Cosa ha fatto, cosa ha fatto di male la meravigliosa Marylin per meritarsi tutto questo? L’assunto è scontato: la fresca bellezza di Marylin, la sua ingenua sensualità nascondevano una donna sofferta, tormentata, fragile, stritolata dallo star system, abusata dalla macchina dello spettacolo, esaltata dal desiderio di milioni di uomini per essere ridotta ad un semplice pezzo di carne da consumare. Ma la sceneggiatura prolissa di Andrew Dominik e soprattutto la sua messa in scena stucchevole rimangono prigioniere degli stessi stereotipi rovesciati. La donna Norma Jane al di sotto della diva Marylin non ha nessuna complessità, nessuna profondità, schiacciata così com’è sui cliché della bambina non voluta, picchiata dalla madre, e della donna che ricerca in ogni uomo della sua vita il padre inesistente. Ma non è questo il limite maggiore del film di Dominik quanto il fatto che per declinare questo po’ po’ di analisi del profondo si dispieghi una macchina kitsch di rara efferatezza, con i feti di Marylin che rimproverano la mamma per gli aborti passati e futuri e missili atomici svettanti che si rizzano in posizione eretta mentre John Fitzgerald Kennedy, con la postura di un Caligola perverso, nudo con il busto per il noto mal di schiena, costringe Marylin ad una fellatio. Diciamo che anche la redazione del Lercio si sarebbe vergognata di proporre un quadretto simile, non tanto per un eccesso di moralismo, quanto perché non fa neppure ridere – e comunque il tragico è che non c’era un briciolo di ironia.
Un piccolo inciso, poi, sui pupazzi che fluttuano nel liquido amniotico. Aldo Nove si è scagliato contro chi si sarebbe sentito imbarazzato da queste scene solo perché punto nella sua cattiva coscienza abortista. Per carità, non scomodiamo i massimi sistemi e, per una volta, lasciamo perdere l’ideologia. C’è che, se sceneggiatura e messa in scena congiurano assieme per evocare il massimo pathos, suscitando soltanto il ridicolo, qualcosa probabilmente non funziona.
Il tutto poi propinato per quasi tre ore di scene che virano senza soluzione di continuità fra il colore e il bianco e nero, accomunate però dalla medesima estetica patinata da calendario Pirelli (con tutto il rispetto per il calendario Pirelli), con tanta voglia di épater le bourgeois, ma con la stessa carica eversiva e dissacrante di uno spot della Miralanza. Dal disastro non si salva neppure la bella e brava Ana de Armas, che, a parte il fatto che non c’entra nulla con Marylin – e va be’ su questo si può anche sorvolare – anche se cerca con passione di infondere un po’ di vita al suo personaggio, affonda fra i meandri di una sceneggiatura imbarazzante, sacrificata ai vezzi di una regia pretenziosa.
