Trainspotting ritrae attira una innegabile simpatia mentre la denuncia, implicita e un po’ ipocrita, rischia di confondersi intenzionalmente con una indulgenza esplicita, protetta dalla foglia di fico che comunque è tutta colpa della società e del sistema.
Esattamente trent’anni dopo Boyle compie un’operazione analoga: come in Trainspotting si narrava in termini amorali il mondo della droga instillando verso quella realtà una perversa empatia, così oggi Ink con la stessa indifferenza etica parla del degrado dell’informazione ad intrattenimento, fucina di post-verità, ricettore ed assieme carburante degli istinti più laidi e un tempo inconfessati del suo pubblico che è però contemporaneamente diventato, nel mondo dei social, coautore bulimico e incontrollato di falsità.
Per farlo va alle origini di questo fenomeno con un salto di trent’anni indietro rispetto a Trainspotting. 1969, dal patto diabolico di un editore spregiudicato come Murdock e Larry Lamb, un direttore di giornale brillante, ma frustrato, livido di rancore contro l’establishment dell’informazione di Fleet Street che l’aveva sempre sottovalutato e messo ai margini, nasce the Sun, il papà di tutti i Tabloid spazzatura. Se il ritmo della narrazione, come nei migliori film di Boyle, è incalzante, segnato dalla scelta di inquadrature sghembe, dal montaggio veloce, dalla pressione del sound design mescolato con brani punk della colonna sonora, dalla compressione dei piani e dall’alternanza simbolica del colore e del bianco e nero, il suo sviluppo segue una scansione abbastanza classica secondo gli stilemi di un cinema che racconta l’affermarsi di una avventura ironicamente epica: l’arruolamento del gruppo di antieroi sconclusionati e mal assortiti che si imbarcheranno nell’impresa entrando nella redazione del nuovo giornale, i primi insuccessi che mettono in forse tutta l’iniziativa, la scoperta della formula vincente, l’ascesa che sembra inarrestabile fino alla situazione drammatica che determina il punto di svolta. Un momento di ripensamento che avrebbe potuto comportare una revisione dell’intero progetto, una presa di coscienza dei danni prodotti dall’infotrash, che si traduce invece in un rincaro, un rilancio oltre l’ostacolo, gonfiando ancora di più gli aspetti più volgari e disturbanti del format scelto, fino al trionfo, ottenuto senza pagar pegno, se non il sacrificio di vittime collaterali.
C’è una sequenza centrale in questa progressione che dà il tono a tutta la vicenda, una sequenza surreale ed esilarante, costruita su una doppia ironia che si rovescia su se stessa, prendendo in giro i suoi protagonisti, ma assieme quello sguardo esterno giudicante che pretenderebbe di prendersi gioco della situazione. Brainstorming nella redazione polverosa assediata dai topi del Sun, che non riesce a sfondare come pretende il suo impaziente editore. Tema: cosa un lettore vorrebbe trovare nel proprio giornale. Ma, attenzione, qui viene il difficile, non la risposta preconfezionata, ciò che ci si aspetterebbe di sentire dire da un lettore, ciò che un lettore interrogato potrebbe dire per compiacere il suo intervistatore, dimostrandosi persona onesta, giudiziosa, responsabile, cioè informazione neutra, approfondimenti seri, riflessioni ponderate. Una noia mortale, suggerisce implicitamente beffardo Boyle. Niente di tutto questo. Invece: quali sono i desideri nascosti, le voglie represse che il lettore non vuole confessare neppure a se stesso perché poco presentabili, socialmente riprovevoli nella buona e retta società inglese dei tardi ’60? Jules Davis, l’amante di Lamb unica redattrice donna – una figura molto interessante, forse sottoimpiegata nel film, splendidamente interpretata da Claire Foy – capisce qual è il gioco e dà la stura alla sentina: la televisione. A lei, piuttosto che illuminate letture dopo un giorno faticoso di lavoro piace intontirsi davanti alla TV e così la macchina la riprende sul divano di casa che guarda la televisione, a poco a poco affiancata dagli altri collaboratori che hanno aperto il vaso di pandora: volgarità, sesso, violenza, sport, indiscrezioni e malignità, chiacchiera scambiata per interesse umano. E, ovviamente, le previsioni del tempo in seconda pagina perché siamo pur sempre inglesi. La deriva verso il populismo imperante nei prossimi decenni è così aperta: stop alle ipocrisie