Gesti mattutini ripetitivi: la moka del caffè, l’acqua alle piante e il cibo per il gatto, poi la casualità di un bicchiere che cade e si infrange. Quanto della nostra vita può dipendere dall’incrocio del caso?
Un appuntamento sfumato in modo un po’ sospetto. Un acquazzone improvviso, Mia che si rifugia in un ristorante affollato. Prende in mano una penna, vorrebbe scrivere qualche appunto. Flash visivi come frammenti di un puzzle: turiste orientali che si fanno buffi e scontati selfie, camerieri e clienti che passano indaffarati o indolenti, le scene di un compleanno di un signore piacione accompagnato da giovani donne. Poi colpi sordi, scoppi: l’angolatura della camera precipita al livello del suolo dove avventori e personale di servizio sono riversi falciati dalle mitragliate o mentre strisciano in preda ad un panico cieco, cercando un impossibile salvezza. Dalla loro prospettiva vediamo solo di scorcio le scarpe e i calzoni dei terroristi che passano fra le vittime. Nella concitazione dei tagli di montaggio il sangue non appare mai in primo piano, l’orrore è più freddo: coincide con l’esplosione secca dei colpi di grazia. Stacco in nero.
Alice Winocour ha disposto in ordine volutamente sparso e caotico i tasselli scomposti che Mia cercherà, durante tutto lo sviluppo successivo della narrazione, di ricomporre. La donna, scioccata dalla tragedia, ha cancellato dalla sua memoria quella terribile notte, ma il ritorno casuale nel luogo dell’attentato, l’incontro con un gruppo di sopravvissuti che si ritrova nel locale per cercare di elaborare il lutto, spingerà Mia alla terribile descensus averni nel fondo dell’incubo: rivivere il terrore per continuare a vivere. È sicuramente questa la parte migliore del film di Wincour, il modo in cui riesce a fare emergere un po’ alla volta in Mia questa fascinazione quasi malata per il ritorno all’indietro, per ripercorrere fino in fondo l’esperienza di insopportabile dolore. In fin dei conti, come aveva spiegato Freud in relazione ai devastanti traumi di guerra, l’opera di rimozione che cancella i ricordi intollerabili sembrerebbe avere un effetto benefico, permettendo alla coscienza di liberarsi dalle scorie di memorie insostenibili, ma d’altra parte, spesso, non evita il ritorno del rimosso che esplode in incubi angosciosi o allucinazioni terrificanti dietro a cui si nasconde l’inerzia ottusa della coazione a ripetere, di Thanatos, il principio di morte alla radice del nostro essere. Il bel volto dolente, assieme smarrito e determinato di Virginia Efira (una straordinaria Mia, gran parte del fascino del film sta nella sua interpretazione), di questo ci parla nelle sue peregrinazioni per una Parigi notturna o marginale, filmata senza enfasi da Julien Lacheray e accompagnata dalle musiche sottilmente stranianti di Anna von Hausswolff, alla ossessiva ricerca del bandolo di quella notte. È assieme una spinta vitale che la anima: l’idea che solo ricomponendo le tessere dell’orrore, ritrovando lo sconosciuto che l’ha tenuta per mano nel buio di quella notte infondendole una assurda speranza di sopravvivenza, potrà tornare a vivere. Ma è anche, e su questa ambiguità Wincour non sorvola, un’ossessione morbosa quella che si impossessa di Mia e la porta ad allontanarsi da coloro che non hanno vissuto la disperazione intollerabile di quei momenti, imprigionandola in una bolla aliena, quasi nella consapevolezza di essere ormai diventata una sorta di fantasma, relegata in una dimensione separata, parallela e incomunicabile con il mondo degli altri, di chi non può nemmeno immaginare l’abisso del terrore, sopravvissuta inutilmente a se stessa.
Poi forse Wincour si spaventa di andare fino in fondo a questa strada, dove si trova quello che Freud ci aveva suggerito. Nel finale spiega un po’ troppo (suggerisce il motivo del distacco di Mia dal marito, ma ce n’era bisogno?) o troppo poco (il felice scivolare di Mia in una love story con un altro sopravvissuto dalla ferrea memoria e dai modi anche fin troppo accattivanti) e indulge forse in una conclusione un po’ sentimentale. Ma si perdona tutto, perché comunque Virgine Efira con l’emozione trattenuta della sua interpretazione intensa rende convincenti anche i passaggi di sceneggiatura un po’ più zoppicanti. È attraverso la fragilità risoluta del suo sguardo che possiamo immaginare anche noi di rivedere finalmente Parigi.
