Allora, vuol dire che non sono proprio serviti a nulla l’Atto di Supremazia del 1534, voluto da Enrico VIII per liberarsi dell’asfissiante Caterina d’Aragona, e quello successivo di Elisabetta I nel 1559 e la distruzione dell’Invincibile Armada che voleva vendicare l’affronto del ripudio e a seguire la testa volata via di Carlo I e la Gloriosa Rivoluzione del 1688, se negli anni ’30 del XX secolo un divorzio è visto ancora nella buona società inglese al pari di un atto manifesto di pedofilia. L’ultimo (?) capitolo di Downton Abbey inizia con un terribile dramma che per la sua bizzarria non avrebbe stonato in uno sketch dei Monty Python. La famiglia Crawley è riunita per un ballo nella residenza londinese di Lady Peterfield quando giunge, con l’effetto devastante di una V2 sul palazzo, la comunicazione che è diventato esecutivo il divorzio di Mary Crawley da quel bellimbusto di Henry Talbot. La padrona di casa reagisce alla notizia con lo stesso fair play che avrebbe potuto sfoggiare se un ospite avesse defecato in salotto, anche perché è previsto l’arrivo di qualche altezza reale, evidentemente dimentica dell’illustre avo Tudor. I Crawley vengono seduta stante cacciati, con la stessa ignominia di Adamo ed Eva dal Paradiso terrestre, e anzi, visto che la loro uscita di scena coincide con l’ingresso delle teste coronate, son confinati, neanche Fracchia e Fantozzi al passaggio della contessa Serbelloni-Mazzanti-Viendalmare, in un oscuro sottoscala, per altro sempre molto raffinato come tutta la magione di Lady Petersfield. Tornati indignati a Downton Abbey i problemi non sono certo finiti per i Crawley. Sempre nell’ottica di “anche i ricchi piangono” ci sono questioni finanziarie da affrontare per la gestione della residenza e i capitali americani di Cora, su cui contavano i nobili inglesi per i lavoretti di manutenzione, sono evaporati per la gestione sprovveduta di Harold, il fratello di Cora, che è arrivato in Inghilterra scortato da Gus Sambrook, un equivoco e fascinoso consulente finanziario. Nonostante l’affarista venga presentato dalla sceneggiatura e dalla messa in scena come se avesse appeso al collo un cartello con su scritto “sono un truffatore”, Gus cattura i favori della bella Mary che visibilmente brilla (attenuanti generiche) si concede una notte d’amore con il gagliardo americano, di cui forse potrebbe anche pentirsi. E poi c’è la spinosa faccenda del sofferto passaggio di mano della gestione di Downtow Abbey dal patriarca Robert a Mary. E ci si mettono anche il maggiordomo e la cuoca che vanno in pensione. Beati i personaggi dei film di Ken Loach che non hanno di questi grattacapi.
Ok, riconosco che è facile fare ironia sul mondo patinato e posh di Downton Abbey e me ne scuso con i cultori, ma per fortuna la sceneggiatura di Julian Fellowes è la prima a prendersi bonariamente gioco dei suoi protagonisti con la scrittura ariosa in punta di penna dei dialoghi sempre brillanti – l’esprit de l’escalier è sconosciuto nel circùito della nobiltà, ma anche della servitù, di Downton Abbey dove pure lo stalliere è più arguto di Oscar Wilde. Basterebbe sentire le lamentele di Tom, alle prese con l’acquisto di un nuovo appartamento a Londra, presumibilmente delle dimensioni della navata centrale di una cattedrale gotica, che non si capacita di come si possa vivere “in una millefoglie foderati da estranei”, per capire come un soffio leggero di autoironia spiri, comunque, fra gli interni opulenti e gli splendidi giardini della più famosa residenza inglese. Con moderazione, ovviamente, perché nel pacchetto completo bisogna anche prendere il caramelloso rapporto fra padroni e servitù, dove si fa a gara per delicata cortesia e spassionata nobiltà d’animo: non proprio scene di lotta di classe a Downton Abbey, per intenderci.
La regia, non troppo fiduciosa sulla capacità di concentrazione dello spettatore, mantiene l’allure di una serie televisiva, spezzettando la narrazione in quadretti alternati – tutti non troppo lunghi, tutti non troppo complessi – fra i piani alti della nobiltà e il rez-de chuassée delle cucine dove alberga la servitù, ma sfrutta appieno le potenzialità del mezzo cinematografico in sontuose riprese dei magnifici interni che la scenografia cura con raffinatezza maniacale e in panoramiche spettacolari della campagna inglese, aperta a perdita d’occhio attorno al palazzo dei Crawley, abbondando in controluce caldi che, come nelle ultime immagini, evocano lunghi e struggenti tramonti. E forse, al di là dei piccoli intrighi e dei maneggi del lestofante, delle contenute ambasce per il buon nome di Maria da riconquistare in società, del chiacchiericcio sofisticato tra i piani alti e bassi della casa, è proprio l’atmosfera crepuscolare, che avvolge tenue le vicende dei Crawel, la nota più riuscita del film. Quello stato d’animo agrodolce che annuncia la conclusione di un’epoca, segnato dalla inevitabile tristezza della fine, ma accompagnato dalla gratitudine per le gioie passate e assieme dalla nostalgia anche per i momenti più difficili, perché sono comunque prove superate, che, in ogni caso, risplendono sempre ammantate dall’aura di un tempo che non ritorna. Una malinconia non tetra, ma lieve, non gravata dal sentimento sconsolato di una perdita irreparabile perché la fine è un nuovo inizio, un tranquillo passaggio di testimone nel segno di una tradizione che si rinsalda, nel più squisito stile british. Proprio per questo riteniamo improbabile che la si finisca qui, senza un ulteriore seguito, con Robert e Cora che camminano nella luce languida dell’imbrunire verso un imprecisato fuori campo. Perché il fascino di Downton Abbey non sta tanto nella squisita eleganza dei suoi protagonisti, nella raffinatezza dei suoi ambienti lussuosi, nelle facezie misurate della servitù o nei garbugli e nelle macchinazioni che servono a mandare avanti la trama, quanto nella magia di un bel tempo andato, orgoglioso del proprio passato e fiducioso nei confronti dell’avvenire, proprio il contrario di noi che abbiamo rinnegato il nostro passato e siamo terrorizzati dal futuro. Un tempo sereno, come potrebbe essere la nostra infanzia di cui magari abbiamo un ricordo fasullo, come improbabile è il mondo pacificato e rassicurante di Downton Abbey, ma poco importa, perché comunque, come svela icastico uno dei protagonisti del film: “Il passato – aggiungeremo noi, seppur inventato- è sempre un luogo più confortevole del presente”