Uno dei dibattiti più appassionanti (beh, insomma, non esageriamo) nei crocchi all’uscita de L’estranea di Strippoli alla Mostra del Cinema di Venezia era se ci si trovava davanti ad un horror o ad un thriller psicologico. Questione non di lana caprina fra le due fazioni in lotta: se si propende per l’horror si sdoganano incongruenze, forzature, assenza di spessore nei personaggi, ci si fa coinvolgere/travolgere dal terrore montante lasciando perdere il resto; i fautori del thriller psicologico vogliono invece salvare il “messaggio” e scavano nella vicenda alla ricerca di sensi nascosti, allusioni insinuanti, verità occulte e varia umanità. Strippoli, in modo equanime, sembra dare ragione agli uni e agli altri, disseminando il suo lavoro di tracce sparse e contradditorie, forse per depistare i suoi spettatori, nascondendo il fatto che l’espediente narrativo cruciale del suo film è un plagio. Molto innocente, anche se si parla del diavolo o di affini. 1967 Stanley Donen dirigeva Bedazzled, una rivisitazione in salsa swinging London del Faust. Stanley Moon, un imbranato e scacciafiga Dudley Moore perdutamente innamorato di una sua collega, viene avvicinato dal diavolo che gli offre per il solito prezzo stracciato (l’anima) la realizzazione di sette desideri. Fino a qui niente di strano, solo che l’inghippo che produrrà una cascata di conseguenze comico-catastrofiche è che con il diavolo bisogna essere prudenti, circostanziati, non bisogna farsi prendere dalla fretta: i desideri devono essere formulati in modo preciso, altrimenti si lascia spazio all’inventiva, giustamente diabolica, del demonio. Se nel film di Donen le conseguenze della precipitazione di Moon/Moore saranno tragico-comiche, in quello di Strippoli un analoga mancanza di attenzione alle clausole dell’accordo di Anna/Jasemine Trinca con una strana signora (Valeria Bruni Tedeschi) produrrà solo effetti tragici.
Nonostante la giovane età, Strippoli, neanche fosse Quentin Tarantino o Pedro Almodovar, inizia immediatamente autocitandosi. Una pioggia impetuosa, torrenziale, di dimensione bibliche sommerge Roma (cfr. Paolo Strippoli, Piove – 2022) quando Anna va a trovare, inaspettata, la figlia Alice (Romana Maggiore Vergano) che è costretta a liquidare la sua compagna per sentire una lunga, lunghissima storia che la madre vuole raccontarle. La ragazza conosce benissimo le vicende narrate, sono quelle della sua famiglia: l’incidente avuto da bambina quando un cane la aggredì nel bel mezzo di un festone pacchiano recidendole un’arteria femorale, la bulimia del fratello adolescente, e via, via le piccole, grandi tragedie della storia sua e dei suoi “cari”. Quelle stesse che forse avevano spinto Alice ad allontanarsi da una madre asfissiante, iperprotettiva, che pretendeva di avere il controllo su tutti e di pianificare la vita di ciascuno, soprattutto della figlia in cui vedeva la proiezione dei suoi sogni frustrati di successo nella televisione e nel cinema. Solo che nel racconto della madre quelle stesse vicende, in sé abbastanza banali, in fondo comuni a tante famiglie ordinarie che conoscono nella loro vita momenti di felicità e drammi, sono raccontate attraverso un allucinato filtro lovercraftiano. Sparisce la casualità degli eventi e tutto viene ricondotto ad un determinismo inesorabile, ironicamente prodotto da scelte tanto deliberate, quanto subdolamente eterodirette. Scelte nate davanti alla proposta di aut-aut secchi, suggeriti in momenti culminanti ad Anna da “una estranea”: “Vuoi che tua figlia perda una gamba, o preferisci che…”
L’alternativa horror/thriller è tutta qui: Anna sta raccontando una storia vera o siamo davanti al parto di una mente delirante?
