Io capitano

Matteo Garrone ha dimostrato un gran coraggio nel decidere di girare ‘Io Capitano’. In primo luogo, perché, paradossalmente, rischia di dare ragione a quanti (tipo la nostra Presidente del Consiglio e il nostro Ministro delle infrastrutture e delle mobilità sostenibili) ritengono che gran parte degli immigrati affrontino la sciagura del viaggio verso l’Europa con irresponsabilità, a sentir loro, colpevole, spinti da motivazioni risibili, senza una vera urgenza. Come dire che se la sono cercata. A ben vedere è lo stesso argomento (pseudo-argomento) con cui si criminalizzano le donne stuprate perché appunto “se la sono cercata” …

Seydou e Moussa vivono in un villaggio senegalese, immersi nell’affetto delle loro famiglie allargate, in un universo accogliente di luce e colore (forse un po’ troppa luce, colore ed esotismo, a dire il vero). Devono organizzare il viaggio verso l’Europa di nascosto, soprattutto Seydou deve fuggire alle cure protettive della madre e c’è in effetti giovanile incoscienza nel suo sogno di diventare un rapper di successo in Italia, ma Garrone ha appunto il coraggio di rovesciare una prospettiva che si ritiene ovvia e scontata. Perché non dovrebbe essere possibile questo sogno? Perché ai giovani occidentali è permesso di partire zaino in spalla in giro per il globo, mentre i loro coetanei del sud del mondo devono accettare con servile rassegnazione di vivere in una quieta miseria, ringraziando anche Gesù Bambino che nei loro paesi non ci siano guerre, siccità o altre calamità che usualmente flagellano quelle latitudini? Attorno a questa felice provocazione è costruita la terribile peripezia dei due giovani e nel raccontarcela Garrone cerca con successo di sfuggire ai pericoli contrapposti – insiti nel soggetto – di un eccesso di retorica e del voyerismo della sofferenza. Duro, ma non compiaciuto, Garrone ripercorre tutte le tappe del calvario: dal terribile attraversamento del deserto, alle carceri e alle sevizie delle milizie libiche, alla semiservitù, necessario passaggio per cercare l’ultima chance della traversata, concedendosi anche rischiosi, ma riusciti intermezzi onirici che più che stemperare la violenza della narrazione, accentuano la sconfinata tristezza del disinganno del protagonista.

È forse un altro però il problema del film. La scelta di concentrare via, via, sempre di più la focalizzazione del racconto sul giovanissimo Seydou, che riscopre la tempra inflessibile del resistente, se evita il pericolo di tipicizzare il soggetto del film confondendolo con la massa indistinta e senza volto degli immigrati, scivola verso la costruzione – non so quanto voluta – della figura dell’eroe. Seydou sempre disponibile, altruista, empatico, fino alla straordinaria e catartica (per quanto poco credibile, ma non è questo il problema) scena finale, con l’urlo liberatorio del ragazzo, che aveva guidato il battello carico di disperati verso le coste italiane, coperto dal frastuono delle pale dell’elicottero della guardia costiera. Non si vuole negare, certo, che possano esistere persone del genere, anche se, purtroppo, tanta memorialistica ci ha spiegato che spesso la colpa peggiore dei carnefici sia stata quella di uccidere, prima dei corpi, l’umanità delle vittime. Solo che si corre il rischio di trasformare – ed è una spia l’utilizzo del termine in molte entusiastiche recensioni del film – la tragedia di Seydou in una Odissea, mentre non c’è nulla di avventuroso o mirabolante nel viaggio del ragazzo e di tanti altri sventurati che approdano stremati sulle nostre coste. E Seydou, più che un eroe, è una vittima, non solo dei crudeli trafficanti o degli aguzzini libici, ma anche della nostra indifferenza. Garrone, al netto di una fotografia, a volte, un po’ troppo ricercata e nitida, ha il merito di mostrarcelo, nei momenti migliori del film, in modo asciutto e urticante, anche se la forza dell’immagine finale, a sua detta, generatrice dell’intero racconto, agisce retroattivamente, indirizzando verso quell’esito tutto lo sviluppo. Ma in fondo, non si può certo imputare al regista romano di aprire, in un universo freddo e malvagio, uno spiraglio di speranza.

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