Qualcosa già avrebbe potuto insospettirci quando John Jorrisen (Jack Huston), un brillante professore di filosofia del Ridgemont College, dà buca alla conturbante, ma remissiva prof.ssa Rebecca Richards (l’affascinante e sensuale Sofia Boutella), pare di capire non per la prima volta. Ok, una cenetta veloce, ma poi di filata a lavorare al suo libro su Spinoza e così Rebecca capisce di aver ingaggiato inutilmente la babysitter del figlio quattordicenne per la notte. Eppure, John sembra sinceramente affezionato alla donna e premuroso con suo figlio, solo che c’è Spinoza di mezzo. Qualcosa si intuisce di più quando, ai funerali del padre di John, mancato dopo una lunga malattia, si presenta un giovane uomo, un latino, apparentemente estraneo alla famiglia, agli amici e ai parenti del defunto, la cui presenza sembra turbare il professore. John si informa sul misterioso personaggio, lo segue di nascosto, lo vede entrare in un locale per gay e i pedinamenti del professore cominciano ad accavallarsi ai ricordi.
Stiamo entrando nell’ennesima esangue variazione del cinema di Schrader. Siamo sempre lì, come nel gioco dell’oca quando si ritorna alla casella di partenza: un peso innominabile grava nel passato dell’uomo, un rimosso che perturbante ritorna sconvolgendo il presente. Con l’eterno interrogativo: la colpa segna irrimediabilmente il destino o è possibile il riscatto?
Non so cosa mi ha irritato di più in questo film, certo c’è l’imbarazzo della scelta. Il modo superficiale, “bignamesco”, servilmente funzionale alle sue trite speculazioni con cui Schrader tratta il pensiero di Spinoza, sottoponendo il filosofo olandese anche all’umiliazione di fare passeggiare il suo spettro nel campus assieme a John per somministragli pedanti consigli sulla ragione come guida al controllo delle passioni (per inciso, per Spinoza la ragione non può nulla contro la forza delle passioni, ma lasciamo perdere…)? Oppure la maniera goffa e kitsch, involontariamente pruriginosa, con cui è ritratto l’universo omossessuale, come se fosse spiato dal buco della serratura? O anche le riprese in bianco e nero sfumate della seduzione di un John ragazzo, insegnante di piano, che balla con un suo allievo quattordicenne – ma questo è niente – perché con gli stessi effetti flou ci viene mostrato il dialogo del padre di John con il figlio: “Ok hai fatto una fellatio al figlio del giardiniere, dovrò pagargli gli studi per il resto dei suoi anni per fare stare zitta la famiglia. Mi raccomando però non farlo più” – “Mi spiace, va bene papà”. Vi assicuro, le parole non saranno esattamente queste, ma il tono è quello di due lord inglesi che discorrono al club sull’ultima partita di polo.
Poi con un pot-pourri imbarazzante di Seneca e Socrate il nostro John scava nel suo rimorso interrogandosi in modo melodrammatico, del tutto ingiustificato da quanto il film c’ha fatto conoscere del personaggio, se l’impossibilità di vivere secondo virtù deve portarlo al suicidio.
Costruire un film attorno ad un supposto dilemma morale e al peso della colpa, non è garanzia di profondità etica e indecidibilità metafisica. Non è neppure garanzia di un film accettabile. Non lo è soprattutto se la sceneggiatura è tanto confusa quanto pretenziosa.
Nonostante questo, pare che il film di Schrader sia piuttosto piaciuto alla critica anglosassone. Che dire? Probabilmente si tratta di una non esercitata padronanza di The Basics of Philosophy.
