Chissà se Josh Safdie e Timothée Chalamet ci hanno pensato, ma c’era un altro outsider, marginale e spiantato che lavorava come commesso in un negozio di scarpe come Marty Mauser all’inizio del film. Come Marty aveva anche lui un debole per le belle signore agé, anche se più nella parte del romantico sedotto che del cinico seduttore. Le analogie però finiscono qui: Antoine Doinel in Baisers volés di Truffaut è una frana anche come commesso, mentre Marty con la sua parlantina inarrestabile e il suo fascino gaglioffo venderebbe dei sandaletti Manolo Blahnik tacco 13 anche ad una carmelitana scalza, ma soprattutto, mentre Antoine non sa bene cosa farà della sua vita – e non sa neppure se vale veramente la pena saperlo – Marty è spietatamente, ossessivamente determinato come Achab alla caccia della balena bianca. Il suo scopo, piuttosto banale, è quello del sogno americano: il successo. C’è una scena all’inizio del film, forse la più bella, che ne contiene tutto lo sviluppo. In una animazione digitale raffinatissima ci troviamo dentro una cavità rosata, attraversata da bagliori azzurrognoli all’interno di cui risalgono velocissimi girini guizzanti traslucidi, tutti incanalati verso una meta che si delinea all’orizzonte: una candida sfera bitorzoluta che sembra brillare come un pianeta indolente, voluttuosa nella semioscurità. Contro le sue pareti rugose cozzano, sobbalzano, si infrangono legioni di soldatini dalla lunga coda serpeggiante, ma uno su un milione ce la fa: il più deciso, il più insinuante, il più risoluto, il più volitivo, il più figlio di puttana, che, letteralmente, vista la situazione, fotte tutti gli altri. E quello è Marty che trionfa, feconda l’ovulo che esplode nella luce roteante e si trasforma in una pallina da pingpong che da quel momento non cesserà di schizzare via velocissima come il film di Safdie. Ok, lo sapete tutti, siamo nell’American Dream degli anni ’50, Marty è un campioncino di ping-pong che proviene dai bassi fondi del Lower East Side a New York e ambisce a diventare campione mondiale. Per questo è pronto a superare ogni prova, sacrificare qualsiasi cosa, passare sopra come un caterpillar ad ogni ostacolo, fosse questo anche la sua dignità, ma forse la metafora piuttosto abusata dalla critica del ping-pong per parlare del film di Safdie non è la più appropriata. Nel ping-pong per quanto rapidissima, la pallina ha una direzione prevedibile che passa alternativamente da una parte e dall’altra del campo. Se dobbiamo proprio pensare ad una pallina in relazione al film di Safdie e Chalamet questa è quella del flipper che nervosa e sussultante schizza impazzita da ogni parte, rimbalzando contro gli ostacoli e prendendo direzioni imprevedibili seppur sempre soggetta a due forze contrapposte: la spinta verso l’alto impressa dalla propulsione delle palette, la volontà pervicace, sfrontata, incrollabile di Marty di riuscire, e, dall’altra, cieca, ottusa, alla fine invincibile la forza di gravità che attira verso il basso: il determinismo sociale, l’inerzia dei rapporti di forza consolidati per cui, alla faccia del sogno americano, l’unica possibilità di riuscita per qualcuno che non proviene dagli ambienti giusti è quella di abbozzare, chinare il capo, adeguarsi, rispettare le gerarchie uniformarsi al conformismo e all’ipocrisia dominante. Ma l’orgoglio di Marty saprà accettarlo?
