Immagini indistinte, sovraesposte. Però qualcuno si sta divertendo, sta flirtando, sta strimpellando I’m confessin’ di Telonius Monk.
Poi il primo piano di un uomo sfiduciato, avvilito dal peso dell’esistenza in una sala da concerto. Lo vediamo nella sequenza successiva arrancare con una mini-bicicletta per le salite di San Francisco quasi a scalare gli affanni e le delusioni di una vita, mentre in un montaggio alternato, di cui si indovina subito il senso, in un elegante appartamento borghese una donna è indaffarata e ansante per i preparativi di una cena importante: srotola un tappeto enorme appena acquistato, dispone con cura formaggi e affettati, armeggia visibilmente inesperta con un soufflé. L’incontro dei due – marito e moglie impantanati in una relazione che si percepisce, già dalla prima sequenza, giunta alla frutta – è esplosivo. Litigano su ogni cosa, ma soprattutto sull’invito a cena a tradimento dei vicini di casa. Joe, l’uomo, non ne vuole sapere, Angela, la moglie, insiste, poi tutto si concentra sulla questione del rumore. Angela giustifica l’invito a cena per scusarsi per il trambusto dei lavori di ristrutturazione della casa nei mesi precedenti, Joe, rassegnato, ma assieme combattivo, vuole cogliere l’occasione per tirare fuori la questione degli ansimi, delle urla, dei ringhi e dei sospiri di manifesta natura erotica che, provenienti dal piano di sopra, infestano le sue notti, probabilmente, più che per il frastuono molesto perché lo mettono di fronte alla desolazione della sua vita sessuale, trincerata nell’autoerotismo.
In modo divertente, con una scrittura brillante da slapstick comedy e un ritmo indiavolato, la situazione è servita, con sicuramente maggior competenza e creatività della cena della povera Angela (il soufflé finirà rapidamente nella spazzatura). Non occorre essere spettatori smaliziati per intuire che, seguendo l’archetipo moderno del confronto incrociato delle coppie contrapposte in uno spazio chiuso che precipita in catastrofe (ça va sans dire Carnage di Roman Polanski), i nuovi arrivati che urgono alla porta mentre la lite giunge all’acme si presenteranno con caratteri e aspetto opposti agli sventurati Joe e Angela. Ce lo aspettiamo, ma non possiamo ugualmente non essere spiazzati. Pina (Penelope Cruz) e Hawk (Edward Norton), lei terapeuta spagnola, lui improbabile pompiere in pensione ed esperto a tempo perso di tappeti, sono eleganti, cool, rilassati, armonici e trasudano sensualità tanto quanto invece Angela (Olivia Wilde) e Joe (Seth Rogen) sono infausti, nevrotici, fra loro stridenti come un gesso su una lavagna, frustrati (anche e soprattutto sessualmente, si capisce subito).
Simmetrie. La regia impeccabile di Oliva Wilde, che riprende una commedia spagnola di Cesc Gay, sta tutta nella capacità di organizzare e padroneggiare il gioco delle simmetrie: fra le coppie e all’interno delle coppie, ma anche e soprattutto nel movimento dei corpi nello spazio, nelle posture opposte e complementari delle figure, nel contrappunto fra dialoghi, situazioni e colonna sonora intrusiva, dominata dai vibrati inquietanti del violoncello di Devonté Haynes. Corrispondenze non cristallizzate, ma fluidificate dai movimenti di macchina che esplorano l’ambiente ermetico, ma pieno di anfratti dell’appartamento di Joe e Angela e dal giustapporsi delle inquadrature nel campo/controcampo che incorniciano i personaggi nello spazio, tagli di immagine mai banali che rifuggono però la dissonanza. Equilibri non statici, messi in movimento da una sceneggiatura esuberante, eppure mai compiaciuta nella ricerca della battuta, dalle interrelazioni dinamiche fra i personaggi che evitano gli stacchi precisi, teatrali tra l’intervento dell’uno e quello dell’altro con scambi di battute che, sempre con grande naturalezza, a volte si sovrappongono a volte si immobilizzano in pause interlocutorie.
