Quando in un film americano (ma non solo) vedi un bimbetto armeggiare con una macchina da scrivere e promettere a se stesso che da grande farà lo scrittore è altamente improbabile che si scopra, alla fine del percorso, che il nostro giovane di belle speranze, come la maggior parte degli umani, ha perso per strada le sue velleità ed è diventato, che so, un rispettabile macellaio, un intraprendente assicuratore o, se gli va di lusso, un sedicente carismatico professore di filosofia.
Se proprio non siete ferrati nel genere (cioè avete visto al massimo sei, sette film nella vostra vita), c’è poi l’immancabile voce fuori campo, che guarda il moccioso con la benevolenza del narratore che la sa lunga, a spiegarvi che quelli erano solo i primi passi di un lungo e travagliato percorso.
JR (un bravissimo Daniel Ranieri) è un bambino dagli splendidi occhi neri sognanti, contornati da ciglia lunghissime. Vive a casa dei nonni perché la mamma, abbandonata dal padre del ragazzino, dj itinerante fra diverse radio, tutte piuttosto scalcagnate, non riesce più a cavarsela da sola. La famiglia allargata di JR sembra uscita da un film di Woody Allen, non sono ebrei, ma ugualmente nevrotici e strampalati e vivono a Long Island. Il nonno patriarca, (Christopher Lloyd di ritorno da qualche viaggio nel tempo) è burbero e indisponente comme il faut e risponde a scoregge alle recriminazioni della figlia, anche se si è stretto, comunque, un tacito patto protettivo fra zii e nonni del ragazzino perché, non appena si sente la voce del padre di JR alla radio, l’elettrodomestico viene preso a mazzate (non sarebbe più facile cambiare canale?).
L’ambientazione, corredata dagli sgargianti maglioni anni ’70 e dai pantaloni a zampa di elefante, funziona anche perché è lo sfondo del vero luogo magico, il The Dickens Bar dello zio Charlie, bibliofilo a tempo perso e perdigiorno metodico, dove avviene la vera iniziazione del nostro ragazzino. Enrique Santos Discepolo, in un indimenticabile tango, parlava del Caffetin de Buenos Aires dove da ciquilin “nel tuo magico miscuglio di presuntuosi e di suicidi imparai filosofia… dadi… gioco d’azzardo e la poesia crudele di non pensare più a me stesso”. Ecco, il locale dello zio Charlie, da questo punto di vista, assomiglia più al Bar Sport di Stefano Benni, anche se Clooney lo filma con affetto e un’attenzione curata per i dettagli, avvolgendolo in quella luce calda, sfumata, con toni dominanti sul giallo pastoso che è, cinematograficamente parlando, la cifra stessa del ricordo. Charlie, un grande Ben Affleck che si prende tranquillamente 4/5 del film, è per JR una via di mezzo fra il maestro Yoda e l’imperturbabile oste di Irma la dolce di Billy Wilder e introduce il bambino agli arcani delle scienze maschili, elargendo non proprio imperdibili consigli di vita, ma fondamentali indicazioni di studio (“Always take philosophy, ok. You always do well in that class cause there’s no right answer”). Ora però, un percorso di formazione che si rispetti dovrebbe passare anche attraverso il travaglio del dolore e della perdita ed infatti per il nostro JR è già predisposta l’assenza del genitore, ma proprio su questo versante la narrazione comincia a segnare il passo. Certo, il nostro ragazzino aspetta inutilmente il padre che gli aveva promesso di andare a vedere assieme una partita dei Mets e lo vede picchiare l’amato zio, ma queste scene, come quelle dedicate agli accorati dialoghi notturni con la madre e alle feste politically incorrect per i padri che organizza la scuola, non si elevano dalla collezione di simpatici bozzetti di cui è composta l’infanzia delicata di JR per colorarsi di una tonalità affettiva o drammatica particolare. Né le cose migliorano quando il nostro ragazzino, diventato giovane adulto, va Yale, a meno che non si sottenda l’intimo patimento per qualche rara malattia che deve averlo colpito dopo la pubertà, vista la sorprendente metamorfosi del colore degli occhi del protagonista che si mutano dal nero profondo del bambino interpretato da Ranieri al celeste pallido di Tye Sheridan, il JR studente universitario. Tutta la stagione del college e del successivo praticantato al NYT, che purtroppo prende due terzi del film, è sicuramente la meno efficace, un po’ perché la presenza di Ben Affleck si dirada, un po’ perché Tye Sheridan non pare molto convinto nella sua parte, almeno quanto sembra più svogliato del solito Clooney nel filmarlo fra i corridoi e le aule dell’università. Sempre a caccia di qualche trauma importante, JR imbastisce una storia con una compagna di corso bella, ricca e civetta che si diverte a giocare con i sentimenti del ragazzo, ma se bastassero queste delusioni d’amore per fare un romanziere ci sarebbero più Balzac e Proust che lettori.
D’altra parte, bisogna anche riconoscere, è in questo sta la particolarità del comming of age raccontato da Clooney, che non è nell’azione, quindi nello sviluppo della storia, nell’accumularsi delle esperienze, nelle svolte cruciali che sembra costruirsi la personalità del nostro giovane protagonista. Questo processo avviene invece per JR nell’atmosfera ovattata del The Dickens Bar e non è tanto per merito dell’improbabile filosofia spicciola dello zio, quanto del suo riluttante, ma persistente affetto. E questo è sicuramente un bene per il ragazzino, niente da dire, un po’ meno per la trama, perché non c’è un conflitto significativo, un reale distacco dall’alveo protettivo dell’infanzia. La scena madre della definitiva frattura di JR con il padre ci viene doviziosamente raccontata come presunto climax emotivo, ma ci lascia, in vero, piuttosto indifferenti, perché tutto si era già giocato prima e l’epilogo arriva come una pleonastica ratifica di ciò che già sapevamo. Solo che, in questo modo, non sembra del tutto giustificata la maturazione del personaggio: quando nelle ultime immagini del film vediamo il protagonista proiettarsi baldanzosamente verso una nuova vita, la portentosa Cadillac vintage dello zio che JR guida orgoglioso, più che un viatico verso il futuro, sembra essere un cordone ombelicale che lo tiene avvinto e quasi prigioniero del passato. Non a caso, in un film gradevole, ma avaro di emozioni, è forse solo la nostalgia il sentimento che appare più autentico, solo se non la si assume nel suo senso letterale di “un dolore del ritorno”, ma nell’accezione non inusuale che ci ricorda Jankelevich di tenera malinconia per l’abbandono nel passato.
Il tutto ben confezionato, con le luci e le inquadrature giuste, accattivante, ma francamente anche un po’ insipido, irenico e assieme piuttosto indulgente.