ampollose, pane al pane vino al vino come dicono oggi orridi conduttori di talk, sano buon senso popolare che smette di vergognarsi di sé supinamente prono agli imperativi etici imposti da élites spocchiose. Uno sberleffo impertinente proprio verso quelle classi dirigenti, numi tutelari di una informazione (e di una politica che sarà oggetto di conquista successivo) che pretende di educare il suo pubblico all’esame delle fonti, alla complessità dell’analisi, al giudizio equilibrato e prudente. Da che parte stia provocatoriamente Boyle si vede dal modo in cui il regista ritrae gli appartenenti al vecchio mondo della stampa: gli editori e i direttori di giornale delle corazzate delle grandi testate nazionali scalate dal Sun, i tipografi e linotipisti delle grandi rotatorie di stampa, i rappresentanti sindacali, le autorità locali e i direttori di biblioteca provinciali che rifiutano disgustati di esporre il Sun nelle loro emeroteche: tutti impacci al travolgente incedere dell’irriverente macchina da guerra del tabloid. Gruppi di vecchi figuri schierati tronfi, come in antichi dagherrotipi, in immagini fumose in bianco e nero che contrastano con l’allegria spregiudicata della Jaguar rossa di Lamb che, sfrecciando per le vie di cittadine di provincia, distribuisce con l’aiuto di procaci giovani scollacciate copie del Sun ai cittadini sorpresi e curiosi in una apologia sfrontata e farlocca della libertà di stampa. Ovviamente l’operazione di Boyle non è così scoperta come vi sto raccontando. Al regista inglese non interessa prendere posizione da un punto di vista politico e tanto meno etico, ma produrre disagio, mettere in crisi i sani presupposti del suo pubblico. Protetto sempre dall’ironia e dall’iperbole, lancia il sasso e nasconde la mano e bisogna dire che il fascino un po’ fracassone e disinibito del suo film sta proprio in questa ambiguità programmatica fino a che al centro della vicenda, Boyle riprende il caso di cronaca nera di Murial McKay, moglie di un dirigente della azienda di Murdoch che viene rapita per sbaglio al posto della consorte del miliardario australiano da due balordi. Una vicenda tetra, condotta in modo maldestro dai rapitori che terminò con la morte della donna, il cui corpo finì probabilmente in pasto ai porci. Il Sun di Lamb, contro le indicazioni della polizia e la stessa volontà di Murdoch, inorridito da tanta cinica sfrontatezza, si getta sul caso grufolando con piglio sensazionalistico sugli aspetti più torbidi della vicenda, precipitando nel panico i rapitori e favorendo contemporaneamente la loro cattura ma anche la morte dell’ostaggio. È il momento in cui il film vira dal racconto incalzante, insolente e ambiguamente accattivante dell’ascesa del Sun a un quadro più convenzionale. Quello che era stato il presupposto della narrazione (la prima magistrale sequenza della seduzione) e che poi era rimasto sullo sfondo: il confronto di personalità fra il tracotante Murdoch e la sua creatura Larry Lamb, l’agnellino come veniva chiamato in modo irridente dai grandi direttori della stampa inglese ai primi vagiti del Sun, per sottolineare il servilismo del giornalista nei confronti del suo editore a cui aveva venduto l’anima. L’agnellino che si è fatto belva, che ha superato in cinismo il suo editore e accecato dalla rincorsa del successo è disposto a qualsiasi efferatezza per vedere nel grafico delle vendite la linea scendente del Sun superare l’odiato Daily Mirror. Guy Pearce, un Murdoch aggressivo e di perfidia sferzante e Jack O’Connell, interprete con grinta e grande energia di un personaggio che spinto dal rancore e rincorrendo la sua ambizione dimentica ben presto le sue origini e la sua dirittura morale, fanno a gara di bravura, ma a questo punto il film ha perso la sua carica misuratamente ribelle e giunge alla prevedibile conclusione. All’inizio del film nella sequenza di apertura Murdoch rivelava a Lamb, ancora ingessato nei vecchi schemi, che il nuovo giornalismo non aveva più bisogno di notizie, ma doveva raccontare storie, sottintendendo che una storia per catturare il pubblico deve essere intrigante, deve avere tensione, ritmo, coinvolgere emozioni forti, andare alla pancia del pubblico. Ed è del tutto indifferente che sia vera. Un po’ come accade per il film di Boyle. 

 

 

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