Simmetrie: inizialmente in un confronto bipolare. Joe, provocatorio e indisponente prende di mira Hawk che reagisce tranquillo, con serenità accogliente un po’ sorniona un po’, in verità, sciocca, facendo imbestialire ancora di più il suo antagonista. Angela cerca invece disperatamente di conquistare Pina, di istaurare un’intima complicità con la donna che le appare come un modello inarrivabile di femminilità sfrontata, sicura di sé e conturbante, il suo opposto speculare, insomma, ma inanella una serie di gaffe umilianti, precipitando nello sconforto. Poi le coppie si mescolano separandosi: Joe e Pina si ritirano nello studio dell’uomo a farsi una canna, Joe si addolcisce – e vorrei vedere con quella bomba del sesso di Penelope – ma nello stesso tempo si irrigidisce, incapace di superare le sue paure e i suoi blocchi; Angela, per converso, si scioglie come un gelato al sole, flirtando in modo goffo con Hawk che le dà corda sembra però più per cortesia che per reale attrazione. E così i caratteri si precisano. Joe, un musicista di indie-rock che aveva avuto in gioventù con la sua band uno sprazzo di popolarità e adesso, sfigato professore in un oscuro conservatorio, vive schiacciato dai rimpianti; Angela buoni studi di accademia di belle arti alle spalle che si concretizzano solo nel restiling finto vintage del suo appartamento. Entrambi sono come rinchiusi in una gabbia (la metafora dell’appartamento da cui mai si uscirà): di risentimento, mortificazione, disincanto che per l’uno si traduce in rancore contro il mondo e se stesso, per l’altra in insoddisfazione persistente e insicurezza congenita. Pina e Hawk invece sono troppo seduttivi, scialli, diretti quanto sono contorti gli altri, per apparire reali. Con il loro fascino erotico perturbante irrompono nella palude della relazione di coppia di Angela e Joe come una sorta di reagente chimico dirompente, che serve a far esplodere le contraddizioni, dischiudendo però anche improvvisi orizzonti di lascive possibilità mai neppure immaginate. Quindi il chiasmo decisivo, ancora un gioco simmetrico. Joe esasperato sta per arrivare a bomba sulla questione degli strepiti notturni importuni davanti ad una Angela terrorizzata dallo scandalo, ma neanche questo gli riesce: viene preceduto dalla conviviale sincerità dei vicini: sì, c’è questo problema delle urla; sì, a loro piace molto fare sesso sfrenato; sì, il baccano indiavolato e stereofonico è il risultato di amplessi di gruppo; sì, la loro passione sono le orge; sì, si potrebbe anche organizzare adesso qualcosa a quattro con uno scambio di coppie. A questo punto le schermaglie acide e affilate, la comicità raffinata dei contrasti, degli equivoci imbarazzanti, dei fraintendimenti ambigui della prima parte potrebbero collassare nell’iperbole di un vaudeville scollacciato e ridanciano, ma Wilde è abilissima a condurre questo cambio di passo. Anche se con qualche piccola frizione (la risoluzione scontata della sequenza boccacesca, l’afflato un po’ troppo sentimentale di Hawk) Wilde non sbraca, mantiene il registro scanzonato e leggero con cui aveva fino a quel punto condotto il film, ma sempre di più in trasparenza lascia intravedere dietro l’humour sottile eppur feroce delle situazioni paradossali, il vuoto, la solitudine, la desolazione, l’amarezza del sempre uguale, l’infelicità di Joe e Angela, non mitigate, ma rinforzate dall’illusione dell’ultima possibilità. Certamente si sorride, davanti a Joe strabiliato dall’opportunità di fare sesso con una dea mediterranea come Penelope Cruz, ma si prova anche la tenerezza triste che si potrebbe provare per un ragazzino sempre scartato dalla prima squadra che per un caso fortuito e senza nessun merito viene incredibilmente selezionato per accorgersi poi che era tutto uno scherzo. Regia e sceneggiatura precise e preziose, ma un film del genere non potrebbe reggere se non con attori eccellenti: Edward Norton, con un l’allure distesa e self confident a mezza via fra l’imperturbabilità del maestro zen e l’empatia dozzinale del Life Coach, Seth Rogen per converso tutto rabbia compressa, accidia e disillusione, ma soprattutto brilla la capacità di Wilde di rendere il persistente essere fuori posto del suo personaggio, l’impasto di desiderio di piacere e frustrazione, sentimento del tempo che fugge e vaghe illusioni di cambiamento. E poi la straordinaria Penelope Cruz che cattura la macchina da presa ogni volta che la inquadratura la riprende, catalizzatrice e cardine di tutte le relazioni alchemiche che si attivano fra le due coppie.
Il finale dimesso, che segue l’apice parossistico del ridicolo dramma, chiude circolarmente la vicenda, rivelando la natura di sfuocato flashback dei primi fotogrammi del film, e potrebbe apparire deludente perché un po’ troppo consolatorio. Il vostro umile recensore ci vede invece, dopo l’effervescenza degli intrecci, la pacata, composta malinconia della fine. Il risentimento e l’ansia che dominavano Joe e Angela erano ancora il sintomo di un’aspirazione confusa al cambiamento, il non voler accettare la sconfitta della vita, ma Pina e Hawk sono svaniti, chissà, forse non sono mai esistiti, forse non c’è mai stata un’ultima possibilità e non rimane che l’accettazione di ciò che c’è. Fragile, sfinito, intermittente, probabilmente inadeguato e inutile: I’m conffesin’ (that I love You).
