Belfast

Went to sleep last night
I had a kind of dream, for sure
When I woke up in the morning
Felt like I was coming down to joy
What did I see, what did I hear
When I was coming down
Had a brand new story
When I was coming down to joy

Magari non bisogna andare tanto lontano, la gioia di cui parla Van Morrison nella canzone che apre il film di Branagh è forse proprio la gioia spontanea e irrefrenabile di Buddy, un bambino per cui la notte è solo un fastidioso intermezzo fra due giorni di giochi sfrenati e la nuova storia è una lotta di un cavaliere intrepido, armato di una spada di legno e di un coperchio di un bidone della spazzatura come scudo, contro un terribile drago. Solo che c’è un’altra storia in agguato. La Storia. Dopo uno spettacolare piano sequenza sul microcosmo di una strada di periferia, animata da ragazzini che giocano a football, popolata da adulti che chiacchierano e passanti affaccendati, dal punto di vista di un ragazzino inconsapevole, un angolatura ribassata della macchina da presa che si ripeterà spesso nel corso del film, si vede, fuori fuoco come in un’apparizione disorientante che si concretizza a poco a poco, una folla inferocita. Ed esplode la violenza brutale dei disordini irlandesi: vetri infranti, auto che esplodono, terrore e ferocia. Dopodiché una barricata protetta dal filo spinato chiuderà la via e la paura assieme alla violenza rimarranno come note di fondo, invisibili, ma persistenti per il resto della narrazione.

Sgombriamo il campo da un equivoco. Il film di Branagh non è, né vuole essere l’ennesima pellicola sulla brutale guerra civile che insanguinò l’Irlanda del Nord e il Regno Unito a partire dalla fine degli anni ’60. Non si può perciò imputargli una visione edulcorata del conflitto, l’assenza di sangue e merda – componenti come stiamo rimparando tragicamente imprescindibili di ogni guerra. La storia autobiografica che Branagh ci racconta – e ci sono strane analogie con Jojo Rabit di Taika Waititi – è quella di un ragazzino che non diventa grande (lo diventerà più tardi, probabilmente attraverso l’esperienza dell’immigrazione, non è però questa storia), ma cerca di metabolizzare nel suo mondo di viaggi spaziali alla Star Trek, innamoramenti pre-adolescienziali e sfide western una realtà selvaggia che lo bracca per scaraventarlo fuori dall’infanzia. Si direbbe oggi, con un termine usurato, una storia di resilienza. In fin dei conti per lui la disputa fra unionisti protestanti (a cui la sua famiglia appartiene, anche se vive in un quartiere multi-religioso che vorrebbe preservarsi dalla spietatezza della contrapposizione in fazioni inconciliabili) e cattolici repubblicani si riduce alla strana pratica della confessione per cui, una volta ogni tanto, si va a raccontare al prete i fatti propri. Non sarebbe neanche male se questo, come pare, implicasse un reset di tutte le marachelle fatte fino allora per poi ricominciare di nuovo. Sullo sfondo la difficile decisione dei genitori, anche questa, tragicamente attuale: lasciare tutto ed emigrare in Inghilterra dove il padre lavora come carpentiere per assicurare un presente e un futuro sereno ai figli, ma scontare così il prezzo dello sradicamento, della perdita della propria identità, della rinuncia alla lotta per la pacifica convivenza, abbandonando il proprio paese alla bestialità cieca delle componenti radicali contrapposte.

Così la narrazione procede come sospesa, in attesa ansiosa dell’irreparabile, e la scrittura e la regia appaiono più brillanti, sincere e vivaci, quando non succede nulla se non le insignificanti avventure del nostro ragazzino che si ingegna per finire in banco assieme con la più bella e brava della classe, assiste ai truculenti sermoni del pastore, è iniziato da un’amichetta più grande al furto di dolciumi, discute con il nonno (Ciaran Hinds) sul senso ultimo delle cose (cioè: riuscirò o non riuscirò a sposare Catherine). D’accordo, il nonno discetta con la saggezza di Marco Aurelio mentre la nonna (Judit Dench) lo smonta con l’arguzia salace del cinico Menippo, e questo potrebbe sembrare un po’ improbabile per un tinello proletario di Belfast, ma bisogna considerare che tutto è visto dal punto di prospettiva di Buddy, per cui la mamma è più bella di Raquel Welch in Un milione di anni fa (e in effetti Caitriona Balfe lo è!), e il papà ha il coraggio e la mira di Gary Cooper in Mezzogiorno di fuoco.

Come aveva già mostrato Cuaròn in Roma, anche nel film di Branagh, il bianco e nero è il colore della nostalgia: assieme rende più vivide e sofferte le immagini, così come persistono incise nella nostra memoria, ma nello stesso tempo le ammanta di quella patina di inattualità, di perdita, di malinconia che pervade i ricordi di un mondo che non c’è più. In Cuaròn però il bianco e nero evocava anche l’enigmaticità silenziosa impressa nei lineamenti indio di Cleo , la tata indigena, il vero punto di prospettiva del racconto, assieme umanissima e aliena. Branagh sceglie la soluzione più semplice, non volevo certo dire più accattivante, dell’empatia diretta dell’irresistibile Buddy e del calore vitale della sua famiglia immettendo nel racconto dosi corpose di tenerezza e commozione ed esponendosi forse all’accusa arcigna di un eccesso di sentimentalismo, peccato capitale per molta critica militante. Certo, come diceva Charles Péguy, le lettere d’amore che scriviamo al passato sono sempre indirizzate ad un’illusione, ma Branagh in qualche modo risponde preventivamente a queste obiezioni. Nella tetra realtà di una vita assediata dalla violenza, la famiglia di Buddy ha dei momenti surreali di evasione quando al cinema o a teatro vede il mondo a colori dello schermo o del palcoscenico: macchine volanti, formose donne preistoriche con i capelli cotonati, orridi spettri che svaniscono nel calore di un lucente Natale. Perché dobbiamo negare al cinema, in nome dell’aderenza ad una realtà ottusa e maligna, il suo essere assieme via di fuga effimera e promessa irreale di felicità? Non abbiamo forse bisogno anche noi di una eversione messianica dai nostri giorni bui? Come Van Morrison, l’altro straordinario protagonista con le sue musiche del film di Branagh, canta:

When everything falls into place like the flick of a switch
Well my mama told me there’ll be days like this
When you don’t need to worry there’ll be days like this
When all the parts of the puzzle start to look like they fit
Then I must remember there’ll be days like this

 

Lascia un commento