Un uomo solo, chino su un tavolo illuminato dalla fioca luce di una lampada, ripreso di schiena, scrive nella notte il suo diario. Bastano pochi fotogrammi e non occorrono titoli di testa o altre informazioni. Sappiamo già di essere entrati nel mondo cupo di Paul Schrader che, come è stato detto, con i suoi film costituisce un genere a parte. Questo nuovo personaggio – che poi in fondo è l’ennesima metamorfosi del Cavaliere della valle solitaria, di un uomo apparentemente senza passato perché è proprio dal passato che fugge – è Narvel Roth (Moel Edgerton), se Oscar Isacc nel recente The Counter Card aveva l’ossessione del gioco d’azzardo qui la fissazione si è spostata sulla botanica: Narvel è un giardiniere austero, con tratti vagamente autistici, che interpreta la vita sulla base della similitudine con le piante ed invita i suoi apprendisti ad immergere la faccia nella terra per assumerne gli odori e le essenze. Cura il giardino di Mme Haverhill, un’algida Sigourney Weaver, perfettamente a suo agio nella parte di padrona altera e sprezzante, che quanto ad affabilità sembra la pronipote di Leonardo di Caprio di Django. L’ambientazione è in fatti collocata in un generico sud degli Stati Uniti, la villa bianca di Mme Haverrhill sembra quella dei vicini di Tara (magari lo è sul serio) e i rapporti che la donna intrattiene con i suoi sottoposti (cioè secondo lei, pare di capire, con il resto del mondo) sono intrisi di sufficiente paternalismo. Mme Haverrhill ha con il suo giardiniere rapporti giornalieri che oscillano fra le discussioni in materia di ars topiaria e sulle sfumature di colore delle phalenopsis e commerci carnali, secondo il collaudato schema servo e padrona. Diciamo subito che, fatta la tara sull’eccesso di metafore botaniche, la prima parte, quella in cui si delinea lo sfondo della vicenda e si tratteggiano i luoghi ricorrenti della poetica di Schrader è la migliore (o forse la meno peggio). Poi deve però succedere qualcosa ed allora giunge Maya (Quintessa Swindell) una ragazzina mezzo sangue, nipote della padrona, con un passato di dipendenze e di vita sballata, che Mme Haverrhill accoglie nella tenuta con magnanima e pelosa condiscendenza, affidandola alle cure del suo giardiniere come apprendista. Narvel trova così qualcuno da salvare per salvare se stesso e la narrazione entra come da canone nella parte risolutiva. Certo Schrader si è piuttosto ammorbidito (qualcuno, a giudicare da certe sequenze sinceramente imbarazzanti, come l’esplosione dei fiorellini notturni al bordo di una strada percorsa dall’auto del giardiniere e della ragazzina, potrebbe dire rammollito). Il tutto scorre in tono minore, quasi dimesso, spiace dirlo, come se si dovesse espletare una pratica un po’ noiosa e anche la violenza che, come sempre si trattiene sottotraccia per buona parte della narrazione, quando esplode è poco più che un petardo. I cultori del regista americano (e il vostro umile recensore fra questi) potranno provare a consolarsi frugando fra le sequenze alla ricerca di qualche lampo della vecchia asprezza, ma anche della sua trattenuta ironia (e se si cerca bene, ma proprio bene, qualcosa c’è), ma magari anche ricaricando il dvd di Taxi driver.
