La cena

È una questione controversa. È possibile trattare temi tragici con leggerezza ironica, mescolare dolore e riso? L’humour è profanazione o un modo per rivisitare in una nuova prospettiva situazioni ingessate in forme di commemorazione ormai ritualizzata? Produce nuovo senso o semplicemente degrada e svilisce ogni cosa?
Spagna 1939. La tragedia della Guerra Civile si chiude aprendosi in una nuova tragedia: la mattanza dei vinti e la cappa di oppressione e terrore che cala sulla Spagna prostrata. Un tenente dell’esercito nazionalista percorre le vie di Madrid sballonzonato in un sidecar, tenendo a stento gli occhi aperti, sfinito da notti insonni. È un ufficiale dei servizi logistici ed ha un nuovo delicato compito da svolgere: organizzare in una città violentata dalla guerra e prostrata dalla fame e dalla miseria un opulento banchetto in onore del Generalisimo Francisco Franco. E già il roboante superlativo che esalta il caudillo cozza con le fattezze di un omino dal volto paffuto, rotondetto e meschinello, agli antipodi rispetto al modello di maschia virilità che l’ideologia trionfante vuole incarnare, mostrando come già l’ironia dissacrante dei contrari che cozzano fra loro sia iscritta nella storia. Proprio su questo gioco degli opposti incompatibili combinati però assieme, da sempre all’origine della comicità, e sulle sue possibili varianti e inversioni lavora, con brillante inventiva, Manuel Gomez Pereira, rinverdendo una tradizione di cinema caustico e grottesco spagnolo che aveva avuto in Luis Garcia Berlanga uno dei suoi più grandi interpreti. Il prestigioso hotel dove il tenente deve organizzare la cena ha smarrito l’antico lustro ed è un improvvisato ospedale da campo che deve essere sgombrato in fretta e furia, il personale di cucina disperso deve essere rimpiazzato alla svelta e non può essere scelto che fra i prigionieri repubblicani (“Tutti gli chef a Madrid sono rossi”) e per accentuare il gioco dei contrasti i cuochi di sinistra si scontrano con il corpo dei camerieri di specchiata fede falangista, mentre l’atmosfera felicemente anarchica che si viene a creare fra gli allestimenti concitati, intoppi a ripetizione, preparazioni culinarie elaborate e progetti di fuga dei cucinieri coesiste con l’orrore di esecuzioni sommarie fra i fornelli. Ma il contrasto dominante, quello attorno a cui si organizzerà la trama degli intrecci narrativi, si accende fra il tenente Medina e Il maître e grande cerimoniere del Hotel Palace, Genaro Palazon. Medina è serio, severo, di una rigidità impacciata, catafratto nella maschera del rigore militare e dell’ideologia per nascondere quelle che probabilmente ritiene essere le sue fragilità, non rendendosi conto che sono più pregi che difetti: un animo sensibile ed una gentilezza naturale; un personaggio schivo, che incarna una sua particolare, celata tristezza e a cui Mario Casas (bravissimo) offre, nell’ennesima burlesca antifrasi, il suo fisico statuario da sex symbol riconosciuto. Genaro (Alberto San Juan, da applausi a scena aperta la sua interpretazione) è invece un uomo di mondo, charmant, affabile, di altissima professionalità e pieno di risorse, raffinato e buon viveur, ma anche lui, dietro all’ironia sottile e alla simpatia sorniona, nasconde qualcosa… In questo modo, date le premesse del caso, le spassose, ma in fondo un po’ prevedibili vicende della improbabile cena e della ancora più rocambolesca fuga dei cuochi, passano in secondo piano, diventando lo sfondo per l’evoluzione assieme ironica e toccante del tenente Medina che, come ogni protagonista che si rispetti, ritrova, non senza buffe peripezie, sé stesso. Già il plot della commedia di successo da cui è tratto il film di Perreira delinea così con ingegno e garbo le coordinate dello sviluppo narrativo, Perreira vi aggiunge un profondo senso dello spazio cinematografico ed una meticolosa attenzione ai tempi. I ribaltamenti e gli intrecci delle vicende sono accompagnati e sottolineati dal movimento fluido dell’azione nello spazio circoscritto, ma denso di anfratti, passaggi, varietà di luoghi del Hotel Palace. Piani sequenza eleganti, ma non invasivi e tagli di montaggio tanto precisi quanto inavvertiti, secondo la grande tradizione del cinema classico, danno continuità e naturalità all’accavallarsi degli eventi mentre l’effetto comico delle situazioni e della effervescenza dei dialoghi è moltiplicato dal felice equilibrio fra il caricarsi del dramma e il rilassarsi della tensione nell’infrazione satirica. Il risultato, ed è l’apprezzamento migliore che mi viene in mente, ricorda il cinema di Lubitsch: nessuna esplosione eclatante di riso, nessuna concessione ad una comicità grossolana e scassona, piuttosto una piacevolezza divertita e intelligente frutto di una capacità di calibrare con gusto e misura il consueto inventario di sotterfugi, intrighi, malintesi, inganni, rovesciamenti, contrattempi ed equivoci di una slapstick comedy e, nello stesso tempo, di bilanciare, nell’iterazione fra i personaggi, la ripetizione dei tormentoni e l’eversione di esiti imprevedibili e bislacchi. Stesso discorso vale per le questioni da cui eravamo partiti. In Vogliamo Vivere Lubitsch mettendo in salvo una compagnia teatrale di ebrei polacchi dalla persecuzione nazista offriva un riscatto retrospettivo e illusorio, ma non per questo meno gioioso, a tanta crudeltà e violenza, ma soprattutto smascherava attraverso l’humour i lati grotteschi, goffi, ridicoli di un potere che si pretende (ed è) terribilmente serio e truce. Qualcosa di simile fa anche Pereira. Certo, non si tratta di sconfiggere il nazismo o i fascismi antichi o fin troppo attuali con una risata, piuttosto condividere nel sorriso, dalla protettiva distanza di una sala cinematografica, un piccolo atto di ribellione.
Dittatori di tutto il mondo, uno sberleffo vi sommergerà.

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