Magari non è soltanto una questione del rumore dei social.
Napoli 1961. Un compunto Alberto Sordi commercia in bimbi che esporta verso l’America convincendo professionalmente le famiglie recalcitranti, anche perché altrimenti gli americani si stufano “e si vanno a prendere un negretto o un cinesino, che costano anche meno”, solo appena infastidito dalla voce imperiosa che continua a ripetere a scadenze fisse: “Alle 18 comincia il Giudizio Universale”. E tutti continuano imperterriti nelle loro piccole, meschine, occasionalmente turpi faccende.
Nel film di Adam McKay, invece, il giudizio universale è una cometa avvistata ai margini del sistema solare da una pugnace dottoranda (Jennifer Lawrence) e dal suo impacciato professore (Leonardo di Caprio), un bel bolide grande come mezzo Himalaya che punta dritto, dritto verso la Terra. Allora come ora non è che gli umani si filino molto l’apocalisse. Ma, se negli anni ’60, mano a mano che si avvicinava l’ora fatidica, l’apprensione cominciava a montare, 50 anni dopo è solo questione di marketing. Quando la fine del mondo viene opportunamente promossa per oscurare scandali e scheletri nell’armadio di una presidenza tanto cialtrona quanto truffaldina, allora like e dislike si impennano, come i numeri dei contagi incalzati da omicron, e il popolo dei social si schiera e si divide in tifoserie contrapposte, l’un contro l’altra armate. Don’t look up è un film brillante, girato da McKay con mestiere sicuro, scandito da un montaggio rapido, ma ben calibrato, con scelte iconiche forse un pochino scontate rispetto al messaggio subliminale del pericolo della catastrofe ecologica nascosta dietro la cometa (colibrì, leoni marini e macro di insetti in contrappunto con soggettive dalla cometa killer verso la terra), ma con interpretazioni su di giri delle star convocate a frotta dalla produzione. Personalmente, la mia palma va a John Hill, capo di gabinetto, nonché figlio della presidente, un monumento alla forma più distillata di stupidità- fare del male contemporaneamente agli altri e a sé – così come è stata diagnosticata in un aureo e indimenticabile libretto di Carlo Cipolla.
Eppure… eppure convince solo al 50%.
Cominciamo dalle idiosincrasie. Adesso non voglio prendermela a priori con i buoni sentimenti, si tratta più di coerenza dell’impianto narrativo. Se la scelta iniziale è quella di osservare i propri personaggi con uno sguardo caustico e disincantato, l’esito finale, con Chalamet che rende grazie al Signore in un ultima cena dei buoni contrapposta alla fuga disordinata dei cattivi, non è tanto una strizzata d’occhio di Netflix al pubblico di Disney, quanto un corto circuito rispetto alle coordinate generali su cui era stato impostato il racconto. Non si tratta tanto di uno sviluppo non congruente con il personaggio del dottor Mindy/Di Caprio, concediamo pure al padre prodigo di tornare in seno alla sua famiglia il giorno dell’ecatombe, perdonato della scappatella con Cate Blanchett (del resto, si sa, la carne è debole), ma girare tre quarti di film con l’occhio cinico e divertito di un Tim Burton in Mars Attacks o di Stanley Kubrick nel Dottor Stranamore (oppure dello stesso McKay in Big Short) e inserire un finale (mezzo finale) alla Frank Capra è quanto meno un po’ stridente. Poi c’è un’altra questione più sottile, magari potrà anche sembrare di lana caprina. È abbastanza evidente che il film di McKay vuol anche essere una messa a nudo ironica, ma spietata, delle dinamiche di funzionamento dei vecchi e nuovi media, con la loro facoltà di gonfiare e sgonfiare le notizie, con le loro echo chambers ermetiche e il carico d’odio viscerale, soprattutto con la loro capacità di triturare, omogenizzare, digerire ed evacuare in tempi brevissimi ogni contenuto che transita sugli schermi. Solo che, mentre con la mano destra la sceneggiatura mette in atto quest’opera di decostruzione, con la sinistra poggia l’architrave della narrazione sull’organizzazione di un complotto del «potere» contro la «gente», per lo più idiota, dando ragione alle più deliranti teorie che proliferano nella fungaia di internet . Sicuramente il personaggio di Isherwell (Mark Rylance), precipitato composito di Steve Job e Elon Musk, è simpaticamente odioso (ti aspetteresti da un momento all’altro che si mettesse a dirigere i suoi affari da un isola irta di tecnologie inconcludenti come i cattivi della Spectre), e anche l’immagine di un capitalismo new age che si gioca a dadi il pianeta può essere efficace, ma se la satira di McKay voleva avere il fine implicito di convincere i suoi spettatori scettici ad alzare gli occhi e guardare il disastro programmato di una catastrofe ecologica che incombe, difficile che ci riesca dando amichevolmente del decerebrato a chi si mostra diffidente rispetto al suo messaggio (cfr. il vecchio eroe di guerra rimbambito che scarica il suo mitra contro il cielo, o i pessimi genitori repubblicani della dottoressa Dibiasky, con la bandiera americana fuori dall’uscio di casa, che non accolgono la figlia perché sono favorevoli ai posti di lavoro che la cometa creerà). Il rischio è quello che il senso del discorso venga diluito nella facezia e si sorrida divertiti delle caricature grottesche che ci propone McKay, ma questo poi non sposti di un millimetro le idee degli incerti o dei dubbiosi, come accadeva al pubblico di destra di Crozza, che si sbellicava dalle risa per le imitazioni di Berlusconi e poi lo andava a votare in massa. O peggio ancora che, come per i film di Michael Moore, il tutto rimanga chiuso sempre nella stessa bolla dei convinti e compiaciuti.
Certo, come dice il bardo, non è detto “che a canzoni (qui a film) si fan rivoluzioni”…
E allora guardiamo il bicchiere mezzo pieno. Forse la parte più interessante del film è quella iniziale quando McKay indaga indirettamente sui meccanismi psicologici che inibiscono quella funzione produttiva della paura che ci ha permesso di correre, inseguiti dai nostri terrori, lungo la scala dell’evoluzione. Da un lato c’è il processo del diniego per cui arriviamo anche a comprendere razionalmente l’incombenza di un certo pericolo, ma non riusciamo a essere emotivamente coinvolti dalla cosa, che risulta troppo urticante e penosa per essere affrontata direttamente. Siamo vagamente coscienti che ci stiamo nascondendo qualcosa, ma non del tutto consapevoli di ciò che stiamo evitando. E così cambiamo canale o scorriamo rapidamente ai post successivi sullo schermo del telefonino. Ora, un chiaro riconoscimento del pericolo ci costringerebbe ad agire di conseguenza e a rinunciare alla comfort zone in cui siamo beatamente incistati, quindi al diniego segue e si connette l’autoinganno sull’entità reale del rischio che viene narcisisticamente sottovalutato.
È quello che perlopiù ci accade quando saliamo sull’ennesimo volo low-cost a 30€, genericamente consapevoli delle tonnellate di CO2 che i motori di quell’aereo e dei tantissimi altri aerei che solcano ogni giorno i cieli producono, ma non particolarmente coinvolti per la sorte degli orsi polari che vagano alla deriva nei ghiacci che si stanno sciogliendo (e neppure per quella delle generazioni future) e così pochi minuti dopo siamo, scomodamente, seduti dentro l’aviogetto e stiamo già pensando alla nostra vacanza, sorridendo divertiti mentre guardiamo il film di McKay sul nostro Ipad.
