È stata la mano di Dio

Come nell’inquadratura in soggettiva di Apocalipse Now, quando gli elicotteri della cavalleria leggera di Robert Duvall arrivano dal mare verso la costa, così lo sguardo si apre in una panoramica avvolgente, dal golfo di Napoli verso la città che si avvicina a poco a poco mentre la macchina da presa plana sul mare solcato dalle scie dei motoscafi e poi scivola, zummando sulla litoranea, per seguire la vecchia e maestosa Rolls Royce nera di San Gennaro. Nella scena successiva una prorompente Luisa Ranieri è inquadrata obliquamente, dal basso verso l’alto: una madonna pagana trasudante sensualità con una cosa addosso che tutto si può chiamare fuorché vestito, dato che ha solo la funzione di esaltarne le forme e il seno turgido da dea mediterranea della fertilità. San Gennaro dà uno strappo alla donna, passando però prima per casa, un palazzo barocco, corroso e fatiscente, che si illumina nel fulgore di un enorme lampadario boemo, sfracellato al suolo, dove il santo condivide l’affitto con il monacello, altra mitica presenza dell’immaginario napoletano.
Benvenuti nel cinema sontuoso, lussureggiante, carnale di Sorrentino.
Dopo la firma, però, il regista rallenta, mette a regime i motori e ci fa entrare in un Amarcord trasferito di peso dalla Romagna all’ombra del Vesuvio quasi seguendo, in un’immagine che ricorre più volte nella prima parte del film, il corridoio scuro di una casa di campagna che si apre sul sole languido della nostalgia. Qui le atmosfere agrodolci felliniane sono graffiate da un’ironia un po’ greve alla Wertmuller ed animate dai fuochi d’artificio di una famiglia allargata, chiassosa e vitale ed insieme dai sogni di un ragazzino, sospesi fra l’erotismo sconvolgente della zia Patrizia e il fantasma onnipresente di Maradona. E la prima sorpresa positiva è proprio Fabietto, l’alter-ego del regista che gira con questo film una sua sofferta autobiografia. Sia il suo personaggio, sia l’attore Filippo Scotti, con i suoi capelli arruffati, le cuffiette del walkman perennemente a decorazione del collo (ascolterà la musica solo nell’ultima scena del film) e quest’aria da bravo ragazzo, pallido e gentile con una sua, seppur celata dalla divisa adolescenziale, naturale eleganza: la risposta napoletana verace (anche se Filippo è nato in Lombardia) al languore dandy e patinato di Timothée Chalamet. Ma non aspettatevi i turbamenti del giovane Törless, né l’energia ribelle di Antoine Doinel: Fabietto è un ragazzo simpatico, ma assieme una trasposizione partenopea dell’uomo senza qualità. A parte il calcio, ma anche qui non fa che partecipare alla travolgente ossessione cittadina che ha assorbito con il latte materno, non sembra avere passioni, ne interessi definiti; è al centro di relazioni, ma appare più per le connessioni con gli altri personaggi che per la sua marcata personalità. E così, in una serie di segmenti narrativi, esilmente legati fra di loro dal fil rouge del ricordo, ciò che emerge è più la comunità picaresca e colorata dei parenti e degli amici, per lo più macchiette, a dire il vero, dove però spiccano i bellissimi personaggi di una madre birichina (una straordinaria Teresa Saponangelo, già la sua interpretazione vale il prezzo del biglietto), amante degli scherzi e della giocoleria e di un padre (Toni Servillo, che timbra il cartellino di una interpretazione vivace e colorita), anche lui, a suo modo, birbone visto che, nonostante l’autentico e appassionato amore per la moglie, tiene anche un’amante ufficiale con figliuolo bastardo al seguito. Ma, nonostante la crisi di Fabietto quando scopre la cosa, non ci si deve preoccupare più di tanto. La Napoli di Sorrentino (banalotto dire che è con Fabietto/Paolo la vera protagonista del film?) è una hegeliana contraddizione reale: in una città la cui squadra di calcio scalcagnata e iper-indebitata compera il più famoso e costoso giocatore del mondo, dove le baronesse vedove di luminari della ginecologia vivono in condomini popolari, dove l’incarnazione della Grande Madre, di Ištar, Astarte, Cerere e Afrodite Pandèmia è sterile, dove un ragazzo garbato di buona famiglia diventa amico di un contrabbandiere tamarro, cosa volete che sia la combinazione fra sincero amore coniugale e corna?
