Non si sa se ringraziare I Wonder per aver tirato fuori dal cassetto questo gioiellino, passato purtroppo inosservato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2023, o indispettirsi per il solito arbitrio con cui la casa di distribuzione ha convertito il bellissimo titolo originale Hors Saison, con lo sciapo e insignificante. Le occasioni dell’amore. Ma quanti spettatori in più pensano di aver attratto? Pazienza, andiamo avanti.
Lunghi corridoi deserti, hall silenziose e fredde, vetrate sull’oceano grigio, più che un hotel di lusso fuori stagione sembra una clinica asettica per cuori infranti quella ripresa nelle prime sequenze da Stephan Brizé. E il cuore di Mathieu (Guillaume Canet, per una volta più bravo che belloccio) non è messo proprio bene. Tempo di bilanci: una carriera d’attore di successo, ma relegato in ruoli grand publique, l’opportunità di fare il grande salto al teatro naufragata perché se l’è data a gambe davanti alla sfida. Una relazione con una star della televisione dell’informazione che, concreta e sbrigativa, se ne infischia dei suoi turbamenti, proponendoli facili e risibili ricette per superare le sue ansie adolescenziali. E ci sono le macchine per il caffè beffarde come in un film di Jaques Tati, personal trainer taoisti e i tristi selfie con le massaggiatrici e gli sparuti clienti dell’hotel. Ce n’è abbastanza per mettersi a piangere.
Poi l’incontro casuale con Alice, un vecchio amore (Alba Rohrwacher, a denti stretti, devo riconoscere molto convincente nel suo ruolo). E qui Brizé dà il meglio, tenue e leggero nell’evocare la curiosità, l’imbarazzo, le reticenze fra i due. Va tutto bene, no? Lui personaggio pubblico sulla cresta dell’onda, lei moglie e madre realizzata, anche se poi sì, è vero, Mathieu le tiene nascosto la sua fuga dal teatro e lei non compone più musica, ma insomma le sue erano giovanili illusioni, svanite con la consapevolezza dell’età matura. O forse no? E il film tocca il suo stato di grazia, nel chiacchiericcio un po’ vacuo e nei sottintesi, nell’affiorare dei ricordi e nell’ombra di una vecchia complicità che sembra balenare di nuovo, ma poi sfuma nelle banalità che si dicono per riempire i silenzi. Una superficie increspata da memorie soavemente malinconiche e appena appannata da ciò che non si vuole confessare:”Como dos estraños”, cantava in un vecchio tango di Contursi e Laurenz, Adriana Varela. Ma c’è una storia da raccontare e quindi la scintilla si riaccende, i non detti sono esplicitati e ci sono forse un po’ troppi incisi – confessioni di anziane innamorate, performance di imitatori di uccelli – e soprattutto un po’ troppi campi lunghissimi su marosi che si infrangono sugli scogli, spiagge deserte, cieli bigi. Ma sono peccati veniali. Poi tutto si ricompone, come era scontato ed in fondo giusto. Rimane un film delicato, che ci intrattiene con discrezione, che sa lavorare con le sfumature dei sentimenti per tratteggiare il sottile confine che separa ed assieme unisce il ricordo e il rimpianto, il desiderio e il disincanto. Suggerendo la coscienza agrodolce che, anche se non si capisce bene da quando, ma da un certo punto in poi nella nostra esistenza siamo comunque “hors saison”.
