Data la perseveranza del genere umano nelle pratiche di sterminio reciproco deve essere molto difficile riuscire a trovare dei luoghi, ora ameni, che non siano stati, in un passato lontano, oppure recente, sede di massacri feroci. Le verdi colline sopra Sarajevo, da dove i Serbi dell’autoproclamata Republika Srpska Bosne i Hercegovine martoriavano il centro abitato con i loro mortai, possono essere raggiunte oggi da rapide cabinovie per scampagnate fuori porta; da qui inizia il documentario di Miran Zupanič con le riprese di giovani donne in shorts che si fotografano con lo sfondo della città alle spalle. Avrebbe dovuto avere più o meno la loro età, la figlia di due genitori, ancora prostrati da un dolore pacato, ma infinito, che vengono intervistati nel corso del documentario. Avrebbe dovuto avere la loro età, solo che venne assassinata, durante l’assedio di Sarajevo dal proiettile di un cecchino. Sua madre era assieme ad altre persone, in un’area che sembrava abbastanza tranquilla. Il cecchino non prese di mira gli adulti, ma puntò scientemente alla bimba di un anno. La testimonianza della mamma e del papà di quella piccola è forse la più toccante fra quelle che si susseguono nel corso del documentario. E come le altre ruota attorno alla stessa domanda senza risposta. Perché?
L’inchiesta di Zupanič indaga attorno a quella che sembrava all’inizio solo una leggenda macabra, ma che poi sempre un maggior numero di indizi e prove e alla fine testimonianze dirette hanno svelato come una aberrante verità. Durante la guerra di Bosnia dei “normali” cittadini di diversi stati, non coinvolti nel conflitto, dagli USA, all’Italia, dal Canada alla Russia hanno pagato ingenti somme di denaro per potersi godere il lusso di inquadrare nel mirino dei loro fucili di precisione degli ignari abitanti di Sarajevo, tirare il grilletto, vedere nei loro canocchiali il sangue schizzare dalle ferite e i corpi stramazzare a terra. Senza motivo, senza odio. Pura adrenalina. Il documentario di Zupanič si chiama Sarajevo Safari, un titolo evocativo, ma che forse non coglie il centro della questione. I cecchini “civili” non uccidevano gli abitanti di Sarajevo perché li consideravano al pari di bestie. Altrimenti non avrebbero sborsato cifre esorbitanti. Gli uccidevano proprio perché erano uomini, donne, ragazzi. Bambini. Il prezzario dell’orrore prevedeva costi più elevati per l’uccisione di un bambino, ma viene da pensare che per i facoltosi clienti ne valesse la pena. Ed ancora risuona la domanda: perché? Il tedio di esistenze che hanno già tutto e vogliono qualche emozione ulteriore? La sfida ai limiti e oltre i limiti dell’umano? Il percepirsi come superuomini che dispongono degli altri come oggetti del proprio godimento? Od una pura e semplice crudeltà gratuita. Tutte spiegazioni che si intrecciano e accavallano, tutte che hanno probabilmente una base di realtà, ma tutte tragicamente insufficienti. Il documentario di Zupanič è molto parlato. Forse un po’ troppo. Oltre ai genitori, si succedono le interviste ad un testimone chiave, un agente sotto copertura che aveva avuto esperienza diretta di questi «safari», un ragazzo, centrato dalla pallottola di un cecchino che l’ha ridotto in sedia a rotelle, ed un ex militare dei servizi di intelligence bosniaci che, attraverso le testimonianze di prigionieri serbi, aveva ricostruito a posteriori l’efferata vicenda. Immagini di repertorio dell’assedio intervallano le testimonianze. Corpi di ragazzi freddati dalle armi dei cecchini, trasportati in fretta e furia come sacchi di patate fuori dal raggio dei tiratori scelti, bambini che giocano in mezzo alle macerie, donne in fila per riempire le taniche d’acqua. Tutti potenziali obiettivi dei fucili di precisione. E poi, simbolo dell’impotenza colpevole del mondo, autoblindo delle forze di interposizione delle Nazioni Unite che sfrecciano senza costrutto per le strade della città martirizzata. Dicevamo che nell’opera di Zupanič c’è una predominanza della parola. Macchina fissa sui protagonisti che raccontano la loro esperienza o offrono elementi per ricostruire la vicenda. Questo secondo aspetto delle testimonianze raccolte, valutato secondo il metro dell’efficacia espressiva, risulta un po’ troppo ridondante. Un maggior lavoro di sintesi avrebbe contribuito a mantenere alta la tensione emotiva che alcune scene shock all’inizio del filmato avevano creato. Ma può anche essere una scelta intenzionale. Lo si può intuire nella testimonianza del ragazzo paralizzato che fonde la ricostruzione asciutta del momento del suo ferimento con una serie di speculazioni profonde sul senso, o meglio, il non senso dell’esistenza, sulla sua assurdità e la sua bellezza. Si fatica un po’ a seguirlo anche e soprattutto quando arriva anche lui a porsi la domanda del perché, quando emerge, proprio in virtù della sovrabbondanza di giustificazioni e dettagli, l’incapacità o, sarebbe meglio dire, l’impossibilità di comprendere. Un profluvio di parole, l’altro volto del silenzio attonito dei genitori della bambina uccisa. E proprio nel momento in cui si è presi da un disagio in cui si cela la vergogna di appartenere allo stesso genere umano di chi è stato capace di queste atrocità, arriva, inaspettato, il finale. Una classe di bambini di Sarajevo che canta una malinconica canzone patriotica. I volti seri, presi nel ruolo. Solo che, ad un certo punto, una ragazzina, pur continuando a cantare si scambia un cenno d’intesa con un’amica, entrambe guardano l’orologio. Un gesto semplice, banale. Finirà primo o poi quest’ora di lezione, con questi qui che ci filmano e potremo andarcene? La vita che continua ugualmente, nonostante umiliazioni, dolore, assurdità. È incomprensibile, ma è così.