Ma, a proposito di Hegel, già la Fenomenologia dello Spirito – e Fabietto/Paolo ha frequentato il Liceo Classico – ci aveva insegnato che il romanzo di formazione della coscienza in cerca di se stessa non può che attraversare il passaggio obbligato della morte.
Si spengono le luci, il ritmo rallenta fino quasi ad arrestarsi per mettere in scena la solitudine, il dolore, l’assenza. Nella prima scena di questa nuova sezione, quando Fabietto viene a sapere della morte dei genitori, la sua rabbia, così incongruente per il personaggio che fino allora conoscevamo, il suo furore cieco, che lo porta a sbattere come una pallina da flipper contro le mura della sala d’aspetto in ospedale, ci dicono molto sulla volontà di Sorrentino di mettersi a nudo. Con grande coraggio. Anche perché non è questo il cinema che più si confà al suo stile. E un po’ si vede, nella seconda parte del film. Non sempre, infatti, Sorrentino riesce a reggere il cambio di registro, scivolando, a volte, nella coazione a ripetere di consueti manierismi, che sembrava aver messo da parte. Si ripresentano inquietanti presenze animali, non più fenicotteri, giraffe o pecore moribonde, ma un gotico pipistrello nunzio della grottesca perdita della verginità di Fabietto. Ricompaiono allusioni criptiche che dovrebbero tener dentro significati riposti (o forse no): “Come fanno gli offshore sull’acqua?” “Tuff…Tuff…Tuff..” Mah…
Soprattutto, ma forse è voluto, non pare emergano chiari segnali della vocazione per il cinema di Fabietto, che si avvia a diventare Fabio e il regista che conosciamo. Per tutto il film si attende che il ragazzo metta nel dannato videoregistratore la cassetta del capolavoro di Sergio Leone “C’era una volta in America”, ma c’è sempre una partita di Maradona da vedere, una riunione di parenti da presenziare, uno scherzetto della madre di cui scusarsi; conosce Fellini, ma perché accompagna il fratello, comparsa mancata, ad un provino; va al cinema solo per rivedere una scena che aveva visto girare in galleria Umberto I e quando chiede ad Antonio Capuano come può fare per diventare regista lo incontra perché era stato a teatro a vedere una ragazzina di cui si era invaghito. Il Washington Post, “vergin” di ogni italico “servo encomio e codardo oltraggio” parla serenamente di una sceneggiatura pasticciata, il vostro umile recensore non arriva certo a tanto. È che il cinema di Sorrentino va veloce, ma solo per prendere la rincorsa e poi bloccarsi in spettacolari epifanie visive: un uomo appeso per i piedi (Sorrentino stesso?) che pende dalla cupola di galleria Umberto I in un film dentro il film. E, strano che pochi c’abbiano pensato, l’uomo appeso dei tarocchi è assieme l’incapacità d’agire, l’essere bloccato in una posizione, schiacciato da una situazione, compresso da un dolore, ma anche la possibilità del rinnovamento e della rinascita. Osservare (e Fabietto confessa che l’unica cosa che sa fare è guardare) il mondo da una nuova prospettiva, rovesciata, che ci fa capire nuove cose, che ci va vedere nuove vie.
Il cinema, probabilmente.
O forse è solo il fascino dell’imprevisto, la volontà di stupire con l’inaspettato: come un enorme lampadario che brilla schiantato al suolo o il monacello fermo ad una piccola stazione di provincia?
Certo che, usciti dalla sala e tornati alla nostra ‘realtà scadente’, rimane però un interrogativo: avrà poi visto Fabietto quella cassetta di C’era una volta in America?

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