A bit of light (Un po’ di luce)

Arash ha deciso di uccidersi. Non ce lo dice direttamente, ma la morte sembra già possederlo. Lo vediamo con lo sguardo spento, davanti alla macchina del caffè mentre nella stanza vicina suo fratello più giovane, che è appena venuto a conoscenza della notizia, si lamenta sconsolato. Siamo nell’Iran che sta aspettando fra fatalismo e indifferenza il prossimo bombardamento annunciato in uno dei tanti dementi sproloqui trumpiani. Si provvede a scocciare i vetri delle finestre per evitare che gli spostamenti d’aria delle bombe li mandino in frantumi. C’è un po’ l’amara consapevolezza che tanto, peggio di così, è difficile che vada.
Arash è un medico, premuroso nei confronti dei suoi pazienti, ed è un uomo giusto e retto. Non vuole che la notizia della sua morte prenda alla sprovvista i suoi cari. Non vuole che pensino che si è sentito solo, abbandonato, che siano schiacciati dal senso di colpa, che si struggano immaginando che avrebbero potuto convincerlo a non compiere l’ “insano” gesto. E poi Arash non vuole lasciare pendenze aperte. Sistema i suoi conti, provvede agli ultimi pagamenti, dimostra una sollecitudine responsabile nei confronti di chi rimane. Il suo gatto, che affida al fratello, ma anche le sue piante che cercherà di distribuire a conoscenti e parenti.
La storia del film è quella di un avvicinamento, un avvicinamento per tappe ad un momento culminante, quello del confronto finale di Arash con la madre. Rivelare a colei che gli ha donato la vita che ha deciso di abbandonarla. Un percorso fatto di incontri, il fratello e le due sorelle dell’uomo, e di digressioni. Un percorso – non sarebbe un film di Asgari – fatto anche di piccole bizzarrie, sfasature incongruenti rispetto al dramma che stiamo vivendo, che nella messa a distanza antifrastica accentuano l’assurdità della situazione più che smorzarla. Ciascuno dei parenti di Arash cerca, a proprio modo, di dissuaderlo, trovando però argomenti visibilmente improbabili, ironicamente inconsistenti nel loro tentativo di spezzare la determinazione dell’uomo. Il fratello gli propone di portargli un po’ di ragazze perché si possa svagare mentre la sorella Masha, che nell’Iran degli ayatollah barbuti e fondamentalisti, neppure fosse a San Francisco, tiene un corso di yoga e spiritualità new age, gli parla con afflato zen della pienezza della vita. Flatus vocis davanti alla cupa risoluzione di Arash. Forse una maggiore efficacia potrebbero avere le obiezioni di Massi, l’altra sorella, che richiama l’uomo alle sue responsabilità, accusandolo implicitamente di egoismo, di pensare solo per sé.
Ali Asgari, come è spesso tipico del suo cinema, ci proietta in una situazione estrema che viene però ritratta in modo piano, sobrio, smorzandone nella quotidianità naturalistica delle riprese la drammaticità. I personaggi sono inquadrati spesso in piani medi, frontali, senza eccedere nel pathos espressivo dei primi piani, misurando con moderazioni i movimenti di macchina, che assumono però, proprio per la loro sporadicità, una valenza emblematica. Il primo, chiaramente manifesto nella sua evidenza che spezza il flusso della finzione mettendo in primo piano l’artificio cinematografico, era stato una panoramica verso sinistra che aveva inquadrato, evitando lo stacco di montaggio sintatticamente più prevedibile, prima l’asciutta, inespressiva confessione di Arash, poi – alla fine della panoramica – il volto attonito di Masha, profondamente scioccata dalla rivelazione. Un movimento prezioso, che nella lentezza della rotazione della mdp da un volto all’altro indicava, molto più che un convenzionale campo/contro campo, la distanza incolmabile che separava in quel momento i fratelli. Proprio davanti alle critiche di Massi vediamo un secondo movimento di macchina cruciale. In questo caso l’obbiettivo si avvicina lentamente al volto di Arash fino a porlo in primo piano mentre, l’uomo sempre più turbato e commosso spiega le motivazioni reali della sua scelta. Arash aveva soccorso dei