15-18

Film corale, rapido, sincopato, condotto con un ritmo frenetico, tutto accelerazioni e brusche frenate per ripartenze brucianti che mescola momenti di caos a spazi contenuti di riflessione, 15-18 appartiene ad una lunga teoria di film francesi dedicati al funzionamento delle istituzioni pubbliche: la scuola: Être et avoir (2002), Entre les mures (2008), Les grands esprits (2017); la sanità e gli ospedali pubblici Hippocrate, (2014), La fracture (2021); La polizia e il rapporto con i minori: Polisse (2011); la giustizia L’hermine o proprio Le Procès Goldman  (2023) dello stesso Cédric Khan. Questi film sono per lo più accomunati da scelte stilistiche e tagli interpretativi di fondo: a cavallo fra la fiction e la realtà ritratta in presa diretta di un documentario,  con l’impiego di attori non professionisti, questo genere di film vuole riportare uno spaccato il più possibile autentico e immediato del funzionamento (e spesso del mal funzionamento) dell’istituzione pubblica, concentrando l’attenzione sulla fatica e lo stress degli operatori, sulle difficoltà ambientali, sulle situazioni conflittuali e le contraddizioni del sistema, ma anche sulla profondità delle relazioni umane che si stringono fra operatori e utenti (orribile parola, ma non me ne viene in mente un’altra per unificare studenti, pazienti, imputati ecc.)
L’ambiente di 15-18 è, quello degli istituti sanitarii delegati alla cura dei disturbi psichiatrici, per quanto mi possa ricordare, poco esplorato (sicuramente chiedendo all’AI verrà fuori qualcosa di più, a me viene in mente il bellissimo documentario Sur l’Adamant, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino nel ’24). Kahn, come spiega anche il titolo, si concentra su uno spazio di assistenza e cura dedicato in modo specifico agli adolescenti (15-18 indica l’arco di anni degli assistiti), collegando così alla complessità dei problemi psichici da trattare le difficoltà connesse ad un’età, in ogni caso, problematica e turbolenta. Il film combina due linee di sviluppo: la prima segue un andamento paratattico che vuole ricostruire la concitazione, il sovrapporsi di situazioni di stress, tensione, ma anche lo stringersi di relazioni, di forme di complicità ed empatia all’interno di un gruppo di giovani pazienti e fra loro e gli addetti sanitari. Lungo questa linea le scene si accavallano, i personaggi fanno fatica a distinguersi anche perché spesso, come in un film di Kechice, abbiamo scene corali, riprese in piani sequenza molto movimentati con camera a spalla, dove gli attori parlano uno sopra l’altro rendendo difficile non solo la comprensione delle dinamiche interne, ma anche cosa letteralmente dica l’uno e l’altro. Poi a poco a poco, anche grazie all’intermezzo dei briefing dei medici o le loro conversazioni con i pazienti: le singole individualità cominciano ad emergere, in connessione con le diverse patologie: disturbi alimentari, depressivi, violenze domestiche, dismorfobia, schizofrenia, turbe suicidarie. Sono interessanti questi dialoghi dove si misura la foucaultiana volontà di sapere della struttura – ammantata dalla comprensione della cura – e le difese, le reticenze, le divagazioni se non proprio l’esplosione di rabbia dei ragazzi. Peccato che la regia non segua questa traccia, ma si concentri invece sull’altra linea di sviluppo, verticale, rispetto alla giustapposizione delle scene che inizialmente non sembravano aver forme di organizzazione gerarchica rispetto ad un senso complessivo. Non è un caso che la “storia” attorno a cui si ordinerà la narrazione successiva abbia al suo centro (un centro presto decentrato – una delle cose interessanti del film) l’unico personaggio che, fin dal suo apparire in scena, nella prima sequenza, aveva incarnato un’individualità prorompente. In quella situazione vediamo Lucia (Melou Khebizi, impressionante per bravura, meritatissimo premio Mastroianni come giovane emergente) una sedicenne