Marx parlava della merce come di una contraddizione reale. Nella merce sarebbero contemporaneamente presenti due aspetti dialetticamente contrapposti. Ciò che appare in primo piano è il corpo della merce, cioè il suo valore d’uso, la motivazione soggettiva per cui ciascuno di noi acquista quella merce specifica. Qualcuno potrebbe essere disposto a spendere 50€ per un libro di quartine di Khayyàm ma si guarderebbe bene da investire 20 centesimi sul film Barbie, e viceversa. Ma se la merce si riducesse a questo, le merci sarebbero fra di loro eterogenee, separate da differenze qualitative incommensurabili (quanti biglietti di Barbie dovremmo offrire all’amante della poesia persiana per il suo libro prezioso?). Viceversa all’interno del mercato le merci si scambiano fra di loro e si convertono senza problemi le une nelle altre e questo perché, nascosto dietro il valore d’uso, appare l’anima della merce, la sua vera natura, il valore di scambio che, al contrario del valore d’uso, è oggettivo – valido e riconosciuto da tutti i componenti del mercato – e si misura in termini puramente quantitativi e omogenei (una Barbie the Movie Margot nuova di zecca (51,50€) vale quanto il libro di Khayyàm più un caffè). Un unico oggetto tiene al suo interno due componenti fra loro in aperta contraddizione, ma inseparabili. Potenza della dialettica.
Questo conflitto interiore sembra permeare lo stesso film di Greta Gerwig. Sotto le parvenze di una favola femminista (il corpo della merce) si intravede la pesante incombenza delle divisioni corazzate del merchandise (l’anima della merce) indirizzate verso la complicata, ma vittoriosa impresa di rebranding, rigenerando un prodotto ormai decotto verso nuovi rosei orizzonti di mercato.
Certo, dobbiamo però tenere conto del fatto che Marx è un uomo dell’800, brava persona, per carità, ma, a giudicare dai ritratti, un tantino serioso – nemmeno se Barbie stramba partecipasse alla progettazione delle nuove tipologie di Ken si può immaginare il lancio di un bambolotto Kemarx. Greta Gerwig è invece una giovane donna intelligente e allegra ed accetta la sfida del film consapevole dell’ambiguità dell’operazione, riconoscendone con autoironia i limiti fin dalla prima formidabile sequenza. Delle bambine preistoriche in abiti vittoriani giocano a fare le mamme con bambolotti ottocenteschi in uno scenario desolato fino a quando, annunciata dalle note roboanti di Also Sprach Zarathustra, scende dal cielo, al posto del monolite kubrikiano, una Barbie gigante, la scintilla di una nuova evoluzione che permetterà alle bimbe di liberarsi dalla condanna di pensarsi solo come fattrici accudenti la prole, ma di immaginarsi finalmente come donne. O meglio come lo stereotipo della pin-up sognata dal maschio americano anni ’50.
Ho però il sospetto che questa storia del femminismo, della lotta fra i sessi, del confronto fra un matriarcato benevolo e spensierato ed un patriarcato greve, ottuso e volgare sia solo un diversivo per parlare d’altro, di qualcosa che – a giudicare dalla filmografia di Gerwig – sta più a cuore alla regista. Ma procediamo con ordine.
C’è un mondo felice e roseo popolato di Barbie che ricoprono – proprio come esige la strategia di marketing del prodotto “Barbie può essere ciò che vuole”– tutti i ruoli e funzioni, da presidente, a scienziato, a manovale a componente della corte suprema (e chissà che in questo modo possano essere bloccate controriforme liberticide sull’aborto). Poi ci sono i Ken, appendici senza appendice, come sono stati definiti, iloti sfaccendati, sempliciotti e sottomessi. I primi 20 minuti del film sono una fantasmagoria pop travolgente dove però l’appagata allegria del mondo confetto nasconde inquietanti tratti distopici fino a che Barbie stereotipo (l’idea platonica di Barbie, cioè l’iperuranica Margot Robbie) non è attraversata da pensieri perturbanti di morte ed altri ancora più devastanti segnali – piedi piatti e non più inarcuati per il tacco 12 obbligatorio a Barbieland e, horribile visu, accenni di cellulite (e qui i responsabili della videografica digitale fanno i salti mortali, che Jurassic Park al confronto è un negozio di pelouche, per far apparire grumi di cellulite sul corpo siderale di Margot). Morale, Barbie/Margot accompagnata da un superfluo, ma divertentissimo Ken/Gosling, scende nel mondo reale seguendo un percorso a fumetti che sembra tracciato da Wes Anderson per rimettere in ordine la situazione a caccia della bimba che ha inoculato nella sua bambola questi effetti perversi; ma se per Barbie è un incubo – un mondo al contrario, dove i maschi non