Bridget Jones. Un amore di ragazzo

È cosa universalmente risaputa che Bridget Jones e Mike Bongiorno hanno qualcosa in comune. In un vecchio saggio del 1961 Umberto Eco spiegava che la straordinaria popolarità di Mike Bongiorno non si era affermata nonostante la sua mediocrità, ma proprio a causa della sua mediocrità. Mike Bongiorno non suscitava nei suoi fan l’avvilente consapevolezza di non essere all’altezza del loro beniamino, risparmiava ai suoi ammiratori lo sforzo di eguagliarlo, perché era abbastanza evidente che tutti loro erano molto simili a lui, ugualmente approssimativi, gaffeur e banali. Anzi, dal confronto potevano anche venirne fuori soddisfatti e godere di un certo senso di superiorità. La stessa cosa accade per Bridget Jones, una ragazza ordinaria, anzi, un po’ goffa, insicura, con una speciale predisposizione a ficcarsi in situazioni imbarazzanti e una certa tendenza all’autocommiserazione anche perché se la giovane ha una qualità indiscussa è la sua padronanza de “l’esprit de l’esaclier”. Quindi immedesimarsi in Bridget (sia per le femminucce che per i maschietti – i bei tenebrosi casanova sono mortalmente noiosi) non comporta nessuna frustrazione, ci si sente in buona compagnia, anzi si può guardare con affettuosa e compiaciuta tenerezza questa ragazzotta semplice, ma divertente (spesso suo malgrado) come si guarda un amica un po’ sfigata, amabile, ma non certo una potenziale rivale in fatti d’amore o questioni di lavoro. Poi il fatto che Mike Bongiorno diventasse una star della televisione e Bridget Jones seducesse candidamente playboy e lord inglesi risultava ulteriormente gratificante: “Se lo fanno loro, io, nelle stesse condizioni…”. Da questo punto di vista Bridget è molto diversa dal suo alter ego letterario, Elisabeth Bennet che era invece dinamica, brillante, pungente anche se impulsiva e troppo avventata nei giudizi ed infatti il narratore onnisciente del romanzo, guardando le vicende dall’alto, si prendeva bonariamente gioco della giovanile irruenza incauta della ragazza e questo controcanto ironico era uno dei piaceri del testo. La simpatia che Bridget suscita in noi nasce anche dal fatto che la protagonista e la voce narrante, attraverso l’artificio della voice off del diario, sono la stessa persona e l’autoironia del commento fuori campo depotenzia e relativizza gli insperati successi di Bridget, evitando che fra le righe si affacci il demone dell’invidia. Solo che questo marchingegno narrativo è difficilmente reiterabile perché rischia di incepparsi in un double bind paralizzante. Se non si vuole sfidare troppo il principio di sospensione dell’incredulità, bisogna pure assegnare qualche qualità alla nostra ragazza (che infatti scopriamo essere un’ottima giornalista, una persona oltremodo sensibile, ma anche di carattere ecc.) perché altrimenti, alla lunga, risulterebbe inspiegabile il suo successo sia in amore che negli affari, ma se la si solleva troppo dall’aurea mediocritas, si mette in crisi il processo di identificazione. Per questo la narrazione si ingegnava per escogitare, nella miglior tradizione della commedia brillante, una serie di situazioni fortuite e paradossali che precipitavano nell’imbarazzo la nostra eroina, ricollocandola in una posizione di inferiorità. Era un po’ quello che succedeva, per mantenere il nostro parallelismo, quando Mike Bongiorno infilava, proprio quando poteva sembrare di essere ormai un consumato presentatore, qualcuna delle sue gaffe epocali che ci rassicuravano sulla sua indomita dabbenaggine. Se nel primo episodio di Bridget Jones le cose funzionavano ancora, nei passaggi successivi, il meccanismo era diventato troppo usurato e quindi smaccato: per mantenere in piedi l’edificio, era stato necessario gonfiare a dismisura la concatenazione di contrattempi e imprevisti e il tutto più che comicità e simpatia aveva suscitato noia. L’ultimo (si spera che sia l’ultimo, proprio per i motivi sopra esposti) episodio della serie ha il merito di resettare la storia. Bridget Jones è una vedova cinquantenne, perennemente in pigiama, assediata da due marmocchi adorabilmente infernali (anche se il più grande cova il dolore per la morte del padre) e braccata dai consigli degli amici che per lo più, con grande profondità di introspezione psicologica, si riducono a: “Torna a fare sesso!”. Tutto così può ricominciare da capo con una nuova freschezza, favorita anche da una scrittura che, non dovendo più inventarsi iperboli, è tornata brillante e da un ritmo che calibra accelerazioni e rallentamenti, ironia indulgente e sentimentalismo zuccheroso (che c’è, inutile negarlo, ma non scivoliamo mai (troppo) nello stucchevole). Ovviamente non importa nulla che il tutto risulti poco credibile, ma nello stesso tempo prevedibile come il sorgere del sole ad oriente. La cinquantenne si toglie lo sfizio di un amorazzo con un ragazzo ingenuo e gentile come Candide, ma con il fisico di un supereroe della Marvel, torna con successo al lavoro, risolve i problemi del figlio ed elabora il lutto per poi convolare in modo sorprendente con quello che non avreste “mai” immaginato potesse essere il suo tipo.  Ma forse c’è un altro segreto nella riuscita di questa ultima fatica di Bridget Jones ed è nascosto in quell’atmosfera di dolce malinconia che avvolge la storia. Troviamo i vecchi protagonisti della saga (con in più, sul prezzo, una bravissima e bellissima Emma Thompson nel ruolo della ginecologa di Bridget, tanto assennata, quanto caustica). Tutti però, come noi, piuttosto invecchiati, spesso imbolsiti, più disincantati, senza per questo essere diventati più saggi, ma neppure più cinici. È il caso, su tutti, di Daniel (Hugh Grant) che non rinuncia ad essere uno sciupafemmine fuori tempo massimo, ma sembra essere più a suo agio come babysitter dei frugoletti di Bridget. Ed è sempre rassicurante, guardare indietro e vedere che, in fondo, a parte le rughe, poco cambia.

Lascia un commento