Il ragazzo e l’airone

A dispetto della complessità straripante di simbologie, ora ambiguamente univoche nella loro evidenza, ora esasperatamente criptiche che si affastellano nell’ultimo film di Miyazaki, sembra essersi affermata una interpretazione abbastanza consolidata. A voler seguire quanto Toshio Suzuki, produttore e amico del regista giapponese, ha rivelato in un’intervista a Indiewire, si dovrebbe leggere il film in chiave autobiografica. Diversi indizi convergono verso questa direzione: l’ambientazione nel periodo del Secondo Conflitto Mondiale, il confronto con le devastazioni prodotte dalla guerra, il padre del protagonista che lavora in una fabbrica di velivoli militari, tutti elementi che sono propri della biografia del regista, anche se il cuore della vicenda ricostruirebbe in modo fantastico il rapporto fra Miyazachi e lo studio Ghibli (generatore dei maggiori successi dell’autore nipponico). L’enigmatico personaggio del prozio del protagonista Mahito incarnerebbe in quest’ottica il caro e rimpianto amico di Miyazaki, Isao Takahata, mentore del regista e co-fondatore assieme a lui dello Studio Ghibli (la misteriosa torre del film), ma anche, dopo la morte di Takahata durante le fasi di lavorazione della pellicola nel 2018, rinvierebbe contemporaneamente allo stesso Miyazaki, incerto sulla eredità creativa da lasciare alle generazioni a venire.

Senza voler dubitare della ricostruzione di Tosho Suzuki, che si assegna anche la parte, non indifferente nel film, dell’airone (e chi siamo noi per dubitarne), bisogna però anche notare che Miyazaki mette in guardia da letture troppo riduttive: ad esergo di una delle tante soglie che segmentano il suo mondo, o sarebbe meglio dire i mondi strabilianti a cui ci introduce, è presente il motto poco rassicurante: “Chi cerca di capire, perirà”. Che, a prima vista, potrebbe voler essere una esortazione a non tentare di decifrare razionalmente l’accavallarsi di geroglifici spaesanti che complicano le sontuose immagini di Miyazaki, ma a lasciarsi semplicemente catturare dal loro flusso. Oppure, forse, potrebbe voler anche dire: “Solo perendo si può capire”.

Tutta la narrazione è, del resto, pervasa da un cupo senso di morte che si annuncia nello sfavillio e poi nell’esplosione espressionista delle prime scene. Giappone 1943, l’ospedale dove si trova la madre del giovane Mahito è devastato da un incendio, probabilmente causato da un bombardamento. Il ragazzo si precipita verso il luogo del disastro, fende come una lama una folla anonima e caotica mentre le figure perdono la definizione calligrafica degli abituali disegni dello studio Ghibli sfaldandosi in un eccesso di bagliori infuocati che sembrano lacerare le immagini, come il fuoco divora e accartoccia la carta su cui sono tracciate. Sono pochi minuti concitati a cui segue uno stacco che sposta la vicenda in uno scenario di quiete innaturale. Il padre di Mahito si è risposato con la sorella della moglie e si è trasferito in una villa in campagna, fra boschi, stagni e prati, per seguire più da vicino la fabbrica di aeroplani che dirige. In questo ambiente di fondali immobili, che sembrano la trasposizione di pannelli di paraventi giapponesi, Mahito coltiva il suo dolore, isolandosi nei suoi incubi, chiudendosi al mondo e, per sfuggire al contatto con la scuola e i suoi nuovi compagni, si autoinfligge con un sasso una ferita su una tempia che lo accompagnerà, come segno distintivo della sua vulnerabilità, per tutto il resto del film. A nulla vale la premura affettuosa della matrigna Natsuko e la cura un po’ petulante delle anziane domestiche di casa, Mahito rimane avvinto alla sua malinconia invincibile fintanto che non giunge a turbarlo l’apparire di una presenza aliena: un airone che irrompe nella scena in una sequenza memorabile, tagliando trasversalmente l’immagine statica della villa, dei suoi ballatoi e dei suoi giardini, quasi a voler sfondare lo schermo ed invadere la nostra stessa realtà, per poi ritrarsi, deviando di lato, in una lontananza bluastra. L’airone è per la mitologia giapponese una figura demoniaca, non tanto una presenza infernale, quanto una creatura di mediazione. Come il Daimon greco, a cavallo fra mondi diversi, fra l’umano e il soprannaturale, tra il visibile e l’invisibile. La funzione dell’airone nella narrazione è infatti quella di un bizzarro Virgilio che introdurrà Mahito nel sotterraneo regno degli inferi attraverso il portale di una torre incantata (non a caso sull’ingresso dell’edificio campeggia il dantesco “facemi la divina potestate”) governata da un potentissimo mago, il prozio del protagonista. Novello Orfeo, Mahito si avventurerà in una duplice ricerca: della madre – forse ancora in vita – e della matrigna inghiottita dalla torre – forse non ancora morta.

