Living

Tutto si ripete sempre uguale nel grigio ufficio del grigio Mister Williams: il chiacchiericcio dei subordinati, le pratiche da sbrigare, gli incartamenti che si affastellano in pile abbandonate. Poi un giorno accade l’inaudito. Mr.Williams non si presenta al lavoro.

Forse solo una personalità raffinata, posta a cerniera fra due mondi, come quella di Kazuo Ishiguro, sceneggiatore del film di Oliver Hermanus , poteva cogliere con acume e un pizzico di ironia il parallelismo fra due società imbozzolate nel loro algido rispetto delle convenzioni sociali come quella giapponese e quella inglese. Proprio per questo la trasposizione del film di Kurosawa “Vivere” nella rigida austerità della Londra del secondo dopoguerra funziona alla perfezione, richiamando le atmosfere del primo film, ma, nello stesso tempo, mostrando un carattere proprio, originale e coinvolgente. C’è poi un sentore di elegante classicità che avvolge l’opera di Hermanus e traspare già nella sua struttura lineare: la narrazione prende il via dalla piatta quotidianità dell’ordinario: la monotona routine del vuoto lavoro d’ufficio di Mister Williams che viene interrotta dall’annuncio di una malattia mortale; alla frattura della normalità corrisponde lo smarrimento, la perdita di punti di riferimento e l’ingresso in una realtà stra-ordinaria segnata da una serie di incontri che favoriscono il progressivo dileguarsi del vecchio io: prima un avventuroso scrittore cerca inutilmente di iniziare un refrattario e sperduto Mr Williams ai piaceri della vita, poi una ragazza ingenua e un po’ impertinente permette al protagonista di guardarsi dall’esterno per potersi finalmente comprendere. Infine l’approssimarsi della morte coincide con la rinascita di Mister Williams proiettato nella sua nuova missione: dedicare gli ultimi mesi di vita per realizzare un parco giochi, il cui progetto era stato precedentemente inghiottito nelle paludi della burocrazia. In questo modo il film di Hermanus e Ishiguro si dipana come il più classico dei romanzi di formazione. Solo che, in questo caso, non è un giovane di belle speranze a diventare se stesso, aprendosi alla vita, ma è un vecchio ormai senza speranza che, dismettendo finalmente quella maschera di imperturbabile e vacua serietà indossata per paura e per noia, ritrova alla luce del tramonto della propria esistenza la gioia di vivere di quando era bambino, cantando sereno nella notte nel parco giochi appena inaugurato. Ma il merito maggiore del film di Hermanus non sta in questo epilogo e neppure nella ricercatezza della fotografia e delle inquadrature, sempre impeccabili anche se un po’ prevedibili, né nella accurata ricostruzione degli ambienti, quanto nella delicata misura con cui Bill Nighy riesce a farci percepire la sofferta evoluzione del personaggio. Partendo da una condizione in cui la rigida corazza del formalismo estingueva nella apatia ogni emozione, Mr.Williams giunge ad una nuova consapevolezza che però è ugualmente condizionata dall’intimo, invincibile pudore nel manifestare i propri sentimenti. Il timore di invadere la sfera dell’altro, di turbarlo con le proprie angosce, ma anche di mostrare la propria fragilità, trattiene sulla soglia Mr.Williams. È tutta una sapienza di sfumature, un contrappunto fra gentile cortesia e non detto quello che, con minime variazioni di espressione, riesce a comunicare la malinconica e poi trattenuta tristezza di Bill Nighy. In apparenza nulla è cambiato, in realtà, nel confronto con la morte è sbocciata una nuova vita.

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