Athena

Un ragazzino arabo viene massacrato dalla polizia alla periferia di Parigi e il video del pestaggio diventa virale nei social. Il fratello, un militare pluridecorato, invita la comunità alla calma, alla necessità di rimanere nei binari della legge, ad una protesta ferma e silenziosa. Sembra l’introduzione di un composto film di denuncia invece dal fondo della sala del commissariato dove si tiene la riunione, una mano lancia una molotov e fra le fiamme dell’incendio siamo catapultati in una battaglia alla Mad Max ma, se possibile, ancora più accelerata e caotica. Caroselli di moto impennate circondano furgoni della polizia impazziti poi, senza soluzioni di continuità, si precipita nella roccaforte dei ribelli, barbari furiosi a difesa di un degradato centro residenziale della banlieue che ci appare come una sorta di castello, con tanto di merli e torri, di un feroce medioevo prossimo venturo, mentre, in un corto circuito che richiama le pluricronie di un cupo fantasy, le falangi oplitiche delle formazioni antisommossa attaccano a ranghi serrati. E le concitate scene di massa si alternano a carrelli labirintici per i dedali dei corridoi dei falansteri in una confusione ebbra di violenza e rancore. Viene subito da pensare al bel film di Lady Lì, Les miserables (purtroppo circolato pochissimo in Italia), ma forse, ancora di più, nell’irrazionalità convulsa degli scontri in cui siamo immersi grazie a vertiginosi piani sequenza, al furore cieco Black Hawk Down di Ridley Scott. Poi però, al contrario di quanto accade nel film di Scott dove tutto si condensa nell’azione, comincia a delinearsi una trama che si costruisce attorno alle relazione fra i tre fratelli del ragazzino ucciso: il militare, dalla parte della legge, uno spacciatore brutale che vorrebbe solo continuare i suoi sporchi affari e il giovane capo della rivolta che reclama vendetta per il fratellino massacrato. Probabilmente Romain Gavras, quasi per sottolineare i risvolti epici della narrazione, non va tanto per il sottile nel delineare la psicologia dei personaggi, che risultano simili alle figure della tragedia greca per la loro fissità o, più prosaicamente, tagliati con l’accetta, rigidi e inflessibili, anche se poi si commuovono quando nel cellulare che suona appare scritto “maman”. Insomma, anche se il ritmo continua a non perde un colpo, il film si affloscia un po’ lo stesso, aggrovigliandosi fra il dramma familiare e un colpo di scena conclusivo che scarica le responsabilità della polizia, rendendo ancora più insensata la rivolta. Solo che nel finale si manifesta anche un eccesso di volontà di spiegare, di giustificare, quasi un timore di farsi risucchiare nella vertigine e nella visionarietà allucinata di quel parossismo nichilista che le immagini stesse del film avevano evocato.

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