La costruzione del documentario vuol essere più asciutta ed antidrammatica possibile. Solo interviste sulla terrazza di un alto edificio di Tel Aviv, macchina frontale con Yuval Abraham, intervistatore e coautore con Rachel Szor del documentario, in penombra e l’intervistato di cui si intuisce solo la silhouette coperta dall’oscurità. Dialoghi alternati a riprese di palazzi nella notte che catturano frammenti di vita quotidiana: persone che guardano la tv, che cucinano, che si aggirano per le loro case. Israeliani, ma che potrebbero essere, Italiani, Francesi, Cinesi, Indiani. O come potevano essere i Palestinesi di Gaza, che dista 60 km da Tel Aviv, prima dell’ecatombe. Ogni tanto qualche intervistato traccia alcuni schizzi su un foglio: “Ecco, nello schermo del mio computer così vedevo l’elenco dei target e delle possibili vittime collaterali associate ad ogni obiettivo”. “I bloc delle aree di annientamento hanno solitamente questa struttura”. “Avevano la possibilità di seguire un percorso preciso per raggiungere la distribuzione del cibo, chi usciva da un ideale stretta linea retta veniva freddato dai cecchini; ecco, i cadaveri si accumulavano così…” Parlano componenti delle forze armate israeliane che, con grande coraggio, ma anche con una freddezza inquietante, hanno deciso di raccontare la loro esperienza, protetti dall’anonimato. La maggior parte di queste persone guidava da remoto i sistemi di sorveglianza che individuavano, con l’aiuto dell’AI, i target e li distruggevano. L’accuratezza tecnologica con cui funziona questa grande rete assassina permette agli operatori di sentire in diretta le chiamate telefoniche delle loro vittime poco prima dell’impatto del missile che le annienterà e, se qualche cellulare non è stato polverizzato dalle esplosioni, le grida e i pianti successivi. O il silenzio. Naza è il nome con cui vengono chiamate le potenziali vittime collaterali di bombardamenti israeliani: la rete di sorveglianza individua la presenza di un probabile componente di Hamas in un sito, solitamente un edificio della striscia, i collegamenti alle celle telefoniche dei cellulari indicano quante altre persone sono presenti nello stabile, un complesso tariffario definisce il grado di sopportabilità “morale” dell’eliminazione del sospetto: un junior membro di Hamas (un soggetto non identificato con certezza come un componente dell’organizzazione, ma una persona che ha abitudini e frequentazioni analoghe a quelle di un guerrigliero) può valere fino a 14 NAZA, se si scalano le vette dell’organizzazione si poteva arrivare a prevedere l’accettabilità di centinaia di vittime. Nella notte fra il 9 e il 10 marzo del 1945 i B29 statunitensi compirono il più devastante bombardamento aereo su Tokyo. Una gigantesca onda di fuoco incenerì 41 km della città provocando in una sola notte fra gli 80.000 e i 100.000 morti senza alcuna distinzione fra civili e militari. L’attenzione per i NAZA dimostrata dai comandi israeliani sembrerebbe quasi essere un progresso etico rispetto a questi freddi dati, ma è la contabilità ragionieristica del rapporto delle vittime civili “tollerabili” che risulta quasi più impressionante proprio perché pretende di essere dettata da criteri “umanitari”, tanto più che la sua volatilità muta con il procedere del conflitto ed il ridursi, a causa delle distruzioni sempre più ampie, dei target gratificanti. Dall’attacco “mirato”, che comunque annienta uno stabile, si passa alla demolizione metodica di interi quartieri.
Le voci che emergono dal buio profondo della notte di queste persone che paiono abitate dall’oscurità, non sembrano avere molti tentennamenti. Qual è la finalità di queste devastazioni sistematiche? Rendere invivibile Gaza per i Palestinesi. Ma si può parlare quindi di genocidio? Sì. Il parallelo che poi un ufficiale in incognito spontaneamente porta fra la Shoah e lo sterminio dei Palestinesi trova una conferma nelle giustificazioni – non motivazioni, attenzione! – che i diversi intervistati portano per spiegare la rimozione dei tabù morali che solitamente impediscono di esercitare violenza sugli indifesi, sui più deboli, sui bambini. Sono le stesse che una ricerca storiografica ormai sterminata da Browning a Baumann ha rintracciato nei volonterosi carnefici dell’Olocausto. A differenza di quello che solitamente si pensa non tanto l’odio ideologico, che pure c’è, ma è una componente minoritaria, quanto la distanza fisica, enfatizzata dai nuovi sistemi della guerra contemporanea come l’uso di droni o missili, fra il proprio intervento e la vittima; la consapevolezza di essere un piccolo ingranaggio di una macchina più grande, che comunque funzionerebbe anche senza il nostro apporto, e la responsabilità che si avverte, più che nei confronti dell’umanità delle vittime, verso il sistema di cui si è una componente; l’adrenalina che scarica il successo, la soddisfazione per aver compiuto bene il proprio lavoro, per aver raggiunto gli obbiettivi prefissati. In questo modo, mano a mano che la chiara, illuminante disanima degli intervistati avanza, l’apparente banalità delle immagini quotidiane rapite dalla telecamera nelle notti di Tel Aviv ci colpisce in modo sempre più agghiacciante. Non abbiamo a che fare con mostri, ma con uomini comuni. Come quelli che vediamo nei grattacieli della città, come quelli che guidano nel caos del traffico o fanno jogging per le strade notturne. Come potremmo essere tutti noi.
Solo che, proprio perché ci troviamo davanti a persone comuni, non criminali invasati dalla pulsione genocidiaria in nome della purezza del Grande Israele, allo straordinario e necessario documentario di Abrham e Szor manca forse un’ultima domanda fondamentale, una questione che rimane sottotraccia per tutta la durata del documentario, quella domanda che è ritornata ossessivamente nel crudo, probabilmente non riuscito, ma ugualmente perturbante film di Tzukamoto a questa mostra. Una domanda molto semplice e diretta: “Why did you kill people?”