Una volta varcata la soglia, risulta però un po’ ozioso pretendere di poter ricostruire la combinazione di avventure folli che Mahito affronterà nell’universo dell’Averno/Inconscio, fra isole della morte Böcliniane, pietre sospese alla Magritte, fondali metafisici, pellicani voraci, anime palloncino, parrocchetti fascisti cannibali e altre allucinazioni. Se non bastasse l’esortazione iniziale, il primo coadiuvante delle avventure di Mahito, una pescatrice indomita, amica del fuoco e del vento, ammonirà il ragazzo che le infinite vele che incrociano all’orizzonte del mare sotterraneo solcato dall’imbarcazione dei due, non sono che illusioni. Piuttosto è più interessante cercare di interpretare il mood complessivo che informa questo viaggio. Intanto la velocità dell’azione, il subitaneo transitare da una situazione ad un’altra, da un miraggio all’altro senza soluzione di continuità e senza che si dia la possibilità per un Mahito, tanto caparbio, quanto stordito, di esplorare – come fece ad esempio Chihiro in La città incantata – la complessa architettura dei mondi evocati. Ma non si tratta tanto di sottolineare la spettacolarità turbinosa di questo incalzare di eventi: il ritmo travolgente è al servizio di un’idea chiave che ordina la natura fantastica dell’universo di Miyazaki: quella della variazione e della permutabilità. Ogni cosa può cangiare improvvisamente in un’altra, ogni situazione trapassa sfumando in una successiva, nulla permane identico a sé. L’intimo essere dei personaggi è rovesciabile e tiene in sé l’unità degli opposti: a partire dall’Airone, che non solo è un intermediario che guarda, da un lato, al nostro mondo, dall’altro, ad una realtà ulteriore e arcana, ma è la sua natura stessa a trattenere in sé una ambivalenza irrisolvibile. Elegante e armonioso, di una raffinatezza esangue in volo, l’airone nasconde al suo interno, come una sorta di sileno rovesciato, un essere grottesco, uno gnomo ributtante, verrebbe quasi da dire: “metà nano; metà talpa; storpio; storpiante; gocciante piombo nel cavo del mio orecchio, pensieri-gocce-di-piombo nel mio cervello” se non rinviasse a chissà quale altro personaggio della mitologia giapponese. Nella narrazione non svolgerà quindi solo il ruolo di neutrale psicopompo, ma sarà assieme rivale e aiutante dell’avventura di Mahito, oppositore e complice. Ma poi ci sono anche i pellicani feroci, che sanno però mostrare una dignità austera e triste, i parrocchetti antropofagi che si trasformano in uccellini delicati e il cupo signore del mondo parallelo, l’onnipotente prozio, prima altero e sprezzante, poi fragile e bisognoso d’aiuto. Gli elementi stessi che costituiscono la materia di questo universo sono fonte di costante metamorfosi: prevale il fuoco, per sua natura perenne e mutevole divenire fiammeggiante, ma anche l’acqua, il mare in costante fluttuazione, ma pure il liquefarsi degli oggetti e dei corpi che perdono consistenza come in un quadro di Dalì e lo sferzare del vento su cui si librano sempre mutevoli le creature dell’aria come i Warawara che da buffe amebe rotolanti si trasformano in palloncini che aspirano al cielo e poi in costellazioni. Perfino la roccia pulsa e palpita permutandosi in energia. Tutto è instabile come il gioco di costruzioni su cui si regge il mondo dell’oscuro demiurgo di questa realtà parallela, tutto è precario e inquietato da una fine prossima che sembra iscritta nelle cose stesse. Mahito oppone a questo fluire trascinante , la ostinata pertinacia della sua determinazione, in vero piuttosto intempestiva e inconcludente, visto che il ragazzo è costantemente dominato dagli eventi, come trascinato da una corrente impetuosa contro cui nulla può. L’unica scelta che saprà prendere sarà però decisiva. Rinunciare al dominio di questa realtà fantastica offertagli dal grande vecchio per tornare al mondo reale. Una decisione che sembra concludere il lungo viaggio iniziatico, punteggiato di incontri e prove che Mahito deve superare, più Tamino nel regno di Sarastro che Alice nel paese delle Meraviglie. Una scelta che parrebbe concludere anche il sofferto percorso di elaborazione del lutto del giovane per la perdita della madre. Scacciati i fantasmi e le chimere evocati nel cuore della sua tristezza accidiosa dal demone meridiano, che possono coincidere con la fissazione narcisistica che trattiene il ragazzo prigioniero del suo dolore, Mahito può rientrare nella sua esistenza ordinaria e due anni dopo, come ci mostra l’ultima scena del film tornare a Tokyo. Eppure c’è qualcosa che non convince del tutto in questa lettura rassicurante, che ribadisce e conferma la netta separazione fra il sogno/incubo della torre e quella che chiamiamo la nostra confortante realtà?

