Vacanze a ritmo forzato di una famiglia catalana lungo il Danubio. Bici e tenda, fra fortunali, salite impervie, scorciatoie improbabili in mezzo ai boschi e spiegoni mortali del padre appassionato di architettura che ammorba figli e moglie sulle scelte funzionalistiche dell’architettura tedesca. Lunghe carrellate a seguire le bici che sfrecciano fra la vegetazione, gare e rivalità fra i due figli più grandi mentre quello più piccolo scoreggia in tenda e la madre prova la parte di una pièce teatrale che deve recitare. E poi bagni rinfrescanti nel grande fiume misterioso, abitato, come in un film di Petzold, da strane presenze. Frammenti di vita qualsiasi, filmati senza nessuna enfasi, giusto per trasmettere il sentimento di una ordinarietà serena e un po’ annoiata. E poi ci sono i turbamenti del giovane Didac a cui non piacciono i ragazzi, come racconta al padre, ma un ragazzo particolare, Gerard, che ha baciato ad una festa, ma mentre lui crede di essere innamorato, Gerard probabilmente pensa solo a rimorchiare.
Molto delicato ( fin troppo) e volutamente sfilacciato, il film funziona (abbastanza) fino alla sua scena più bella. In una scuola razionalista (stranamente aperta d’estate e deserta) al suono di una partita di Bach, nella confusione fra musica diegetica e extradiegetica, fra fantasmi del desiderio e incarnazioni reali, una danza di sguardi e seduzione fra Didac e un giovane misterioso. Poi una corsa per il labirinto razionalista che assomiglia in prosaico al Daitoku-ji di Kyoto, inseguiti dal fratello minore che non capisce o capisce fin troppo bene. Fine. Perché dopo, cercando di afferrare l’essenza inquieta dell’adolescenza, è il film a perdersi nel labirinto delle sue intenzioni, indugiando in simbolismi scontati e inquadrature efebiche preraffaellite. Il viaggio iniziatico di Didac nel grande fiume vorrebbe essere lirico e allusivo, mentre purtroppo risulta ridondante e rischia di far smarrire fra sospiri e silenzi quel (poco o abbastanza, deciderete voi) di buono che si era visto prima. Ci si mette anche la sceneggiatura che in cerca della sintesi poetica fa dire, come ultimo congedo, allo sfuggente compagno di Didac “Lasciati trasportare dalle correnti…”. Che è un po’ come dire “ va dove ti porta il cuore”. Eh, va beh…
