All’origine di tutto un innocente inganno.
Charlie (Robert Pattinson) è in un caffè affollato, vede una ragazza bellissima (Zendaya) che sta leggendo un libro. Colpo di fulmine. Lui non sa come avvicinarla e escogita allora uno stratagemma. Cerca rapidamente in internet informazioni sull’autrice e sul testo che sembra avvincere la giovane e attacca bottone, millantando un amore sviscerato per quel romanzo. Diciamo che probabilmente se avesse avuto il fisico di Woody Allen in Provaci ancora Sam a poco sarebbe servito l’arguto sotterfugio (Sparisci sgorbio!), invece ha il fascino straniante, fra l’imbranato e il misterioso, il rude e l’indifeso di Robert Pattinson e complice anche un piccolo fraintendimento inizia delicata una storia d’amore. E nei primi venti minuti Kristoffer Borgli non ci risparmia nessuno dei cliché della commedia romantica e sdolcinata: la prima cena, il primo bacio, rapidissime inquadrature di sesso (guai che ci scappi una tetta) e più rilassati quadretti di convivenza felice e poi i preparativi per il matrimonio: la stesura dei discorsi, gli incontri dei futuri sposi con gli amici, i loro piccoli dubbi e le grandi speranze. Quando si arriva alle prove del ballo di nozze (perché c’è anche questo e, a ben vedere, la sequenza non ha un ruolo banale nello sviluppo successivo) già qualche spettatore sta pensando alle procedure per il rimborso del biglietto, ma il “danno” (così si chiamava il libro che leggeva Emma, la futura sposa di Charlie) è in agguato. Una cena con i testimoni degli sposi finisce con uno stupido giochino: qual è la cosa peggiore che si è fatta nella vita? Charlie e i due amici scelgono situazioni sicuramente spiacevoli, ma assieme anche divertenti, comportamenti riprovevoli, ma non tali da attirare il biasimo universale, quanto piuttosto da rendere ciascuno di loro, grazie all’ostentazione di una sincerità schietta ed di un pizzico di canaglieria, più simpatico. Emma invece, già a disagio durante le relazioni degli amici, candidamente sincera o forse solo ubriaca, rivela qualcosa di terribile e scioccante su cui si può anche, in questa sede, sorvolare. Solo che, mentre i peccatucci dei suoi amici sono stati realmente perpetrati, “la cosa peggiore” di Emma è stata solo progettata, vagheggiata, immaginata nella solitudine di una adolescenza introversa e infelice. Ma la reazione dei presenti è comunque inorridita. E un pesante stigma cala su Emma.
The Drama è così, in prima battuta, un film sul rapporto fra apparire e essere. Qual è la vera identità delle persone che sono al nostro fianco? Possiamo essere sicuri di conoscere chi ci sta vicino? Fosse anche la persona con cui stiamo decidendo di condividere la vita? Solo che, mano a mano che la narrazione si sviluppa e il peso della rivelazione grava sulla relazione fra i due giovani, rendendo sempre più ipocrita e fasulla la messa in scena della preparazione del matrimonio, il film di Borgli prende una piega imprevista. Svelato un inquietante buco nero nel passato di Emma, ci si sarebbe aspettato che la sceneggiatura imboccasse la via del thrilling psicologico, dilatando quella crepa che si è insinuata nella fiducia di Charlie nei confronti della sua compagna e pilotando quindi il cambio di registro della narrazione, dalla atmosfera zuccherosa della prima parte, verso un angosciante scenario da incubo incombente dove si moltiplicano spie e tracce di una perturbante duplicità della figura di Emma. Nessun indizio in sé probante, ma una trama di dubbi capace di generare sospetto e incertezza e spaccare il pubblico fra innocentisti e colpevolisti. Ma c’è appena una accenno svogliato a questo sviluppo, poi la regia prende un’altra strada. Emma davanti alle insistenti, sempre più ansiose e pressanti richieste di spiegazione del suo compagno, si apre arrendevole, consapevole vittima sacrificale, ricordando con sofferenza tutta la complicata vicenda della sua adolescenza: l’idea folle che si era impadronita della sua mente come un’assurda possibilità di un fantasmatico riscatto dalle sue frustrazioni, la causalità delle sue scelte e come fosse poi bastata una, con il senno di poi, piccola variazione del suo ambiente per fare svaporare ogni nefasto progetto, relegato nel mondo nebuloso e inconsistente degli incubi notturni fino alla sera della rivelazione. Una confessione afflitta, a cuore aperto, di una franchezza disarmante, con l’unica difesa degli splendidi occhi da cerbiatta di Zendaya che muoverebbero alle lacrime anche il bracconiere che uccise la mamma di Bambi, ma che non sembra convincere per nulla Charlie. Si apre