Viaggio in Giappone

C’è una certa resistenza di Sidonie ad intraprendere il viaggio per il Giappone, dove avrebbe dovuto incontrare il suo editore locale per promuovere la riedizione di un suo vecchio libro. Apprensione di fronte ad un lungo viaggio, paura di uscire da una propria zona di confort o ancora rassegnato adagiarsi nella propria depressione? Poi, all’arrivo, la frusta gag degli equivoci sugli inchini e i misunderstanding culturali con il suo editore – che pur aveva frequentato l’università a Parigi e quindi qualche francese si suppone l’abbia pur conosciuta – non lasciano ben sperare.

Storia di un viaggio che per Sidonie è un confronto con se stessa, con gli spettri del suo passato e la paralisi di un lutto che non l’abbandona, il film di Girard cerca di fare con diligenza i suoi compiti. Ci sono i pannelli di paraventi con cicogne in volo, i lunghi campi fissi con la Huppert che guarda nel vuoto, impercettibili movimenti di macchina che danno volutamente l’impressione di ancora una maggiore staticità e financo le inquadrature centrali di Sidonie e del suo editore nei sedili posteriori dell’auto, con i fondali finti che scorrono come in un film anni ’50 e che dovrebbero fare tanto Ozu. La trovata è il materializzarsi reale del fantasma del marito morto di Sidonie (siamo o non siamo in Giappone, terra dove la linea di confine fra il visibile e l’invisibile si confonde? ) che comprensivo e comprensibilmente triste si ingegna per spingere, letteralmente, Sidonie fra le braccia del suo editore. Malauguratamente, tutto appare troppo artefatto, ammantato da una ricercatezza didascalica come i sogni di Sidonie che ricalcano pedissequamente la grafica delle locandine, sempre, dei film di Ozu – con siparietti da TV dei ragazzi, come quando il fantasma invisibile allunga ad un bimbo felice un testo illustrato in una libreria dove Sidonie stava presentando il suo romanzo. Se poi a qualche spettatore, non particolarmente rapido nei collegamenti, fosse rimasto qualche dubbio sul fatto che si sta parlando dell’elaborazione di un lutto, l’ologramma del fantasma del povero marito di Sidonie comincia lentamente a divenire più evanescente, mano a mano che sboccia l’amore fra la donna e il suo editore e lo schermo, perché il messaggio passi chiaro e forte, è invaso da un profluvio di ciliegi in fiore. Inoltre, visto che la prudenza non è mai troppa e fidarsi della perspicacia dello spettatore medio è bene, ma non fidarsi è meglio, qualcuno, in mezzo la storia, dice anche che bisogna imparare a lasciar morire i morti. E si potrebbe finirla qui, ma, sventuratamente, il film dura ancora una decina di minuti, sbracando definitivamente anche dal punto di vista dell’immagine– lasciamo la suspence su cosa sia riuscita ad inventarsi Elise Girard per sugellare il coronamento della storia d’amore di Sidonie. Certo è che, con il senno di poi, Sidonie/Huppert avrebbe fatto molto meglio a dare ascolto ai suoi presentimenti e non partire per il Giappone.

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