manifestanti in fuga, massacrati dalla polizia. Aveva cercato di prestare loro le prime cure necessarie. Lo aveva fatto non per opposizione al regime, non per sfida o ribellione, ma perché era quello il suo compito. E aveva visto la polizia irrompere nel suo studio e completare metodicamente il proprio lavoro di macelleria. E anche Arash era stato picchiato, umiliato, imprigionato, espulso dall’ordine dei medici, gli era stato impedito di svolgere la sua professione. Come il precedente travelling aveva marcato la lontananza fra Arash e Masha qui un movimento analogo segna il distacco fra l’uomo e il mondo. La sua volontà di non accettare più di vivere in una realtà dove è ordinaria quotidianità questo scempio.
Ma l’avvicinamento al centro della vicenda, l’incontro con la madre, è fatto, come dicevamo, anche di divagazioni. La figlia di un paziente di Arash chiede insistentemente delle ricette di antidolorifici per il padre malato, spingendo il medico a rompere i sigilli del suo studio, chiuso di imperio dall’autorità, per soccorrere l’uomo sofferente. C’è poi la necessità di visitare un ragazzo scappato alla mattanza della polizia che il medico cura di nascosto e il tentativo faticoso e infruttuoso di Arash di trovare, fra le sue conoscenze, qualche collega volonteroso, capace di prendersi la responsabilità di proseguire l’assistenza pericolosa e clandestina. E c’è infine, l’episodio, apparentemente minimo, di una vecchina che chiede all’uomo di accompagnarla, aiutandola a portare la pesante borsa della spesa. Qualcosa di più tangibile dell’interrelazione di tutte le cose evocata da Masha. Una rete di legami di cui Arash rimane un nodo importante.
Infine, la cena dalla madre che riunisce tutta la famiglia, quando la drammaticità della situazione, la rivelazione di continuo tenuta in sospeso e procrastinata si combina con buffi equivoci (la madre che vedendo tutti a tavola tristi e inappetenti si rimprovera per le pietanze non particolarmente riuscite). Fino allo spiraglio di luce.
A qualcuno la soluzione del film di Ali Asgari è potuta sembrare ingenuamente consolatoria. Una sorta di La vita è meravigliosa in salsa persiana. Ma il vostro umile recensore non è sicuramente di quell’avviso. Nessun angelo e nessuna redenzione. E neppure l’astrazione metafisica del viaggio notturno del sig. Badī nel Sapore della ciliegia di Kiarostami quando un uomo cerca nella notte di Teheran qualcuno che l’aiuti a farla finita e trova il sig. Bagehri che gli racconta, facendolo perdere in una lunga deviazione, quanto dolce, succoso, fresco è il sapore della ciliegia (e della vita). Arash non si trova davanti all’assurdo vuoto dell’esistenza, ma ad un assurdo “storico” molto più concreto e odioso, quello di un paese martoriato, schiacciato da un doppio vincolo che lo stringe fra un regime putrido e assassino e un attacco esterno protervo e omicida. In una situazione simile, cerca di spiegarci Asgari, se non ci si vuole ottundere nella stupidità (il portiere di Arash, l’unico al mondo che crede nella sincerità di Trump) o rifugiarsi nell’escapismo (i due fratelli più giovani dell’uomo), il suicidio appare come una opzione paradossalmente ragionevole. Ciò che può rinviarlo sono solo i legami che ci uniscono agli altri, il bisogno che gli altri hanno di noi. Non una soluzione definitiva, ma una decisione rimessa in discussione ogni giorno, ogni giorno ricontrattata. Perché il legame che trattiene in vita Arash può essere evanescente ed effimero, come l’aria trattenuta in un palloncino, ma questo soffio, come suggerisce un delicatissimo passaggio narrato in una delle digressioni del film, può anche essere prezioso e unico come l’affetto di chi ci è più caro.
Non sappiamo se alla fine della piccola storia narrata da Asgari, Arash deciderà di tornare a vivere, né possiamo essere certi che non porterà a termine la sua determinazione dopo l’ultimo sprazzo di luce. Possiamo dire solo che Arash, oggi, ha deciso di non uccidersi.

 

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