esplosiva, ribelle, sessualmente conturbante rientrare dopo una fuga nella struttura, acclamata dagli amici come una sorta di eroina. Riottosa ad ogni forma di controllo, autoanalisi, responsabilizzazione, una sorta di demonio erotico scatenato con alle spalle una storia di abusi e difficili rapporti con la madre, Lucia ha il piglio della leader ed è la disperazione del giovane medico che cerca inutilmente di instradarla entro i paletti di un rapporto terapeutico ordinato (come nei film di guerra appare sempre la figura del giovane entusiasta, ma privo d’esperienza, che è il primo candidato ad una palla in fronte, così spesso succede anche in questi film, con conseguenze per il malcapitato un po’ meno luttuose). L’arrivo di Enzo, giovane arrogante e refrattario ad ogni disciplina, fisique du rôle da bel tenebroso, proveniente da una comunità dove aveva pugnalato un assistente, simulando poi un tentativo di suicidio, non può che creare un conflitto con Lucia, ma anche una reciproca attrazione. I freddi calcoli di Enzo, che progetta una fuga della struttura prima di compiere 18 anni ed essere consegnato alla giustizia ordinaria, lo portano però a sedurre anche la timida ed introversa Eloise, amica e protetta di Lucia, quasi paralizzata emotivamente dai suoi fantasmi interiori, probabilmente legati ad un abuso in età preadolescenziale. Più manipolabile e remissiva della vulcanica Lucia, Eloise può essere una partner più affidabile per i disegni di Enzo.  L’aspetto narrativamente interessante è che la relazione a tre che si viene a creare, e che aveva nella tensione fra i suoi poli più forti ed individuati (Lucia ed Enzo) il suo centro, si riadatta proprio dopo la fuga, ed Eloise che diventa il fulcro dell’attenzione. La fuga, che diventa ben presto fuga collettiva, un momento di acme di eccitazione all’interno di una narrazione già vibrante, sfonda letteralmente le mura dell’istituzione che avevano compresso fino allora l’azione in uno spazio claustrofobico. I ragazzi si ritrovano spersi nella notte in un bosco, mentre Enzo e Eloise, vagheranno per tratturi montuosi, fino all’epilogo di riscatto per la giovane.
Avvincente, emozionante, a tratti commovente, ad una prima visione il film convince lo spettatore catturato dalla messa in scena trascinante, dai contrasti forti, dal flusso delle situazioni e dalla recitazione naturalistica, al limite dell’improvvisazione, dei ragazzi, tutti molto bravi, anche se rimane qualcosa di indefinito che non sembra quadrare del tutto. Ad una seconda visione, infatti, cominciano a risaltare delle fragilità. O meglio, ci si accorge che non affiorano contraddizioni, non emerge il negativo. I medici e i componenti del personale sanitario sono tutti sempre sul pezzo, coordinati dalla saggezza burbera di Étienne (lo stesso Cedric Kahn) il primario della struttura. Anche se compiono degli errori non è mai messa in forse la loro dedizione e la loro passione. Fra i ragazzi possono nascere piccoli screzi, invidie temporanee (salvo la gelosia esorbitante di Lucia per Eloisa, in cui si riconosce però una funzione narrativa), che, in ogni caso, non rompono mai una complicità ed una solidarietà di fondo, come infatti si rivela poi nelle concitate vicende nella notte della loro fuga. Neppure Enzo è fino in fondo stronzo e predatore. Ma il problema principale non è neppure questo: è come se testi quali la Storia della Follia o La nascita della clinica, che pure risalgono ai primi anni ’60, non fossero mai stati scritti. Oddio, non è che un film di fiction deve tramutarsi in un trattato di scolastica foucaultiana, ma film “di genere”, che abbiamo già citato come Entre les mures o Hippocrate, avevano mostrato come uno scenario analogo poteva essere trattato con una maggiore problematicità, lasciando, alla fine della visione, più dubbi e inquietudine.
Morale, vi sconsiglio una seconda visione.

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