Disclosure Days

Del «regista» il fin è la meraviglia (parlo dell’eccellente e non del goffo): chi non sa stupir vada alla striglia”.  
Con una piccola licenza i celeberrimi versi di Marino potrebbero adattarsi al cinema di Spielberg, che fin dai suoi esordi, quando da bambino avvolgeva le sorelline nella carta igienica per simulare le bende delle mummie viventi e usava il ketchup per riprodurre il sangue, ha sempre puntato a ricreare nello spettatore grazie a mostri, camion assassini, alieni fatti di luce, tripodi tentacolari e biciclette volanti quell’ingenuo e stranito stupore del bimbo davanti al sorprendente: stupore che, ritornando all’antico termine greco Thauma, è assieme anche terrore e fascinazione. Ma non solo meraviglia. Il cinema di Spielberg non è semplicemente tecnica e adrenalina, ma è anche permeato da un profondo e potremo dire quasi candido umanesimo, che non si vergogna di trattare temi universali (pensiamo ad E.T. per rimanere nel campo dell’incontro con l’Altro) con la semplicità e l’immediatezza di un cinema assieme raffinatissimo nelle scelte di costruzione della scena e dell’immagine e popolare in modo disarmante nella sua comunicatività.
E di meraviglia e verità, o meglio ancora, della meraviglia della verità, parla quest’ultimo film che, proiettandoci in media res, ha un inizio travolgente. La macchina da presa inquadra in soggettiva per pochi istanti, dal basso verso l’alto, il corpaccione imponente e il volto deformato dalla rabbia di un lottatore prima che il piede dell’uomo cada con violenza sul volto dell’avversario e cioè sull’obiettivo che esplode nel nero. Siamo nel mezzo di uno scontro brutale di wrestling, la folla incitante, i guerrieri aggrovigliati nella lotta, movimenti di macchina vertiginosi tutto dinamismo ed eccitazione, ma poi l’obiettivo  si concentra su un ragazzo che viene bloccato da due loschi figuri che gli intimano di uscire con loro, proponendogli uno scambio: degli importanti documenti digitali che Daniel (Josh O’Connors), novello Snowden, ha trafugato in cambio della sua fidanzata, rapita dalla Wardex, una non meglio identificata organizzazione segreta che nelle divise nere e nei modi spicci ricorda da non troppo lontano l’Ice trumpiana. Ulteriore ribaltamento di scena: da una posizione di assoluta impotenza, il ragazzo sfoderando uno strano oggetto oblungo mette in soggezione i suoi persecutori e soprattutto il loro capo, Noah, un azzimato Colin Firth che si sforza con professionalità, ma senza grandi risultati, di apparire perfido e cattivo. I due ragazzi fuggono, dando via ad una girandola di inseguimenti lungo tutta la prima ora e mezza del film. Gli ingredienti ci sono tutti: con la prima metafora visiva con cui si apre il film, la sopraffazione di una violenza bruta che pretende l’oscurità e poi un eroe per caso in fuga, una torva organizzazione malvagia – anche nella prevalenza del nero delle uniformi la riproposizione dei nazisti nemici di Indy ai giorni d’oggi- un marchingegno misterioso e potentissimo, analogo ai feticci (l’arca, le pietre mistiche di Sankara, il sacro Graal, il teschio di cristallo e il quadrante di Archimede) di Indiana, una lotta fra il bene e il male la cui posta in palio è lo svelamento della verità (Discolsure days). Manca – per richiamare un altro, ovvio, modello della filmografia spielberghiana: Incontri ravvicinati del terzo tipo – la seconda prescelta. Lì, a fianco a Roy/Richard Dreyfuss, era Jillian, una madre disperata alla ricerca del figlio rapito dagli alieni – qui invece è Margaret (Emily Blunt), una presentatrice delle previsioni meteo che aspirerebbe ad un ruolo da giornalista, ma per il momento è famosa solo per la mossa alla Ninì Tirabusciò che fa ancheggiando quando annuncia l’arrivo della grandine, che con un salto di montaggio stravagante dalle previsioni del tempo si materializza in una pioggia di corn-flaxes nella sua tazza di latte a colazione. È lì che la Margaret, novella Madonna, riceve l’annunciazione da un uccellino rosso, si mette a parlare in russo al suo compagno, visibilmente perplesso e, dopo essere sfuggita ad un controllo della polizia per eccesso di velocità leggendo nella mente dell’agente, presenta il suo consueto annuncio meteorologico emettendo oscuri suoni gutturali di una lingua arcana (come gli apostoli nella Pentecoste sembra parlare tutte le lingue, attenti ai riferimenti biblici). Quanto basta per capire che anche lei è l’eletta e i tre quarti del film successivo – come per Incontri – seguiranno la convergenza di queste due meteore inconsapevoli verso la rivelazione, ostacolati in tutti i modi dalla Wardex, i cui tenebrosi componenti brillano per goffaggine. Per loro fortuna a proteggerli e dirigerli c’è l’immancabile figura dell’ “Aiutante” in questo caso Hugo, alter ego del regista che, da quello che con ogni evidenza sembra un set cinematografico, guida onnisciente i due predestinati verso il disvelamento della verità .
