The Smashing Machine

Filmone di uomini veri che si ammazzano di botte, ma si rispettano (e anzi, c’è anche un bel po’ di omofilia latente in tutto questo toccare e abbracciare corpi maschili) mentre le donne sono rompicoglioni perché vogliono attenzioni e figli, non trattano i loro compagni da veri uomini e li fanno perdere la concentrazione. Mark Kerr  (Dawayne Johnson non era abbastanza  macho e nerboruto per Safdie che ha sentito la necessitò di inspessirlo con protesi facciali per squadrargli ancora di più la mascella) si credeva imbattibile, ma poi perde per la prima volta. Ripresa in piano sequenza della grande schienona sudata a coprire lo schermo e poi l’immancabile pianto nello spogliatoio. Molto più centrato e toccante quando invece questo colosso di muscoli piagnucola con l’arbitro, come potrebbe fare uno scolaro con la maestra per denunciare un compagno che copia, per lamentarsi che l’avversario aveva colpito sporco durante l’incontro. Poi però il titano ferito si rialza, virile e massiccio, esce dal tunnel della droga, si riafferma come campione e…perde un altra volta (o lascia vincere l’avversario per non scontrarsi con il suo migliore amico), ma questa volta ha imparato ad accettare la sconfitta e allora sorride contento sotto la doccia. (cfr. Bisogna saper perdere, Rokes, 1967).
Gran fusione di musica e immagini made Safdie (ma la cosa migliore è il sax che parte dopo la pera di oppiacei) mentre gli incontri, se mi posso permettere, piuttosto piatti senza nessuna invenzione a parte l’alternanza fra il 16 mm sgranato delle scene familiari, che fa molto anni ’70 – anche se si era fra i tardi 90 e primi anni del millennio- e l’IMAX delle scazzottate. Il tutto fa sorgere il sospetto maligno che l’energia febbrile di Diamanti grezzi fosse tutta del fratello Josh, mentre ci si strugge di nostalgia, non solo per i mostri sacri, Scorsese di Toro scatenato (la sua ripresa di De Niro con l’accappatoio  che tira pugni a vuoto sul ring, vale le due ore e passa di Safdie) o per i balletti inarrivabili di Chaplin, ma perfino per i corpi sfatti si Aronofsky in The Werstler.
Emily Blunt è brava, cerca di ritagliarsi un ruolo: quando esplode di rabbia fa più paura degli omaccioni sul ring, mentre ti commuove di tenerezza mentre si accoccola a terra durante le sfuriate di quell’energumeno di suo marito, ma la sceneggiatura è proprio poveruccia. Ci sono anche le foto dei protagonisti reali che scorrono durante i titoli di coda, come nel più sfigato film “tratto da una storia vera” e il tocco di nostalgia canaglia che nel 2000 questi si facevano massacrare per 200.000 pidocchiosi dollari ed invece adesso il più sfigato lottatore guadagna milioni, con malinconico effetto tipo “piccolo mondo antico”. A parte il fatto che è prodotto dalla mitica A24 (applausi a scena aperta quando nei titoli di testa appare il logo), che cosa ci possano trovare in questo film i giovanotti che commentano entusiasti all’uscita della sala rimane per me un mistero.

Questo articolo ha 2 commenti.

  1. Sebastiano

    Amico mio, da dove tutte quelle notazioni tecniche tipo imax( ???)…sei stato in passato operatore,aiuto regista,???m

Lascia un commento