Si comincia con il più classico dei montaggi alternati. Lei, in un anonima stanza di hotel, con l’aria angosciata di chi sta andando incontro ad un esecuzione capitale, si cambia i mocassini ortopedici con un paio di castigati decolté, che nel suo immaginario dovevano evocare abissi di sfrenatezza erotica; lui, molleggiato e atletico, passeggia per le vie di Londra succhiando professionalmente una mentina in vista del prossimo incontro. Mrs. Robinson (non può non esserci un’ironicamente bonaria citazione della mangiatrice di ragazzini de Il laureato) ha appena prenotato un gigolò, più per ottemperare ad un dovere imposto dal proprio dubbioso super-io, incalzato dallo scorrere degli anni, che per piacere, di cui, non avendo mai provato un orgasmo in vita sua, non ha certo cognizione. L’unica perplessità che rimane allo spettatore è di sapere come ha fatto il giovane Leo Grande a parcheggiare nella caotica capitale inglese la biga alata, che deve averlo direttamente trasportato dall’Olimpo dove abitualmente risiede, a giudicare dalle fattezze da dio greco. Non sappiamo quale sia il suo cachet, in più occasioni Mrs. Robinson, senza per questo lamentarsene, ci farà capire che è caro, ma è una informazione poco significativa, visto che lei è una professoressa in pensione, e per un docente delle superiori – che sia Inghilterra o in Italia – è cara anche una casta serata pizza e cinema. In ogni caso, ci verrebbe da dire, sono soldi ben spesi, visto che Leo non solo è più bello di Antinoo, ma ha modi da gran ciambellano del re di Inghilterra e deve avere, come minimo, una laurea ad Harvard in psicologia delle relazioni sociali e un paio di master in serendipità e saggezza orientale nelle migliori università buddiste di Lhasa e Katmandu (unico neo, ma qui è purtroppo un problema della costumista Sian Jenkins, il ferale uso dei calzini corti) . Ha anche una pazienza da Giobbe, visto come riesce a preservare sempre una calma, giustamente olimpica, davanti al fuoco di fila di domande petulanti con cui Mrs. Robinson – non per niente è un’insegnante – cerca di dilazionare il momento fatale di venire al dunque e finire sotto le coperte. C’è che Leo Grande, nello splendore della sua apparenza sovraumana, non esiste. Lo confessa anche di fronte ad una domanda diretta di Mrs. Robinson. Non è reale. È una pura funzione narrativa. C’era uno psicologo francese all’inizio del secolo scorso (cfr. Alfred Binet Les alterations de la personnalité) che spiegava come la nostra personalità è in effetti composta da una molteplicità di io differenti su cui domina un io egemone. Il suo governo non è però necessariamente stabile. Casi della vita, traumi, esperienze spiazzanti possono creare le condizioni di una sorta di rivoluzione: ecco perciò che una delle tante personalità virtuali e sotterranee che per lo più si mostravano solo nello spazio di sogni o rêveries, emerge e cerca di sostituire l’io, fino a quel momento sovrano che, per contrasto, si oppone e tenta di ostacolare questo colpo di stato interno. È un po’ quello che accade a Mrs. Robinson, morigerata professoressa di religione, moglie integerrima e ora vedova non proprio inconsolabile di un marito che doveva essere l’incarnazione dell’idea platonica della noia, madre amorevole di due amebe che, nel momento in cui decide programmaticamente, secondo una precisa lista di obiettivi, stilata con la stessa pedanteria con cui si potrebbe progettare un’unità di apprendimento, di esplorare l’ignoto pianeta del sesso, dà il via ad un sovvertimento interno nella confederazione delle anime che la compongono. Leo ha così il ruolo socratico di levatrice di questa nuova Mrs. Robinson, che un po’ alla volta viene alla luce. E fino a qui tutto funziona benissimo. Qualcuno potrebbe dire che la situazione è poco plausibile, ma sono sicuramente reali e vissuti i sentimenti e gli stati d’animo contrastanti che accompagnano il travaglio di questa nuova rinascita, evocati con grande empatia dalla combinazione fra una bravissima Emma Thompson, rilucente di una bellezza non artefatta e placida, e un sorprendente Darly McCormack. Imbarazzo, complicità, vergogna, curiosità, straniamento, desiderio. Il tutto in una successione di gag e battute garbate dove si sorride piacevolmente anche se sullo sfondo di una velata malinconia. Poi però il film si intitola Good Luck to you Leo Grande (ecco uno dei rari casi in cui funziona meglio il titolo italiano) e, di conseguenza, la sceneggiatura si ingegna per cercare di dare uno spessore psicologico, di cui non si sentiva certamente il bisogno, anche all’apparizione di Leo. Ma può una funzione narrativa avere problemi con la mamma? E il film immediatamente comincia a perder colpi. Se ne rende conto forse anche la regia che – seppur mantenendo la consueta attenzione per i dettagli – sorvola sulle possibili e francamente imbarazzanti implicazioni edipiche del caso e risolve in modo piuttosto spiccio quello che avrebbe dovuto essere l’acme drammatico della vicenda, quasi a voler sbrigare una fastidiosa formalità, per ritornare, nel finale, alle più consone atmosfere agrodolci, infilando forse, con l’aiuto della brava Isabella Laughland nel ruolo di una impertinente ex studentessa della prof, la gag più riuscita del film, anche se, spiace confessarlo, l’incantesimo lieve della prima parte è ormai incrinato.
(Attenzione spoiler, non andare oltre se non si è visto il film…)
Anche per questo giunge felicemente inaspettato il gioiellino della sequenza conclusiva che chiude in maniera circolare la narrazione. Ancora una volta un montaggio alternato. Leo – e qui Darly McCormack per la prima volta un po’ in difficoltà, cerca, aggrottando le sopracciglia, di suggerire una nuova, improbabile, solidità al personaggio – se ne va per le vie di Londra; Mrs Robinson/Thompson, invece, rimasta sola nella stanza d’albergo, si scioglie l’accappatoio e si contempla nuda riflessa nello specchio, lasciando a noi spettatori decidere se il suo sguardo, un po’ triste, un po’ sognante, indichi la forza di una nuova consapevolezza, o l’amara coscienza della rassegnazione.
Good luck to you, Mrs. Robinson.