Finché Spielberg può pescare dall’immaginario sfavillante del suo cinema le cose funzionano: c’è anche un motel chiamato Inn-Di-Ana dove Daniel è ripreso in una bellissima sequenza dai toni semioscuri, dal basso verso l’alto, con fasci di luce inquietanti che tagliano la scena trasfigurando l’ordinaria camera d’albergo ed evocando una atmosfera da incubo, come nei laboratori della PreCrime di Minority Report e poi inseguimenti d’auto con macchine ansanti simili a mostri preistorici quali quelle di Sugarland Express ed incidenti ferroviari al cardiopalma che nell’apoteosi degli effetti speciali e della dilatazione ansiogena dei tempi cinematografici riprendono, come l’eterna ripetizione di una scena primaria, gli scontri fra trenini filmati dal piccolo Sam in The Fabelmans. E in effetti, proprio verso una scena primaria punta il film nell’incontro fra i due inconsapevoli eletti ma qui, quando il contenuto allegorico diventa eccedente, cominciano però a nascere i primi intoppi. Si inizia dalla casetta d’infanzia di Margaret, che tanto assomiglia al villino borghese del piccolo Sam, poi in una atmosfera da fiaba piuttosto artefatta: un cervo, una volpe e di nuovo un cardinale rosso guidano la donna e Daniel, ritornati bambini, all’incontro con gli extraterrestri in un ingorgo simbolico: il cervo, metafora della resurrezione del Cristo nell’arte medievale, la volpe, assieme guardiana e inviata di Inari, dea della fertilità e della fortuna nel pantheon shintoista e il cardinale, messo degli dei e simbolo di fedeltà, amore e rinascita per i nativi americani. Perché un ingorgo di spiritualità vaghe, fra simbologie cristologiche e atmosfere new age è anche quello in cui si avviluppa la narrazione appesantendosi in domande non proprio decisive: è possibile pensare ancora a Dio davanti alla prova dell’esistenza degli extraterrestri o la rivelazione della vita in altri mondi rischia di distruggere la fede e il legame preferenziale fra l’uomo e il Creatore? Senza bisogno di ricorrere alle ragionevoli, ma un po’ banalotte risposte di una suora benevola che assomiglia ad una sorella dell’ordine delle Sisters of the Brave Beaver in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, si potrebbe ricordare a Spielberg che questo interrogativo aveva avuto una sua urgenza ai tempi di Copernico e di Bruno, financo a quelli di Galilei, ma adesso non è proprio all’ordine del giorno, soprattutto in un mondo, come quello che Spielberg evoca, che si trova, un po’ come il nostro, sull’orlo della Terza Guerra Mondiale. E mentre il ritmo rallenta in proporzione al gonfiarsi dell’enfasi, risaltano quei buchi di sceneggiatura che il dinamismo della prima sezione del film aveva (almeno in parte) occultato: l’inanità dei cattivi che si fanno sfuggire da sotto il naso i fuggitivi in modo barbino più e più volte (controllare le uscite secondarie di un edificio quando si cerca di catturare qualcuno, sembra troppo sleale?); la difficoltà di comprendere come mai gli alieni – dotati di tecnologie sovrannaturali e di un potere divino di preordinare gli eventi nel tempo– possano essere catturati e perfino torturati dagli umani (o dobbiamo pensare che volontariamente si sacrificano per i nostri peccati, come il Cristo?); ed infine il ruolo di deus ex machina di quest’aggeggio oblungo che toglie dalle peste i buoni (e lo sceneggiatore) ogni volta che i protagonisti sembrano messi con le spalle al muro (“Eh, ma allora non vale!” avrebbe potuto dire seccato Colin Firth!). Risaltano anche alcuni problemi nel casting: bravissima Emily Blunt che riesce a reggere il ruolo di una persona quasi affetta da disturbi bipolari tanto la sceneggiatura la costringe a saltare dall’euforia alla disperazione in