Ritorno a Buenos Aires

Perché Mariano vive isolato nella sua casa buia di Torino in compagnia solo di un cane? Perché ha accumulato registrazioni e diari del suo passato, quasi avesse paura di dimenticare o forse proprio per esorcizzare il ricordo attraverso il racconto? Perché l’uomo ha un comportamento aggressivo e predatorio nei confronti di giovani qualsiasi che incrocia per strada? Perché Mariano non risponde alle richieste di tornare a Buenos Aires per testimoniare contro gli aguzzini del Garage Olimpo? A quasi trent’anni da Garage Olimpo Marco Bechis torna a parlare della tragedia Argentina dei desaparecidos, prendendo come fulcro del racconto proprio il terribile luogo di tortura e morte doveva aveva ambientato la vicenda di Felix e Maria del suo precedente film e, ancora una volta, ragiona sul rapporto fra vittima e carnefice, scavando all’interno della sua innominabile ambivalenza.
Il confronto con la figlia – saranno fondamentali nel film i rapporti di Mariano con le figure femminili – convincerà l’uomo a tornare a Buenos Aires per partecipare al processo. Assieme a lui, nel furgone che li porta al palazzo di giustizia dove in ambienti squallidi e spogli saranno trattenuti per evitare il più possibile i contatti con l’esterno, ci sono altri sopravvissuti che riconoscono l’uomo: è Tano come lo chiamavano un tempo, ma lo tengono a distanza, come se fosse un appestato. O, in modo molto più semplice, come se fosse un infame. Mariano infatti è il personaggio chiave del processo. Era stato arrestato quando era ancora un ragazzo a Buenos Aires e incarcerato nel Garage Olimpo. Mediamente il passaggio nell’orribile carcere della capitale durava per i prigionieri qualche mese di brutalità e torture. Poi c’erano i voli della morte. O, per pochissimi fortunati,  la detenzione in altre strutture meno letali. Mariano rimarrà in quell’orrido luogo per anni e di quel luogo conosce tutti i protagonisti, tutti i crimini, tutti i misteri.
Tetro viaggio fra i demoni del passato che assediano il presente di Mariano, il film di Bechis svela un po’ alla volta il segreto dell’uomo, mescolando le riprese cupe degli ambienti del residence/prigione dove Mariano attende il processo, al suo ritorno scioccante negli spazi evocativi della sua vecchia prigione, al materializzarsi in flashback agghiaccianti dei suoi ricordi. Il mix realizzato da Bechis crea uno spazio di indistinzione  fra realtà e allucinazione, memoria e delirio evocando una atmosfera quasi da horror che ben si adatta all’oscurità brutale e terribile delle carceri argentine, ma che rischia anche di diluire quella concretezza cruda della ricostruzione della tragedia che era uno dei punti di forza del precedente Garage Olimpo. Il tema trattato dal regista italo-argentino è però cruciale: il culmine della malvagità dei regimi dittatoriali, come ben ha spiegato Bauman i Modernità e Olocausto, non è stato tanto quello di aver annientato i propri avversari, di averli ridotti a nuda vita, a corpi bruti e  martorizzati, quanto di aver degradato la loro umanità portandoli ad avere vergogna di sé stessi, a non sopportare più la propria esistenza, costringendoli a collaborare con il loro stesso sterminio. È questa consapevolezza che paralizza Mariano ed  è proprio su questa complicità nel male, che ha marchiato nell’abiezione l’uomo più degli stupri subiti in prigionia, che conta il suo torturatore e il suo “salvatore” per ottenere il suo silenzio. Mariano per il dottor K – il medico che controllava che i torturati potessero reggere alla sofferenza e di cui il ragazzo era diventato l’assistente – non è più un uomo, la sua umanità è spenta,  è diventato un cane fedele, felice di leccare la mano al suo padrone. Se è efficace la discesa nell’orrore tracciata da Bechis, forse lo è un po’ meno il riemergere di Mariano alla luce grazie all’aiuto di due donne: la figlia di una compagna di lotta del ragazzo, arrestata proprio in virtù della sua delazione ed un’altra vittima del regime, conosciuta da Mariano in attesa del processo. Se quest’ultima figura è convincente nella sua dignità calpestata, ma riacquistata grazie all’esercizio della verità, più debole è il personaggio della ragazza, un carattere piuttosto scontato, una parte non scritta con reale efficacia. Efficacissima è invece l’interpretazione di un grande Adriano Giannini che riesce a rendere con grande forza espressiva l’angoscia di Mariano, la sua lacerazione, la terribile fatica di convivere con l’orrore che lo corrode dall’interno. Poi, dopo una scena potente nell’ultima udienza del processo, dove Giannini è bravissimo a marcare – e reggere da punto di vista interpretativo –  un radicale mutamento di atteggiamento e postura di Mariano, l’uomo si apre alla luce del sole al di fuori delle aule grigie e spente del tribunale. Una metafora forse un po’ troppo facile, ma che si può perdonare ad un film sicuramente non perfetto, ma coraggioso ed intenso.

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