Frenetico, esuberante, pirotecnico Il film di Safdie corre a perdifiato, giusto come corre Marty per le vie di New York in una sequenza filmata con tutti i crismi proprio per diventare una scena di culto, ed è come ci trovassimo all’interno di un acceleratore di particelle dove rotea vertiginosamente un po’ di tutto: truffe, seduzioni, inganni, rodomontate, trionfi esaltanti e umiliazioni feroci, gangster cinofili e capitalisti vampiri, splendide dive annoiate a caccia di toy boy (bravissima Gwyneth Paltrow, anche se inspiegabile il fatto che non riattacchi subito il telefono in faccia al ragazzino stalker) e giovinette ebree romantiche, ma decisamente sveglie, malviventi sparati in faccia e sbruffoncelli sculacciati, mele che centrano attraversando intere avenue cestini di frutta e vasche da bagno che sfondano soffitti, imperscrutabili fuoriclasse orientali e disillusi vecchi campioni polacchi reduci dai campi di sterminio. Addirittura, Safdie in una incredibile scena, sospesa fra lo sberleffo sacrilego e l’allucinazione sacra, del tutto avulsa da tutto, è capace di metterci dentro anche l’Olocausto, tanto come Marty, che fa battute grevi su Auschwitz, in quanto ebreo non paga pegno. A tratti travolgente (ad esempio nelle riprese delle partite di ping-pong) a tratti divertentissimo nelle menzogne iperboliche di Marty, del tutto indifferente nella sua spudoratezza a qualsiasi principio di realtà, a tratti anche ripetitivo nella bulimia dell’azione, Marty Supreme è come l’eloquio del suo protagonista nella versione Chalamet: debordante, sempre urlato, eccessivo. E piuttosto paraculo. Per quanto riguarda Safdie, non Marty, in modo però sempre raffinato. C’è nel film di Safdie un rimpallo elaborato fra il meccanismo della negazione freudiana e l’ironia. Per Freud un contenuto inconscio rimosso può comunque riaffiorare a coscienza, aggirando la censura, attraverso la forma della negazione. La negazione si presenta così come una formazione di compromesso: nel momento in cui nega un certo contenuto, gli dà visibilità facendolo affiorare dall’inconscio. Ora Marty Supreme è un evidente parodia del sogno americano il cui archetipo si può trovare invece incarnato, sempre per rimanere nell’ambito del genere del film sportivo, in Rocky Balboa. Stesso contesto di povertà di partenza, stessa condizione di outsider, stessa tenacia ferrea, ma mentre Rocky è onesto, retto, sobrio, fedele, umile, coraggioso, Marty è un truffatore incallito, un mentitore seriale, smodato in tutto, fedifrago di professione, superbo come Lucifero, e animato da una temerarietà folle. Qualità, ci sembra suggerire Safdie, che sono però le uniche capaci di garantire la scalata all’agognato successo. A là guerre come à la guerre. Se Marty fallisce, infatti, non è perché non è abbastanza spregiudicato, disonesto e infame, ma proprio perché, alla fine, si affranca dall’immagine orribile che l’aveva accompagnato per tutto il film. Non combatte tanto per la vittoria, quanto, come un cavaliere antico, per riscattare il suo onore infangato e sul prezzo vince anche, in modo da poter tornare povero, ma felice dalla sua bella ad accogliere in lacrime il suo bambino appena nato. E qui subentra il meccanismo della negazione, Safdie, soprattutto nel grottesco pianto finale di Marty, colora tutta quest’ultima parte di un’ironia bonaria, come a dire. “Ok. Dopo tutto questo peregrinare per i bassifondi della nequizia vi ho portati al più banale dei “lieto fine”, ma è tutto un gioco, è una antifrasi, dovete leggere il contrario di quello che vedete”. Ma intanto quello che vediamo è il coronamento del sogno americano nella sua forma più pura: non tanto l’approdo alla ricchezza e al successo, ma l’uomo comune che, grazie alla sua risolutezza e alla sua fierezza intrepida, prevale sulle macchinazioni del potere, l’eroe che ha mondato le sue macchie e ha riscoperto i buoni sentimenti in seno alla famiglia. L’inconscio rimosso della provocazione corrosiva made A24 è l’happy end della commedia romantica hollywoodiana. Un risultato ecumenico fatto apposta per compiacere a 360° il pubblico: dal critico occhiuto, allo smaliziato cultore del cinema indie dei Safdie che ci ritroverà tutte le analogie con i cult come Diamanti Grezzi, alla ragazzina (o il ragazzino) dall’approccio candidamente ingenuo, perdutamente innamorati di Chalamet. A sì, perché si poteva sbrigare velocemente la cosa dicendo che Marty Supreme non è altro che un poderoso e sfrenato monumento al culto laico di Chalamet, una fastosa offerta sacrificale al Moloch degli Oscar. E sicuramente Timothée Chalamet merita l’oscar. Di Caprio s’era fatto sbranare da un orso per arrivarci con Revenant, Chalamet va oltre, si fa sculacciare con una racchetta da ping-pong. Non glielo si può negare.
Io personalmente, invece, ho ancora una leggera preferenza per l’irrisolutezza inconcludente di Antoine Doinel.