solo dominano la società ma le toccano anche il culo, la sua bimba di riferimento l’accusa di essere una fascista che ha sabotato il movimento femminista e il consiglio d’amministrazione della Mattel la insegue per cercare di rinscatolarla – per Ken è un viaggio iniziatico e una apocalisse rivelatrice. Novello schiavo platonico liberato dalle catene della caverna e dagli inganni delle ombre, Ken è folgorato dalla luce del mondo reale e comprende che la sua missione – come quella del saggio platonico – è quella di ritornare nella caverna rosa e liberare i Ken beoti dal giogo della servitù dischiudendoli alla felicità del frighetto portatile e del rutto libero. E qui, mentre Ryan Gosling, addobbato da guerriero di Capitol Hill (giusto perché il messaggio giunga chiaro e forte), ruba la scena a Margot come nuovo leader di Kenkingdom e centro di una serie di gag divertenti, il film un po’ si impantana in un guazzabuglio da cui Gerwig ne viene fuori a fatica e non senza perdite, visto che – in controtendenza con i supposti principi femministi – le Barbie prevalgono e riconquistano le posizioni dominanti facendo leva su una consumata civetteria, non proprio un buon viatico per un processo di emancipazione dagli stereotipi. Senza contare che tutto accade nell’universo irreale e fittizio di Barbieland e la liberazione delle donne è confinata nel mondo dei giocattoli. Ma forse, fatta la tara sui pipponi femministi intorno ai doppi vincoli castranti a cui sono sottoposte le donne, pronunciati con vigore, occhi in macchina, dalla brava e di una bellezza, per fortuna, ordinaria e terrena, America Ferrera nella parte di Gloria, la mamma della bambina saccente che ha dato della fascista a Barbie, possiamo lasciare impregiudicata la supposta anima didascalica di un film che rivela invece la sua magia nella natura di straordinario oggetto pop, sgargiante e anarchico, che per fortuna spesso si perde per strada nella fascinazione di dettagli disancorati e buffi come quando Barbie Stramba (una bravissima Kate McKinnon) offre a Margot, scimmiottando il Matrix della tana del bianconiglio, la scelta fra scarpine di cenerentola e Birkenstock: fiabesca illusione o cruda realtà. Anche perché è forse proprio lì che Gerwig vuole arrivare. Un po’ come accade in Lady Bird, un po’ come accade in Piccole donne o nell’indimenticabile Frances Ha, quello che forse più interessa a Gerwig è la dolorosa uscita dall’infanzia, non necessariamente anagrafica, un mondo confortevole e ovattato di tranquillizzanti sicurezze per affrontare la perigliosa navigazione nell’adolescenza, verso l’età adulta e la consapevolezza e l’accettazione di sé, delle proprie reali possibilità e dei propri limiti (l’eterno percorso della coscienza hegeliana e di Elisabeth Bennet). Quando l’io è assalito da dubbi e incertezze circa la propria identità, quando si sente isolato e incompreso dagli altri che non comprende, quando non si riconosce più nel suo stesso corpo che avverte come estraneo, goffo, inadatto al mondo quanto lo è il suo spirito (e qui, come suggerisce la voce off di Ellen Mirren, lo spettatore è chiamato ad uno straordinario sforzo di sospensione dell’incredulità per bersi questa storia che Margot Robbie si senta brutta).
Il problema è però che, con buona pace di Gerwig, a noi c’ha rovinato Ulisse. Che se ne stava beato ad Ogigia con Calipso, a quanto si dice, a scopare come ricci. No, che invece l’eroe è preda di questa struggente nostalgia del suo mondo, per gli affanni e i crucci di una realtà petrosa e scabra come la sua Itaca che ai suoi occhi – e ai nostri, di conseguenza, afflitti da più di 3000 anni di desiderio mimetico – appare come l’unica meta agognata, perché un mondo effimero e imperfetto, caduco e noioso, ma vero, deve essere per forza sempre preferibile ad una felicità illusoria (nei confronti della quale mi sentirei invece di spezzare una lancia). E questo fascino è così potente che a distanza di trenta secoli anche Calipso/Barbie/Margot decide oggi di lasciare Ogigia per provare l’ebrezza di una visita ginecologica. Solo che, e qui siamo all’ultima capriola, tutto questo accade in un film, il regno dell’illusione e delle chimere magiche di una realtà felicemente altra. Perché, se ci pensiamo bene, noi andiamo al cinema proprio questo: per tornare, almeno per un paio d’ore, ad Ogigia dove tutto è reale e a volte più reale e più vero è più profondo della nostra vita. Ma dove tutto assieme non è altro che “ apparenza e fuoco fatuo e danza di spiriti e nulla più “
Ancora una volta: potenza della dialettica.
E del cinema.

Sempre occhio al f.