Un bon petit soldat

Brizet scopre subito le carte. Brainstorming in una riunione dei vertici aziendali di una grande compagnia assicurativa. Si vaglia un video promozionale che dovrebbe attrarre i giovani più brillanti delle università francesi, convincendoli a lavorare per l’impresa. Un video caramelloso e patinato, tutto giocato sulla accogliente inclusività dell’azienda nei confronti della disabilità. Seguono commenti sdolcinati dei manager: ciascuno fa a gara con gli altri per lodare la sensibilità, la commozione, il senso di solidarietà che promuove il video fino a che la camera passa ad inquadrare Vincent Lindon, drastico e assertivo CEO dell’azienda che pone sferzante la questione fondamentale: perché mai un giovane brillante, ottimo curriculum di studi, rosee prospettive di carriera, con davanti a sé un ampio vaglio di proposte di lavoro, sceglierebbe di accettare l’offerta di assunzione di una compagnia d Assicurazione che, come massima attrattiva, gli promette di lavorare, gomito a gomito, con un folto gruppo di storpi?
Il lavoro, la vita, le relazioni interne nella compagnia. Amali  dove si svolge per lo più l’azione si giocano su due livelli, emblematici della nuova dimensione etica in cui – suggerisce Brizet – siamo ormai tutti coinvolti. Non più l’essere della finitezza umana, delle passioni e degli egoismi, che vuole superarsi e tende verso il dover essere dei valori morali, ma il «come dovrebbe essere», la dimensione pacificata, rasserenante, inclusiva, altruistica, rispettosa, sollecita, amorevole (Amali, nomen omen in una caustica antifrasi) che è solo però una facciata. Dietro questa apparenza pacificata ribolle l’essere della competizione ferina, della pressione asfissiante per ottenere risultati, della sopraffazione come metodo e valvola di sfogo che cade a cascata dai vertici dell’azienda ai ruoli inferiori per cui chi sta sopra può scaricare la sua rabbia repressa e la sua frustrazione sui sottoposti, con la tacita connivenza dell’organizzazione. Ed infine la paura come condizione perenne – paura di incorrere nelle reprimende dei superiori, paura di perdere il posto di lavoro, paura soprattutto di non dimostrarsi all’altezza delle aspettative degli altri, dei dettami dell’organizzazione che si sono ormai introiettati come un sorta di imperativo categorico aggiornato ai tempi dell’economia dell’accumulazione flessibile. Le bon petit soldat è Carla, una junior manager neo-assunta nell’azienda, competente, infaticabile, propositiva. Attanagliata dalla paura. Paura di sbagliare, ansia di non reggere la competizione, di non corrispondere alle richieste dei superiori. Brizet la mostra sempre all’interno dell’azienda o nei tragitti in metro fra il lavoro e una casa misteriosa, mai inquadrata. Carla non ha una vita fuori dell’azienda, le sue relazioni sociali – con le amiche, l’ex marito (bellissima la sua figura), il figlio – sono sempre virtuali, mediate da videochiamate o telefonate in momenti multitasking, ritagliati al lavoro. Mentre consuma frugali pasti davanti al computer e messaggia per lavoro, discute con l’ex marito dell’educazione del figlio o scambia qualche battuta affrettata con il suo bambino. Carla ha un ruolo delicatissimo nell’azienda è la cinghia di trasmissione che collega i due mondi del “come dovrebbe essere” e dell’ “essere”. Si occupa della gestione del personale: “dovrebbe” garantire il benessere dei lavoratori, condizione indispensabile per la loro produttività, prestare attenzione ai loro problemi, appianare le situazioni di conflitto del personale, ma “con juicio” , verrebbe da dire con il Gran Cancelliere Antonio Ferrer. Va bene prendersi cura del personale dell’azienda -come reciterà il claim vincente di Amali – basta che questo non leda gli interessi degli azionisti, non comprometta la competitività, non riduca la “sana” tensione verso obiettivi di produttività sempre più ambiziosi e irrealstici, non intacchi cioè proprio quei fattori che aumentando su tutti la pressione sono alla radice di quello stesso disagio che Carla dovrebbe attenuare. Carla vive la stessa contraddizione paradossale nei rapporti con il figlio. Carla ama sinceramente Louis, il suo bambino, anche se gli dedica pochissimo tempo, è preoccupata e vorrebbe il meglio per lui, ma questa apprensione si traduce in una richiesta performativa di prestazioni. La media del 7 che il ragazzino ha raggiunto a scuola fa schifo, è la cartina tornasole di una mediocrità meschina, l’anticamera di una vita da fallito. Louis, con una tenerezza commovente, cerca inutilmente di conquistare la mamma dimostrando