Lo sapete, in certi casi la mia obiettività vacilla. Scrollate oltre o andate avanti a leggere. Io vi ho avvisato.
Basterebbe lo sguardo di Penelope Cruz nella prima sequenza del film per assegnarle la Coppa Volpi. Un semplice sguardo. Miguel Moreno (Javier Bardem), il marito, un’archistar spagnola trasferita a Londra per seguire i suoi progetti, sta raccontando i bizzarri risvolti dell’incontro, tanti anni prima, con la moglie Sofia. La scena è tutta per lui, alla moglie pochi contro campi. Si intuisce che è un pezzo forte, più e più volte raccontato. Sofia (Penelope) guarda Miguel con un misto di stupore e finto imbarazzo come dire “Ancora una volta questa storia?”. Si percepisce la traccia dell’antica passione, congiunta però ad un disincanto ironico un po’ amaro. Ma, mano a mano che il racconto procede verso la conclusione buffa, prevale una tristezza velata di malinconia per un gioco di ruolo ormai consumato, dove ciascuno recita la sua parte. Ciascuno è chiuso nella sua parte. E il film di Zeller parla proprio di questo. Parla di mondi chiusi, catafratti nella propria confort zone, sempre più incapaci di aprirsi all’altro.
Un mondo a sé stante è la bellissima villa dei coniugi Moreno, in un quartiere residenziale di Londra, centro quasi costante del film. Una casa vittoriana rivisitata in chiave post modern: open space e angoli netti, acciai lucidi e legni pregiati, piani sfalsati e pannellature rosso sgargiante, ampie vetrate che si affacciano su un piccolo giardino prezioso, ma privo di aperture prospettiche e linee di fuga, compresso e senza orizzonte. Come in una bolla di solitudine adolescenziale si rinchiude la figlia maggiore dei Moreno, che circola per casa sempre con le cuffie wireless per evitare ogni interlocuzione importuna. Come in modo plastico, fin troppo esplicito, appare il progetto proposto a Moreno da un miliardario paranoico della Silicon Valley , una via di mezzo fra Zuckerberg e Musk, antipatico quanto loro. La costruzione di un bunker gigantesco dove potersi rifugiare – lui e i suoi sodali – in vista della apocalisse prossima ventura (una catastrofe possibile, ci fa capire il film, a cui le politiche economiche di quello stesso magnate hanno ampiamente contribuito). E come sono ripiegate su di sé le vite di Miguel e Sofia, ciascuno protetto dalla propria routine, ciascuno che si relaziona all’altro ormai solo per motivi di servizio, ciascuno che dà per scontato l’esserci dell’altro (e come sottolinea un personaggio all’interno del film “È quando percepisci le cose come solide che alla fine si rompono”).
Poi la breccia – fisica e molesta – che infrange il recinto dorato, ma un po’ claustrofobico, del mondo di Miguel e Sofia. Un vicino, Toby, un operaio che è riuscito ad acquistare per viverci solo lo spazio angusto di un garage nel suo quartiere natale, dove la gentrificazione e l’aumento del costo delle case hanno scacciato i residenti originari, fora il muro di cinta del giardino dei Moreno, confinante con il suo monolocale per aprirci una finestra. Zeller ci presenta Toby (un sanguigno Peter Graham) come un personaggio spiacevole, rancoroso e aggressivo, che non fa nulla per nascondere la sua ostilità xenofoba e proletaria contro i ricchi stranieri. Le sue ragioni – anche se in linea di principio potrebbero essere comprensibili (tutti avrebbero diritto almeno ad un ritaglio di cielo e ad un raggio di sole) sono nel contesto delle norme urbanistiche, ma anche di un banale buon senso, visibilmente insostenibili. Ci sentiamo di parteggiare per lo stupefatto Miguel, che visibilmente irritato, ma anche un po’ turbato dal tono litigioso del vicino, cerca di riportare il discorso su un piano di assennatezza, senza trovare però una sponda in Toby, intestardito nella sua decisione. A pensarci bene, solo un piccolo evento fastidioso –facilmente risolvibile per vie legali se il vicino insiste nella sua irragionevolezza- che però produce un effetto destabilizzante nella vita di Miguel, accentuando una appena dissimulata vena di paranoia securitaria dell’architetto proprio nel momento in cui giunge la favolosa offerta di lavoro del miliardario, interpretato in un bel cameo da Paul Dano che incarna un personaggio di subdola cortesia, ma candidamente spudorato nella sua autistica indifferenza per il resto dell’umanità. Una proposta che pone Miguel di fronte ad un dilemma etico. Nella sua carriera Moreno era stato un architetto geniale, pluripremiato, ma nello stesso tempo aveva sempre dimostrato una attenzione sensibile al valore sociale ed ambientale degli edifici costruiti. Qui si ritrova invece davanti all’allettante proposta di un’opera faraonica (Miguel già vagheggia in schizzi abbozzati una piramide rovesciata che si affonda nel terreno), ma dalle evidenti connotazioni amorali. (allestire la via di fuga per un singolo paperone e che gli altri si fottano). Zeller sottolinea questa incrinatura nella vita di Miguel con il caricarsi del sound design che sempre più ossessivo riprende nelle percussioni della colonna sonora le picconate di Toby, picconate non solo sul muro del giardino, ma anche sulla tranquillità di Miguel. Tanto più che solo l’ipotesi che Miguel possa accettare l’incarico scatena l’ira di Sofia, infuriata dall’idea che uno dei responsabili dei disastri prodotti dal sistema (sua è ad esempio l’alienante app social in cui si rinchiude giorno e notte la figlia più grande dei Moreno), possa chiamarsi fuori coinvolgendo suo marito nell’impresa. Sofia ha le sue ragioni, ma dietro la sua rabbia – come spesso accade in questi casi – si nasconde anche l’insoddisfazione per un rapporto che si sta logorando e per cui ha sacrificato la sua ascesa professionale, trasferendosi a Londra per seguire il marito, lavorando come editor per una grande casa editrice dove però le sue prospettive di carriera appaiono bloccate.