un contesto di costante inconsapevolezza sui fini delle sue azioni, parte non certo facile che Emily riesce a portare avanti senza prendersi troppo sul serio, con soave determinazione e lieve ironia; per lo più sperduto e stordito Josh O’Connnors, diciamo la cosa che gli riesce meglio, e drammaticamente fuori parte Colin Firth, cattivo da operetta, che non a caso recupera solo nelle scene finali quando, sconfitto, accetta con pacata rassegnazione, e forse anche con intima soddisfazione, la disfatta. Emerge anche lo squilibrio fra le immagini spettacolari di alcune sequenze e la verbosità di certi dialoghi, come il confronto finale fra Hugo e Noah, dove Spielberg si sente in dovere di trasmetterci per filo e per segno il suo messaggio (che poi sarebbe quello degli alieni): un invito all’empatia, all’apertura, all’amore, all’ascolto (“L’ascoltate…” del finale, invocazione importante non tanto per il contenuto che viene taciuto, ma per l’attitudine che ci viene indicata). Magari sarebbe bastata la scena (neppure quella però riuscitissima) in cui Margaret supera lo sbarramento degli agenti della Wardex incarnandosi davanti a ciascuno di loro in un oggetto d’amore perduto, senza bisogno della delucidazione conclusiva. Ma è proprio nel finale che il mago di Cincinnati manca l’obiettivo verso cui si indirizzava tutto il film, manca l’apocalisse della rivelazione, manca lo stupore. Margaret, finalmente nel ruolo di giornalista di prima serata che ha sognato da una vita, dà l’annuncio decisivo: ebbene sì, gli extraterrestri esistono. Rivelando una coincidenza di vedute piuttosto inquietante con le teorie cospirative di “non c’è lo vogliono dire”, anche per Spielberg il “Potere” ha cercato di tenere nascosto per decenni (79 anni, combinazione quelli di Spielberg) la verità che invece grazie al coraggio dei nostri eroi è ora evidente, davanti agli occhi di tutti. E milioni di occhi convergono affascinati verso i video dei loro cellulari, verso gli schermi dei computer e delle televisioni per abbeverarsi (come il cervo di Cristo) alla buona novella. Non siamo soli.
Ma siamo veramente sicuri che nel mondo della post-verità, nell’universo paranoico del complottismo, in una società polarizzata in tribù contrapposte, nel cinismo dei social e  nell’ autismo delle echo chambers  questa notizia potrebbe fare effettivamente breccia per più di qualche minuto nella cacofonia delle informazioni per non venir poi assimilata, digerita ed evacuata in un ginepraio di versioni contrastanti e prêt a porter per tutti i gusti, senza spostare nessuno dalle proprie convinzioni preconcette?  Da questo punto di vista la manipolazione congenita e dissolvente di ogni evidenza, fosse anche la più palmare come quella di un enorme asteroide che picchia verso la terra, evocata da Don’t look up di Adam McKay sembra corrispondere più ai nostri tempi della fiducia un po’ naïf di Spielberg nel potere cogente della Verità e dei buoni sentimenti.
Come mostra la casetta dell’infanzia, in The Fablemans come in questo ultimo film, l’abbondanza di omini dalla testona ovoidale e gli enormi occhi da mosca a specchio, sbucati fuori direttamente  dall’immaginario della fantascienza anni 50, ma con le riconoscibilissime dita lunghe e rugose come corteccia d’albero che ben conosciamo ed ancora le molte auto-citazioni di questo Disclosure days, una profonda nostalgia attraversa l’ultimo cinema di Spielberg che sembra aver abbandonato lo sguardo di un tempo, curioso verso il mondo, per richiudersi, in tono crepuscolare, su se stesso. A prescindere dai risultati, non proprio brillanti, ma giudicando solo i nostri tempi disincantati e cupi, come dargli torto.

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