la sua abilità nel ricomporre il corretto allineamento dei colori nel cubo di Rubik o per coinvolgerla nella sua allegria quando con il papà si lancia a capofitto nelle montagne russe. Niente da fare. alla madre interessa la definizione corretta di retta che i bambino non riesce a ricordare, la preparazione didattica, i risultati scolastici. In una dei richiami che intessano una sceneggiatura molto precisa e stringente, al surplus di violenza gratuita esercitata da una capo sezione su una sua sottoposta, accusata di non essere all’altezza dei suoi compiti – episodio di esplicito di mobbing che pone Carla davanti ad un dilemma etico e mette in movimento la narrazione – corrisponde l’esplosione di rabbia di Carla di fronte all’approssimazione del figlio interrogato – in Zoom ça va sans dire – sulla lezione di matematica.
La messa in scena di Brizet è asciutta, distaccata e agisce cercando di illuminare i punti di frizione fra i due piani della nuova etica aziendale. E così abbiamo il “dovrebbe essere” delle grottesche attività di promozione del benessere del “manager alla felicità” che chiede suadente agli impiegati di esplicitare il loro minuto di gioia giornaliero o li coinvolge in stupidii giochini di ruolo per potenziare solidarietà e comprensione, mentre nell’ “essere” i deboli sono schiacciati e liquidati come inutile ciarpame. Forse, in alcuni casi, la ricerca di questi effetti antifrastici è un po’ troppo esibita (la bullizzata e la sua carnefice che sia abbracciano in uno degli esercizi promossi dall’ineffabile e ignaro manager alla felicità). Forse certe scelte di casting sono un po’ troppo marcate (era necessario scegliere una specie di orchessa per ricoprire il ruolo della capo sezione prepotente e brutale?). Ma a tutto supplisce l’abilità degli interpreti: Lindon, spietato e sbrigativo comme il faut, ma soprattutto Alba Rohrwacher, ormai giunta, anche grazie alla collaborazione di Brizet, ad una maturità espressiva che le permette di sostenere un ruolo molto difficile, riuscendo a tenere assieme ed a trasmettere con la sua recitazione quell’impasto di apprensione, affetto, timore, ma soprattutto il senso di impotenza, frustrazione, rabbia repressa che animano il suo personaggio, fragile, sempre sul punto di sentirsi schiacciato dalle circostanze, sempre alla ricerca di approvazione, ma non tanto da chi ama, quanto da chi teme. Se possibile però ancora più brava è Vanessa Milot nel ruolo della signora Morel, la dipendente poco efficiente, oggetto del mobbing violento della sua capo reparto. Vediamo Milot nei due dialoghi con Carla, prima quando la manager alle risorse umane cerca una soluzione di compromesso, spostandola ad una nuova mansione, poi quando, subendo la pressione dei suoi superiori, Rohrwacher è costretta a licenziarla. È l’esempio di quello che potrebbe accadere a Bartleby nella nuova realtà aziendale. Il “preferirei di no” di Morel davanti alla richiesta di trasferimento è reticente, impotente, ipocrita tanto quanto la gentilezza e la disponibilità dimostrata da Carla, così come la difesa dell’impiegata di fronte alle ingiuste accuse che motivano il suo licenziamento risulta maldestra, arrendevole, rivela una debolezza che spinge la manager quasi ad infierire sadicamente sulla sua vittima. Più che le parole, scarne e inefficaci, è lo sguardo rassegnato, la postura impacciata a rivelare tutto: la non corrispondenza ai parametri aziendali vissuta come colpa esistenziale.
Poi, circolarmente, il film termina come era iniziato, con la visione della nuova versione del video promozionale della compagnia: non ci sono più i siparietti mielosi e ipocriti con i disabili anche se il nuovo claim “Amali si prende cura dei suoi clienti, si prende cura dei suoi dipendenti” trasuda falsità come una banconota da 7 euro. Partono i primi commenti, cauti, nessuno vuole bruciarsi come la prima volta, ma quando il CEO manifesta la sua incondizionata approvazione si scatena la rincorsa servile all’elogio iperbolico. La macchina si ferma su Carla, defilata in un angolo dell’ampio tavolo, per un attimo ci si potrebbe aspettare una reazione d’orgoglio, quale quella di Sordi alla conclusione di Una vita difficile. Ma non è più quel tempo e quell’età. E così proviamo una sensazione di deja vu vedendo Carla che abbassa gli occhi, che armeggia con la sua borsa, che cerca di non incrociare lo sguardo dei suoi colleghi. La stessa postura del corpo, la stessa acquiescenza, lo stesso senso di colpa che abbiamo visto poco prima nella signora Morel.

 

 

 

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