Gao è scomparso. Non proprio scomparso. Il suo computer è rimasto acceso e il suo Avatar si muove ancora in mondi virtuali fra paesaggi stranianti e surreali e una casetta piena di ricordi opportunamente arredata dal ragazzo. Cheng, un amico di Gao, suo compagno di appartamento e di lavoro in un azienda di programmazione di giochi digitali, muove il suo avatar alla ricerca dell’amico. Tracce che si confondono fra l’immateriale e la vita reale: un diario nascosto su di una scogliera su di un mare infinto, una ragazza che lo aspetta, un rider troppo pressato dalle consegne che incappa in un incidente mortale. Come in un incidente forse è morto annegando Gao. In una scena molto bella e commovente, Chang e la sorella del ragazzo scomparso, l’una di fronte all’altro, parlano via chat per non turbare con il ricordo della tragedia la madre che raccoglie le poche cose del figlio in un’altra stanza. Delicatezza delle comunicazioni digitali.
Potrebbe sembrare ad un primo sguardo superficiale che il film ci metta in guardia dal confondere mondo reale e universi digitali, ma è una lettura affrettata, forse moralistica. Questo scambio è già avvenuto nella vita di ogni giorno, nello scrollare compulsivo dei cellulari, nei video postati attraverso cui certifichiamo la nostra esistenza, nell’autismo dei social (tutti in effetti nel film sembrano un po’ autistici). Il film di Dong Jie è già dentro questa ibridazione, non lancia invettive, non disegna foschi orizzonti in cui si affaccia lo spettro di una post-umanità alienata. Si muove, anche da un punto di vista estetico, lungo un confine, poroso e mobile, è consapevole di una mutazione in atto e ne sonda i risvolti lì dove memoria, immaginario, desiderio si combinano nel sovrapporsi di piani di realtà diversi e la morte non è lo sprofondare nel nulla, ma potrebbe essere intesa come una soglia reversibile fra virtuale e reale. Territori inesplorati dove però vive ancora una profonda a volte sofferta a volte delicata e fragile umanità.
