Qual è la storia di Souleymane? C’è una feconda ambiguità nel film di Boris Lojkine che si racchiude già nel suo titolo. A cosa allude quella storia? Alla vita disperata di Souleymane, uno dei tanti invisibili che sfreccia per le strade delle nostre città per consegnare cibi già pronti, ultima frontiera di una new economy sempre più user friendly? O è quella inventata di un passato politico di persecuzioni nel suo paese d’origine, che il ragazzo cerca angosciosamente e senza troppa speranza e convinzione di mandare a memoria tra una consegna e l’altra per riuscire a convincere i funzionari dell’Ofpra (l’ufficio francese di protezione dei rifugiati e degli apolidi) a concedergli un sospirato asilo? O è ancora la sua vera storia, che rimane nascosta fino alla confessione finale? Souleymane è un immigrato della Guinea in attesa del colloquio da cui dipende la sua permanenza nel paese d’oltralpe. Un sistema burocratico che non si sa se chiamare crudele o beffardo gli permette di rimanere in Francia ad aspettare l’espletamento delle sue pratiche di accoglienza, impedendogli però di lavorare e di sostentarsi e costringendolo quindi ad affidarsi al mondo del sub-appalto della precarietà. Il ragazzo accetta di lavorare in nero per poche decine di euro alla settimana, utilizzando l’account di driver di un suo conoscente africano che lo sfrutta. Prima regola della società ultraliberista: smantellare ogni possibile rete di solidarietà, incentivando, in un inveramento dei presupposti ideologici del darwinismo sociale, una concorrenza spietata fra gli ultimi. Perché c’è sempre qualcuno più in basso, con meno risorse, più disperato. Souleymane per tutte le 48 ore che precedono l’incontro con i funzionari dell’Opfra cercherà affannosamente di farsi pagare dal suo “datore di lavoro”, per pagare a sua volta un ambiguo personaggio che gli dovrebbe fornire i documenti che comprovano la sua storia posticcia di persecuzione nel suo paese natale, individui che stanno appena sopra di lui nella gerarchia dei fuori-casta, ma che si sono già ingegnati per trarre profitto dai nuovi arrivati. Nello stesso tempo dovrà liberarsi di altri immigrati che vogliono da lui insistentemente aiuto, reietti per i quali ascendere allo stadio di sfruttati senza garanzie come Souleymane è già una promozione sociale. Nella prima parte del film la videocamera a spalla rimane incollata alla nuca di Souleymane, segue caracollando le sue vertiginose gimcane in bici nel traffico, le infilate di semafori rossi che il ragazzo oltrepassa imperterrito in una azzardata roulette russa contro il tempo. Il montaggio concitato intervalla queste corse a perdifiato con i momentanei incontri con la clientela: usci semichiusi, indifferenza che sconfina nella diffidenza, razzismo neppure troppo latente ed episodici quanto casuali squarci di umanità, ma tutto divorato dall’ansia della prossima consegna o dall’urgenza di arrivare per tempo all’appuntamento con il pullman che lo porterà in un dormitorio pubblico, unico, desolato rifugio nella giungla metropolitana di una Parigi tanto inospitale quanto impersonale. Souleymane è un volto che emerge nella massa di senza nome, scrutato dalla macchina da presa in intensi primi piani che ci mostrano oltre allo sconforto e all’angoscia del ragazzo anche la sua volontà tenace di preservare una parvenza di dignità, di rispetto di sé che passa attraverso l’arduo riconoscimento da parte degli altri della sua umanità. Lojkine compie la scelta ponderata di non accentuare la drammatizzazione delle situazioni, di non trasformare la vicenda del giovane africano in un calvario: certo ci sono incidenti (e vorrei vedere, come su di un ottovolante viene il cuore in gola a seguire i sobbalzi e gli zig-zag frenetici di Souleymane), pericolosi ed umilianti incontri con la polizia, clienti ed esercenti indisponenti e arroganti, ma niente che non possa tranquillamente rientrare nell’ordinario dei gironi infernali che si intrecciano inavvertiti alla nostra tranquilla quotidianità, all’interno dei quali pulsa però anche la vitalità irrazionale e la desolata allegria di tante esistenze che annaspano per rimanere a galla, senza altro scopo apparente di sopravvivere nella miseria. Eppure, la fenomenologia della marginalità emarginata e spremuta all’osso dai cicli produttivi dell’accumulazione flessibile è solo il pre-testo per giungere a quello che interessa maggiormente a Lojkine, lì dove tutto il racconto, un flashback che anticipa l’acme drammatico della vicenda, converge, lì dove la velocità frenetica della prima sezione, si tramuta in lentezza impacciata, lì dove la menzogna trapassa in confessione. Souleymane giunge alla fine al colloquio che deve decidere del suo futuro, insicuro e incerto, forte solo della sua improbabile bugia, di cui gli mancano troppi dettagli, passaggi intermedi che solo possono dare credibilità ad una storia inventata. C’è un parallelo che viene subito in mente, una scena analoga filmata con la consueta asciuttezza ai limiti dell’astrazione dai fratelli Dardenne in Tori e Lokita. Lì la camera con un primo piano impietoso inquadrava solo l’imbarazzo, le contraddizioni, la vergogna di una giovane africana che vedeva la sua storia sfaldarsi davanti alle domande gentilmente persecutorie della voce fuori-campo dell’intervistatore. Qui Lojkine decide per un più convenzionale campo controcampo: le inquadrature di Souleymane sempre più in difficoltà e impotente, filmato innaturalmente dal basso verso l’alto per sottolineare il suo disagio si alternano a quelle frontali dell’impiegata che vaglia la sua testimonianza, una straordinaria Nina Meurisse che diviene, con la sua cortesia decisa, la sua umanità professionale, ma soprattutto con la sua stanchezza rassegnata il vero centro spiazzato della sequenza. Pacata, accogliente, ma inesorabile l’impiegata costringe Souleymane alla verità. Al rischio di apparire insensibili, non è poi così importante il contenuto della confessione del ragazzo (che ci racconta una storia di amore filiale e indigenza e per inciso richiama l’esperienza di vita dello stesso bravissimo Abou Sangaré, l’attore non professionista scelto dal regista per interpretare il ruolo del rider). Ambiguo e sfuggente è invece il senso di questa scena che Lojkine lascia volutamente aperto, a disposizione dello sguardo dello spettatore. Il sollievo sconsolato che Souleymane dimostra potrebbe indicare una tragica redenzione attraverso cui il ragazzo, depredato di tutto, anche del suo passato, riacquista la sua identità, al prezzo del suo futuro. Oppure stiamo forse assistendo all’umiliazione finale, all’ingiunzione alla verità, da assumersi come colpa, da parte di un’autorità che si vuole imparziale e retta ed è invece astrattamente disumana. Certo è che siamo di fronte all’aggiornamento ai tempi moderni del ben conosciuto Comma 22: solo se sei retto ed onesto, se dici la verità, meriti di essere accolto nella terra dei giusti, ma se sei onesto e dici la verità, non puoi essere accolto. Paradosso che ben riflette l’ipocrisia dei “nostri” diritti che si pretendono universali, ma che ci teniamo ben stretti e da cui onestamente escludiamo chi si illude sulla nostra sincerità.