così una frattura fra quanto lo spettatore percepisce – la sincerità di Emma – e la reazione paranoica di Charlie. L’uomo smarrito, sempre più prigioniero di una sua personale mania che il montaggio evidenzia fondendo assieme il presente, con i ricordi di Emma e le ossessioni di Charlie, si vede ormai legato per la vita non con la donna appassionata e ferita che ha di fronte, ma con la ragazzina involuta, goffa e tendenzialmente omicida che infesta le sue fantasie morbose (inquietante e assieme naif Jordyn Curel, bravissima nella parte della giovane Emma) . Sì comincia qui a comprendere come il discorso di Borgli sia un po’ più complesso di una semplice presa in giro bonaria dei topos più frusti di un cinema sentimentale e svenevole, ma anche dell’indagine sulle identità molteplici che ci abitano e sugli imprevisti crocevia e i casi fortuiti che nel nostro passato hanno delineato sviluppi totalmente diversi da quelli che avrebbero potuto verificarsi in altri mondi virtuali. Questi elementi sono sicuramente presenti, ma passano ad un certo punto in secondo piano. Più che la psiche di Emma ciò che interessa a Borgli è lo sguardo degli altri su di lei, la irrevocabilità di un giudizio senza appello che non ha a che fare con la persona reale, in carne ed ossa che abbiamo davanti a noi, ma con il suo fantasma, partorito dai nostri pregiudizi, dalle nostre insicurezze e paure inconfessate. C’è un gioco di richiami sottile, molto cinephile, che offre una chiave di lettura al lavoro di Borgli. Il romanzo che Emma sta leggendo quando incontra Charlie, e che in realtà è una invenzione della sceneggiatura, si intitola, come abbiamo visto, Damage (Il danno) che è però anche il titolo di un film di Louis Malle, regista francese esplicitamente citato in The Drama quando Charlie ricorda, in una scena importante, una sua vecchia pellicola, Lacombe Lucien: emblematicamente una storia su come il caso possa essere all’origine di evoluzioni assolutamente divergenti nella nostra vita. E quindi “il danno” che inquieta il nostro passato – come nel film di Malle – è una ferita insanabile e infetta che non può che propagare la cancrena o è invece una prova dolorosa che abbiamo superato per crescere e diventare diversi da ciò che eravamo una volta? Le fantasie paranoiche di Charlie presuppongono l’idea che il passato incida comunque la carne viva del presente in modo irreversibile, che il passato di una persona (o perché no? per estensione potremmo pensare di una cultura e qui il discorso diverrebbe molto più ampio e politicamente interessante), macchi in maniera irrimediabile l’identità di un soggetto. Che non ci sia quindi riscatto possibile. Deliberazione consapevole e libera scelta risultano soffocati da un determinismo psichico (e culturale) irreversibile. Tanto più che Emma non ha compiuto l’atto incriminato, l’ha solo immaginato. Siamo colpevoli anche dei nostri desideri?
Poi, confessiamolo, non tutto funziona benissimo, o meglio, Borgli si ricorda di lavorare per una produzione, sia pure A24, che ha mobilitato due attori fra i più glamour (e bravi, niente da dire) del momento e quindi la decostruzione della commedia romantica e dei suoi cliché non deve essere troppo provocatoria e soprattutto deve spuntare, per risultare accattivante o quanto meno non troppo urticante, alcune caselle facilmente identificabili dallo spettatore che deve essere rassicurato: dal gioco degli equivoci, alla radicalizzazione dell’imbarazzo, alla simulazione enfatica della tragedia che anticipa l’happy end. Che puntualmente arriva, ma qui, pur nel rigoroso rispetto degli stereotipi, Borgli, con un tocco che può ricordare un Lanthimos urbanizzato, ma non per questo meno caustico, suggerisce un esito meno convenzionale di quanto possa apparire (e ritorniamo sulla distanza fra apparire ed essere). Un finale che illumina retrospettivamente, per chi lo vuole capire, anche lo sviluppo delle vicende precedenti. Come il dramma è una situazione reale, ma anche un opera di finzione catartica, così la possibilità di un nuovo inizio implica per i nostri protagonisti un autoinganno consapevole. La trasparenza assoluta nelle relazioni interpersonali è un valore che probabilmente necessita di un’opera di ironica demitizzazione. Come sosteneva il vecchio Georg Simmel, anche nelle relazioni più profonde dobbiamo difendere un diritto al segreto, che è in primo luogo un rispetto dell’altro, ed esercitare una salutare terapia dell’oblio. La sincerità, senza se né ma, come mi è capitato di dire altre volte, è una qualità in amore sinceramente sopravvalutata.