Zeller incrocia così più linee di sviluppo: il vicolo cieco in cui sta finendo il rapporto di Miguel e Sofia, la crisi esistenziale dell’uomo, dibattuto fra le priorità etiche e la formidabile sfida creativa che gli viene proposta, e il tema di un mondo (il nostro) che sempre più si vive come una fortezza assediata, cercando di fare in modo che ciascun filone si innervi negli altri, senza però forzare il crescere della tensione, ma accentuando invece un sentimento di indistinto disagio. Non è ancora angoscia, ma un malessere sordo che si sovrappone a quello di Miguel, sempre più esasperato, ma assieme anche impensierito dalla pertinacia irrazionale di Toby, irremovibile, nonostante blandizie e minacce, sui suoi propositi. E in questa situazione di stallo, di indecisione, dove i conflitti sembrano essere sospesi, ma sul punto di deflagrare, si innestano piccoli eventi apparentemente insignificanti, quindi per uno sguardo appena smaliziato altamente significativi: il gatto di famiglia sparito, un improvviso quanto sospetto ravvedimento di Toby, un comico incidente con il sistema d’allarme che viene così disattivato. Spie inquietanti che indicano uno scivolamento appena percettibile verso l’atmosfera thriller. Da cui però Zeller – dopo averne creato i presupposti – ci allontana ponendo in primo piano in una bellissima sequenza l’implosione della coppia. Notte. Miguel attende inutilmente a casa Sofia che si è fermata a cena con un affascinante giovane scrittore. La donna torna ad orari improbabili e scoppia un diverbio molto ben scritto e splendidamente interpretato dove le accuse sferzanti di Sofia nei confronti del marito di aver tradito i suoi ideali e di essere ormai connivente con un sistema di potere che la sua opera aveva fino allora combattuto posticipano e fanno slittare la risposta alla semplice domanda del marito su cosa la donna avesse veramente fatto quella notte. Zeller gira con la mdp intorno ai suoi protagonisti come Sofia gira intorno alla domanda del marito in una scena molto mobile, facendo però in modo che nei momenti più vibranti il bellissimo volto di Penelope, infuriato e assieme dolente, si stagli, in una evidente citazione di atmosfere almodovariane, contro il rosso vivo della parete della cucina. La tensione emotiva di questa scena, la passione di Sofia e il modo in cui Miguel guarda la moglie, uno sguardo in cui è contenuta tutta la loro storia e la desolazione della fine sono un pezzo di bravura di Bardem e Cruz, ma hanno anche un ruolo funzionale nello sviluppo narrativo, farci completamente dimenticare le tracce disseminate nella parte centrale del film. Poi ancora più tardi, dei rumori nella villa solitaria. È tornato il gatto di famiglia e…
Film ben diretto, Bunker, mostra il suo lato migliore nella capacità di Zeller di giocare su più piani – spostandosi dall’uno all’altro e lasciandoci quasi fino alla fine nell’indecisione su quale sarà l’indirizzo conclusivo della narrazione: quale, fra le piste indicate (il dramma familiare, l’analisi sociale, il thriller) prevarrà sulle altre. L’aspetto più debole è invece – purtroppo accade con una certa frequenza – una scarsa fiducia del regista nella perspicacia dello spettatore che lo porta, durante il film, all’uso di metafore un po’ troppo scoperte e ingombranti fino a giungere ad un finale che diluisce il colpo di scena conclusivo in una coda pedante nel suo piglio didattico-esplicativo (oltre che consolatorio).
Potremmo dire un peccato per quello che si era visto fino ad uno sparo ed uno stacco sul buio, momento in cui, a mio parere, sarebbero dovuti scendere i titoli di coda. Ci si può però consolare (almeno io personalmente mi sono consolato) con la ripresa zenitale su Sofia e Miguel a letto, nell’ultima scena: due corpi che nel sonno si cercano, neppure per passione, ma per antica, tenera abitudine. Ripresa che, posso capire, i più potranno trovare stucchevole, ma lasciatemi dire, lo riconosco con disarmante ingenua sincerità, per il cuore di pietra del vostro umile recensore, uno dei momenti più romantici in questa Mostra del Cinema di Venezia.