Alternativa che, al dire il vero, non mi appassiona, anche perché Strippoli non è così ingenuo da scoprire le carte e dà buoni argomenti sia agli uni che agli altri. L’aspetto negativo di questa oscillazione, verrebbe da dire, è che il film rimane irrisolto. Può essere semplicemente visto come un biglietto per la giostra degli orrori al luna park (finalità rispettabilissima, sia chiaro) oppure letto come l’ascesa e il disastro di una famiglia che è l’emblema di una società italiana greve, volgare, superficiale, vuota, specchio conforme di quello stesso mondo patinato e ammirato che faceva l’occhiolino dai programmi televisivi berlusconiani (la vicenda, non a caso, inizia nei tardi anni ’90). Oppure la follia paranoica di una donna che vuole punire la figlia per essere sfuggita al suo controllo. Od ancora- facendo un piccolo sforzo, ma sicuramente ci sarà chi si metterà di impegno – come uno sguardo gettato sul fondo delle contraddizioni dell’animo umano, dove si annida una colpa metafisica, per cui l’illusione di libertà si converte in necessità cieca, l’aspirazione al bene è risucchiata dalla forza di gravitazione del male.
Ecco, magari prendendo in senso ascensionale una delle tante spirali che in modo – questo sì – piuttosto pedante costellano il film del giovane, brillante regista coratino, risaliamo velocemente da queste profondità gnostiche, sinceramente un po’ esagerate se applicate al lavoro di Strippoli. Un film che funziona molto bene nella prima parte, nella caratterizzazione della famiglia tamarra di Anna, tutta giocata fra l’apparenza compiaciuta da pubblicità del mulino bianco e il fondo di mascolinità tossica (menzione speciale per l’ottimo Adriano Giannini in questo ruolo), aspirazioni frustrate, sorveglianza opprimente, invidie, violenza che la pervade (non occorre tanto andare in cerca del diavolo, se ce l’hai in casa…). E soprattutto funziona bene nella scelta di trattare l’orrore sempre come un effetto d’atmosfera, non esito scontato di semplici meccanismi di jump scare, ma come una vibrazione minacciosa, comunicata da sensazioni più soffuse, pervasive, inquietanti. Come accade per la lenta e comunque “normale” deformazione del corpo di Tobia, il fratello di Alice che inizia improvvisamente ad ingrassare. Il grasso: l’orrore, “diabolico” per antonomasia, per una cultura dell’apparenza che vede nella forma fisica perfetta, nel corpo levigato, armonico, telegenico i modelli di riferimento insindacabili. Funziona un po’ meno bene quando cerca di approfondire in una spirale, appunto, di ansia crescente un meccanismo narrativo al secondo step già abbastanza prevedibile. Nel film di Donen, partendo da presupposti diversi, lo stesso McGuffin si traduceva in un irresistibile tormentone comico, ma qui se l’obbiettivo è quello di creare suspence… Funziona ancora meno nell’incapacità di evitare il grandguignol finale.
Ma non dobbiamo essere troppo severi, nonostante alcune scaltrezze che si rivelano invece piuttosto ingenue, il film di Strippoli nel complesso regge, mantiene un buon ritmo, alterna sospensioni livide (la scena del confronto di Alice con il bullo che martorizzava Tobia) ad accelerazioni caotiche, cattiverie acide a piccoli siparietti ironici (riservati soprattutto a Valeria Bruni Tedeschi) e dà il meglio quando perverte momenti di felicità collettiva (pensiamo alla festa cafona della famiglia Colonna con il grottesco balletto delle bambine sulle note di Narcotic dei Liquido o all’esplosione di gioia per la vittoria dell’Italia ai mondiali del 2006) in allucinazioni disturbanti o deliri angosciosi. La vecchia lezione del gotico di E.T.A. Hoffmann e Edgar Allan Poe: l’orrore non è l’irruzione dello straordinario (una signora in tranche che fa strane proposte), ma ciò che si annida nelle pieghe dell’ordinario. O, ancora di più, nello sguardo straniante con cui, magari dietro una mdp, inquadriamo il mondo.