In fondo, se prestiamo ascolto alla lezione del Tao e al Buddismo Zen, ma anche alla voce di un antico saggio greco, Eraclito, anche il nostro mondo, intessuto di illusioni di stabilità e certezza, è il dominio dell’impermanenza, dell’insostanzialità, della fugacità mortale che è però premessa di ogni rigenerazione. Mahito ritrova alla fine del suo viaggio la matrigna che libererà dagli incantesimi, ma anche, Himi, una sorta di giovane divinità del fuoco che altro non è che la sua madre bambina, che sceglierà di ritornare nel mondo reale per riprovare la gioia di avere Mahito come figlio, al prezzo della propria morte arsa nel fuoco. E se fosse questa la chiave delle fantasmagorie di Miyazaki? Anche Mahito, come abbiamo visto, abbandona il lascito di onnipotenza del prozio per accettare la morte della madre, tornando nel Giappone sconvolto dalla guerra. Ma se leggiamo la decisione di Mahito alla luce della scelta della madre bambina, potrebbe non trattarsi di una semplice e compunta elaborazione del lutto che gli permette di tornare alla sua vita precedente, ma di un riorientamento globale del suo essere. Non semplicemente accettare la morte dell’altro per poter continuare a vivere la propria vita, ma comprendere che la morte è la condizione stessa, immanente della vita. Comprenderlo, ma soprattutto viverlo, non come un tragico non senso che inquina la nostra esistenza, ma nella serena quotidianità di ogni giorno, appena velata da una pacata malinconia per la caducità di ogni cosa. Ma allora, se così fosse, si potrebbe anche concludere che non esistono due mondi contrapposti: il mondo sotterraneo, il mondo degli inferi è solo lo specchio riflettente che ci permette di comprendere il nostro mondo. È perché non viviamo intimamente la labilità fuggevole del nostro essere, la finitezza costitutiva della nostra esistenza e dell’esistenza di ogni persona che c’è vicina che il nostro mondo si può trasformare, ogni volta di nuovo, in un inferno di dolore insanabile; è perché pensiamo di poter governare all’infinito l’equilibrio provvisorio delle nostre vite che ogni alterazione è vissuta come una perdita irrimediabile, come la catastrofe di un mondo. E così quello che voleva dirci la formula evocata da Miyazachi si potrebbe rileggere, non più come un invito a chiudere gli occhi, ma come un appello per una comprensione altra: introiettare dentro di noi la morte, viverla come un momento di una vita più ampia e comprensiva forse non ci permetterà di comprendere tutto, ma magari qualcosa di più di noi stessi e del mondo che ci circonda. Anche se questo, se si arresta al semplice comprendere è probabilmente insufficiente.

E voi come vivrete? Oltre che essere il bellissimo titolo giapponese del film di Miyazachi è anche il titolo di un libro, pubblicato negli anni ’30, fondamentale per la formazione di molti giovani giapponesi, che Mahito scopre come lascito della propria madre, poco prima di avventurarsi per il suo viaggio iniziatico. Tutto il film di Miyazachi è in fondo un tentativo di rispondere a questo interrogativo perché non basta la conoscenza, bisogna anche saper vivere la transitorietà irrimediabile del tutto e di noi stessi nel tutto. E voi come vivrete? Non ci permettiamo certo di rispondere, lo lasciamo fare a Eihei Dōgen,  un monaco buddista del XIII secolo

A cosa posso paragonare

Il mondo e la vita dell’uomo?

Al riflesso della luna

Nella goccia di rugiada, scossa

Dal becco dell’uccello acquatico

Qualcosa di effimero, che svanisce nel suo manifestarsi, eppure vibrante, come una goccia che indugia un attimo prima di cadere ed infrangersi, di una sua struggente ed irripetibile bellezza.

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