I racconti e i film sui supereroi rispettano alcuni cliché risaputi. In primo luogo un grande potere implica una grande sofferenza (il pianeta natale distrutto per Superman, la famiglia trucidata per Batman, i genitori uccisi e poi lo zio assassinato per Spiderman), il supereroe poi, nonostante il suo successo, rimane un emarginato, incompreso, confinato in una identità segreta da disadattato. Anche il protagonista del film di Besson risponde a queste caratteristiche. Del resto, sarebbe stato molto meglio per lui che la sua famiglia fosse stata sterminata, visto che il padre e il fratellino lo avevano rinchiuso in un canile – vita da cani, mai locuzione risulta più appropriata – e la sua liberazione coincide anche con la tragedia che lo renderà paraplegico per la vita. Poi i racconti di super-eroi si ingegnano per trovare poteri sempre più estremi e strampalati al servizio del bene: partendo da Superman che praticamente può tutto, abbiamo l’uomo ultraveloce, quello che ha i poteri di un ragno, quello che grazie ad un anello magico materializza ogni sua immaginazione, quello che vola fra gli spazi galattici con una tavola di surf e chi più ne ha più ne metta. Il nostro, più modestamente, telecomanda una banda di cani, che ama teneramente, ma che di fatto utilizza come meri strumenti per furti con destrezza e per massacrare bande criminali. Sul prezzo – questo ultra-potere è più bizzarro, ma non so che utilità può portare alla causa dell’umanità – canta come Edith Piaf e Marlen Dietrich. Dati i presupposti l’andamento è prevedibile come un tragitto del metro e suscita il suo stesso interesse. Umiliazione, riscatto, trasfigurazione, morte e redenzione, con tanto di terribile inquadratura cristologica finale. Se si è un collezionista di film sui supereroi e non si vuole perderne uno e si amano i cani (si amano molto i cani): vedibile. Altrimenti consigliabile astenersi.
