Una storia

Una storia comune. Il papà e la mamma accompagnano la figlia in uno studentato. Sta iniziando l’università, sta uscendo per la prima volta dal nido. Per i genitori la fierezza del traguardo raggiunto, ma anche l’apprensione di cosa succederà. Le ultime raccomandazioni che vorrebbero prolungare, quasi sospendere il momento dei saluti definitivi e la figlia invece che risponde sbrigativa e un po’ seccata, impaziente che questi due impiastri si tolgano dai piedi, anche se poi, per ricomporre il quadretto, si abbracciano tutti e tre, come hanno visto tante volte nella pubblicità in televisione. Quindi il ritorno in una casa improvvisamente vuota, il rifugiarsi nelle abitudini di ogni giorno: il marito, Mauro, che lavora in una piccola impresa edile, vessato dal padre padrone, e la sera allena una squadretta di ragazzini, lei commessa in un discount, poi le faccende domestiche, i pranzi e la cena per il marito cortese, ma che, con sollecitudine tutta maschile, le fa notare quando la cena è fredda o non ancora pronta , e l’eterno ciambellone che come un tormentone (in verità un po’ troppo insistito) rispunterà nel desco familiare per tutto il film. Erika passa la sua vita ad accudire gli altri, il marito, la madre petulante ed egoista, anche il padre orribile di lui quando si ammalerà, ma senza la figlia sembra aver perso il centro delle sue preoccupazioni. Foglietta indugia nel filmare l’ambiente ordinato e dimesso: la cucina finto rustico, la camera da letto pseudo elegante, il tinello con la tv, la luce fioca dell’illuminazione e “le buone cose di pessimo gusto” di tanti interni piccolo borghesi di provincia. Una quotidiana ordinaria certamente non frizzante, ma neppure desolata, dignitosa, inframezzata dai diversivi delle cene con gli amici, l’obbligo al divertimento e il tristissimo karaoke. E ancora i discorsi per riempire il silenzio sugli insignificanti fatti della giornata che, raccontati così in sequenza, risultano ancora più insignificanti. “Come va?” domanda lui “Tutt’apposto”.
Poi una sera, davanti alla televisione sul divano, funeste tute e pigiami casalinghi, i corpi si avvicinano, si toccano, si strusciano. Un abbraccio un po’ goffo e lei corre subito con la mano alle mutandine per sfilarsele mentre lui le risponde fra l’affettuoso e l’impacciato “Ma che cos’è tutta questa fretta”. Come dire, adesso abbiamo tempo.
Invece è proprio il tempo ciò che angoscia, un tempo che per la prima volta si percepisce come un peso che opprime, si vive nella sua ottusità vuota. Anche se senza una consapevolezza piena. Erika e Mauro hanno difficoltà ad esprimere i loro sentimenti, non sono capaci di verbalizzare quello che sta accadendo loro, si amano ancora, pur nella rigidità dei loro ruoli definiti, con una tenerezza fatta di abitudini e di piccole timidezze, ma, come spesso accade, amarsi non basta. Erika e Mauro non hanno certo un’abitudine all’introspezione, nella loro vita tutto si svolgeva in superficie, non c’era bisogno di capire. Come “immer und zumeist” capita anche a tutti noi.
Foglietta è brava nel lavorare sul tempo in questo racconto qualsiasi, un tempo scandito da stacchi in nero che segnano il succedersi delle stagioni, quasi ad indicare un tempo senza progressione, un tempo che ritorna sempre uguale che scorre senza passare, che non prevede la possibilità del cambiamento, ma che lentamente soffoca con la sua mancanza di senso. “Ma che ci faccio di tutto questo tempo”, dirà ad un certo punto Erika angosciata.
Il film, delicato e profondo, convince quando si muove in questa dimensione irrisolta, dove si succedono anche i piccoli grandi incidenti di una vita. Fatica un po’ di più nel seguire il lento emergere della coppia, e in particolare di Erika, motore dell’evoluzione, da quel malessere sordo a cui i due sposi non sanno dare un nome, pur regalando scene commoventi, come quando Mauro, davanti a un cambiamento ormai improcrastinabile, si aggrappa disperatamente al suo vecchio mondo. Fatica soprattutto nel finale quando abbandona lo stile misurato, minimalista con cui Foglietta aveva filmato la storia di Erika e Mauro inventandosi una scena di primi piani sovrapposti dei due protagonisti con un superfluo ed improbabile flusso di coscienza. Quindi dimentichiamocelo per ricordare invece una bellissima e delicata sequenza con Erika che è sul punto di compiere un atto inusitato, una piccola, decisiva incrinatura nella sua routine alienante: quando sta per comprare in una televendita una crema di bellezza. Alba Rohrwacher – una grande interpretazione la sua, controllata, sobria, tutta giocata sulle sfumature, sui silenzi, sull’inespresso così come è quella di Guido Caprino nella parte di Mauro – è bravissima nel rendere l’emozione ed assieme l’imbarazzo un po’ colpevole di Erika quando, anche se in modo indistinto, senza quasi aver il coraggio di confessarselo, percepisce di compiere un gestore eversivo. Prendersi cura di sé.

Lascia un commento