«…through infancy’s unconscious spell, boyhood’s thoughtless faith, adolescence doubt (the common doom), then scepticism, then disbelief, resting at last in manhood’s pondering repose of “If…”» (attraverso l’incantesimo inconsapevole dell’infanzia, la fede spensierata della fanciullezza, I dubbi dell’adolescenza (comune destino funesto), poi lo scetticismo, l’incredulità, per fermarci infine nella pace pensosa del “Se..” dell’età adulta).
Chissà se a Felix Van Groeningen e Charlotte Vandermeersch quando avevano scritto la sceneggiatura di questo film, mettendo in mano a Bruno, uno dei due protagonisti, una copia sgualcita e consunta di Moby Dick, era venuto in mente questo passo? In fin dei conti di questo ci parla questo film, di un incanto perduto e di una maturità faticosamente raggiunta al prezzo del rimpianto. Di una amicizia che nasce fra due ragazzini alle soglie dell’adolescenza nella magia di una montagna incontaminata. Pietro viene dalla città, con una madre silenziosa e un padre burbero e assente, che sfoga le tensioni accumulate in una Torino torva e frenetica arrampicandosi per i monti della Val d’Aosta; Bruno è un montanaro, che bada alle vacche e aiuta gli zii nel duro lavoro all’alpeggio, ma che riesce a scoprire la spensieratezza della sua età imparando a giocare con il suo nuovo amico fra pascoli e laghetti alpini. Poi la vita li allontana, schiudendo il tempo dei dubbi e del disincanto: più severa con Bruno, costretto giovanissimo a rinunciare agli studi ed imparare il lavoro di muratore, mentre invece Pietro affronta i travagli oziosi della sua condizione borghese: l’incomprensione e lo scontro con il padre, l’abbandono della famiglia, l’irrisolutezza di una vita che si sente sprecata, che conosce solo quello che non vuole essere, ma si ferma davanti a scelte che non sa compiere. Questo film è molte cose assieme. Un romanzo di formazione che intreccia due esistenze, la storia di un’amicizia che resiste allo scorrere degli anni e alle disillusioni della vita, la difficile, a volte fallimentare esperienza dell’essere padre e assieme quella di essere figlio ed ancora una riflessione sul nostro essere al mondo, sull’enigma e sulla chimera che si cela dietro l’idea di un rapporto autentico con l’esistenza. E anche un film su come il silenzio e la discrezione o forse ancora di più la paura di manifestare i propri sentimenti possano scavare abissi fra le persone, ma come anche in quello stesso ‘non detto’ si possa radicare la forza di un legame indissolubile. Forse anche troppo per un film solo, da qui il senso di sospensione e forse anche di pesantezza che può suscitare la visione. In ogni caso, Van Groeningen e Vandermeersch, si prendono il loro tempo. Come chi cammina in montagna, sanno che non bisogna affrettarsi, si deve mantenere il proprio passo e i sentieri più erti hanno bisogno di attenzione e prudenza. Il respiro deve sapersi adattare allo sforzo, assecondandolo. E il respiro di questo film (qualcuno sicuramente se ne potrà lamentare) è ampio e lento, come i suoi tempi dilatati che sembrano uniformarsi agli scenari austeri delle montagne che per la maggior parte delle sequenze serrano l’orizzonte. Non c’è nessuna concessione al pittoresco o al romantico nella fotografia di Ruben Impens. La montagna non mostra il suo lato sublime e neppure lo splendore in technicolor delle albe e dei tramonti rosa delle Dolomiti. È una montagna aspra, spoglia, petrosa. Spesso immersa fra le nubi, compressa dal grigio di un cielo basso, semplicemente triste, senza malinconia. Una montagna restia a mostrare il suo splendore, che pure traluce a tratti come i raggi di sole che spuntano dietro le cime scabre; più spesso aliena nell’immensità dei deserti bianchi dei suoi ghiacciai o nel grigiore brullo e fangoso delle prime nevi. Se c’è un momento di magia che rievoca l’infanzia è quando i due ragazzi (formidabili in una gara di bravura Luca Marinelli-Pietro e Alessandro Bruni-Bruno) ormai giovani adulti, esaudendo un desiderio del padre di Pietro, confidato prima di morire a Bruno, lavoreranno per dare vita alla baita alpina sognata dall’uomo. Come dai ruderi corrosi della vecchia malga si leverà la nuova casa, così l’amicizia dei due, rinascerà dalle rovine del loro passato, utilizzando però quelle stesse pietre, quegli stessi sentimenti profondi su cui s’era un tempo fondata. Ma come le estati della fanciullezza erano state una parentesi, lo sarà anche quest’ultima estate di lavoro, silenzi, ritrovate complicità, pudiche confidenze. Orgogliosamente fiero del suo essere montanaro, Bruno vuole rimanere ancorato alla sua terra e alle sue cime ed assieme ad una nuova compagna rimette in funzione il vecchio alpeggio degli zii per l’allevamento e la produzione del formaggio, mentre Pietro, ancora indeciso e dubbioso alla ricerca di sé, segue il richiamo di montagne lontane in Nepal, per trovare l’ispirazione per il suo vagheggiato lavoro di scrittore. Da quei mondi lontani viene anche il mito che spiega il titolo del film. La terra ha al centro un monte sacro, contornato da otto montagne che lo coronano da lontano. Chi ritrova la vera saggezza? Colui che si trattiene nell’intimità serena del centro o chi si disperde nel errare fra le montagne lontane? La scelta di Bruno è chiara, ed è ribadita dallo scherno con cui irride gli amici di Pietro che sono venuti a trovarli nella baita in alta montagna e si sdilinquiscono in lodi caramellose sulla natura. Bruno replica che la natura è un termine “astratto” buono per i cittadini, che in montagna si conoscono sentieri, alberi, pascoli e dirupi, cose concrete e solide, un mondo non certo idilliaco, ma spesso duro e ostile, che bisogna saper fronteggiare e rispettare. Ma “natura”, in fondo, come montagna e albero, è una parola. E il nostro rapporto con le cose è sempre necessariamente mediato dalle parole che usiamo (Bruno lo dice ad un certo momento con tristezza: “poche parole, pochi pensieri”) e dai discorsi che intratteniamo (o non intratteniamo) con gli altri. Il nostro mondo non può che essere un mondo che condividiamo con gli altri, esponendoci al rischio di incomprensioni, fraintendimenti e inganni. E quindi può esistere anche un’altra astrazione, più pericolosa, di quella in cui incorrono gli amici di Pietro. Quella di poter pensare di costruire un rapporto autentico, puro con se stessi e il proprio mondo, in una sorta di autarchia incontaminata, libera dei condizionamenti di una società che si disprezza. E la ricerca di questa purezza, di questa centratura autoreferenziale può divenire, come forse capirà Bruno, un ossessione autodistruttiva.
Siamo da sempre in esilio. Lontani dal centro, costretti a vagare per le montagne e incontrare gente, come noi, straniera. Ma questa è forse la nostra salvezza.
