L’arma dell’inganno

L’impresa più difficile per uno sceneggiatore di una spy-story cinematografica non è certo costruire un intrigo avvincente, calibrare i colpi di scena e i contro-colpi di scena, mantenere alta la tensione anche se l’epilogo è scontato (possiamo presupporre anche abissi insondabili di ignoranza, ma fare affidamento sul fatto che lo spettatore abbia dimenticato o non conosca l’esito della Seconda Guerra Mondiale è un po’ azzardato). Niente di tutto questo, la vera sfida, spesso impossibile, è inserire l’immancabile storia d’amore nella trama e fare in modo che non risulti inconsistente e posticcia. Compito ingrato, me ne rendo conto. C’è chi ci riesce in modo brillante, come Steven Knight in Allied di Robert Zemeckis, perché innesta il romance nel vivo dell’intreccio, facendone il motore portante, ma se le esigenze di soggetto obbligano lo sventurato sceneggiatore alle rigide pastoie di un episodio reale, come il fortunato depistaggio, ad opera dei servizi segreti inglesi, dello sbarco alleato in Sicilia nel 1943, la cosa si fa ardua. Per chi non lo ricorda, la vicenda reale è già abbastanza incredibile : l’M15 inglese farà trovare su una spiaggia spagnola il cadavere (vero) di un (finto) ufficiale inglese con documenti segretissimi di un prossimo sbarco alleato in Grecia in modo da attirare su quel fronte le panzer-divisionen tedesche e lasciare via libera alle forze anglo-americane che puntavano invece sulla Sicilia (detto per inciso, le difese italiane dell’isola erano comunque considerate, a ragione, un sine cura). La sconclusionata, pudica tresca che si annoda fra l’attempato Montagu (Collin Firth), responsabile dell’operazione e la bella Jean (Kelly Macdonald), par di capire segretaria o qualcosa del genere dell’ufficiale, con Chomondeley (Matthew Macfadyen) , frustrato collaboratore di Montagu, terzo incomodo geloso è così improbabile che al confronto la sorprendente operazione dei servizi segreti inglesi risulta assolutamente verosimile.
Eppure il film non comincia male. C’è una buona idea iniziale, che forse avrebbe meritato ulteriori sviluppi. Il progetto del depistaggio nasceva infatti da un’intuizione di un giovane e immaginifico ufficiale inglese che gli amanti del cinema conoscono benissimo: Ian Fleming. Con sullo sfondo l’epopea di 007 si apre così la possibilità di un gioco di specchi fra letteratura e vita che aveva fatto la fortuna del grande e non dimenticato successo del regista John Madden : Shakespeare in Love. Nella prima parte, quando si suggerisce la genesi di alcuni personaggi immortali come Q o M e gli agenti inglesi si ingegnano per costruire una esistenza reale al fittizio ufficiale inglese, intrecciando frammenti di vita vissuta con tasselli di finzione, il meccanismo comincia a girare, ma ritornano le esigenze di contratto e piuttosto che continuare a tessere la trama di una realtà che simula la finzione per diventare più reale, e cioè più incredibile, della quotidianità piatta, la storia vira sul senile innamoramento di Montagu e il tutto comincia a perdere d’interesse. Probabilmente sceneggiatura e regia se ne devono essere rese conto e inseriscono nel finale un coup de theatre di cui non si sentiva certo il bisogno perché ha l’unico effetto di dilatare di un’altra ventina di minuti uno sviluppo già di per sé un po’ sfilacciato.
Nei titoli di coda le sovraimpressioni di caratteri battuti a macchina ci informano sui destini dei personaggi della vicenda che ritornano tutti nell’alveo di una tranquilla normalità. Mancano però le informazioni salienti sulla carriera futura di Q e M.

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