Dune

E allora cominciamo con le circostanza attenuanti.
Villeneuve è un signor regista. Con Arrival è riuscito a ripensare visivamente e rigenerare nell’intreccio un sottogenere (l’incontro con gli alieni) che dire che è abusato è un eufemismo. Con Blade Runner 2049 ha compiuto un’impresa da far tremare i polsi e, per molti cinephile, un’eresia a priori e se il film non è perfetto riesce però, nei momenti migliori, a rivisitare le atmosfere di Blade Runner mantenendone però il mood. E poi c’era, lasciando perdere Jodorowski, il sontuoso fiasco di Lynch. Non ho mai capito perché il regista di Mulholland Drive è stato accusato di fare proprio con Dune un film farraginoso e incomprensibile (come se il suo cinema di solito fosse lineare e cronachistico), sta di fatto che, pur nel disastro di critica e pubblico, il regista americano aveva evocato un immaginario barocco di grande fascino che avrebbe poi influenzato tanto cinema (e fumettistica) successivi.
Beh, adesso vi chiederete, almeno chi è arrivato fino a qui, perché state leggendo da 5 minuti una recensione sul film di Villeneuve e non vi stanno ancora parlando del film?
Perché, in fondo, questa è la grande trovata di Villeneuve. Posticipare.
Ok c’è la trama, del tutto accessoria: in un futuro lontano, lontano l’Impero, costituito come un sistema feudale retto da casate in sorda lotta intestina, sfrutta un mondo desertico e inospitale per trarrne una preziosissima spezia, appaltando l’estrazione del prodotto ora all’una ora all’altra casata. Poi ci sono i buoni e i cattivi (nella miglior tradizione classica dei Kalòs Kai Agatos (belli e buoni) mica da ridere con Oscar Issac con una bellissima barba da ypster, Josan Momoa, Javier Bardem contrapposti ai kakos (brutti e cattivi) tanto laidi quanto malvagi, guidati da una rivisitazione del simpatico Jabba di guerre stellari). E poi ci sono tradimenti e intrighi, legioni inquadrate di guerrieri e bande di ribelli. E i combattimenti all’arma bianca, a mezza via fra Cyrano e i Ninja, senza neppure avvertire la necessità, un po’ pedante, che c’è invece in guerre stellari, di spiegare l’ancronismo di civiltà che attraversano il cosmo e poi combattono come cavalieri medievali. E poi l’immancabile romanzo di formazione dell’eletto predestinato a salvare il mondo anzi, i mondi, e i turbamenti del giovane Timothée.
Tutto già visto, niente da dire, tutto già digerito nel corto circuito che partendo dal bestseller di Frank Herbert è passato attraverso la saga di Star Wars per ritornare poi a casa con Dune. Solo che Villeneuve riesce a distillare un nuovo ritmo, impensabile per un blockbuster, ritardando, rinviando, dilatando le attese, compiendo l’eresia, per un film d’azione, di allungare i tempi, tanto che la prima (e unica) spettacolare battaglia, rutilante di effetti speciali, che un sequel e prequel di guerre stellari si sarebbe giocata nel primo quarto d’ora, arriva quasi allo scoccare delle due ore mentre per vedere ad inquadratura piena il bellissimo volto di Zendaya dobbiamo aspettare la fine del film. Seguendo questa linea Villeneuve cerca anche di lavorare di sottrazione, non tanto nelle interpretazioni, che sono abbastanza stereotipate, quanto nelle atmosfere: giustamente non si mette a rincorrere Lynch, rivaleggiando con il suo immaginario eccessivo, ma presenta architetture essenziali, geometriche, mentre richiama negli arredi e nei costumi austeri l’Amleto di Branagh, quasi a voler, in questo modo, sottolineare la natura irresoluta e melanconica del personaggio di Chalamet e soprattutto scandisce il ritmo nel contrasto fra gli interni tenebrosi e gli esterni accecanti del deserto alludendo così alla dimensioni opposte delle trame e degli inganni da un lato e degli spazi di azzardata libertà dall’altro
In modo che si giunge alla fine dei 155 minuti e non si è che al preambolo del racconto.
Che riesca a reggere con questo incedere anche nel minacciato sequel? Questo è tutto da dimostrare

Lascia un commento