France

Tutto non è come appare.
France de Meurs è un’algida conduttrice televisiva, una star indiscussa del piccolo schermo che può permettersi di chiacchierare come una scolaretta indisciplinata durante le conferenze di Macron, scambiandosi gesti osceni con la sua assistente, mentre il povero presidente si arrabatta per cercare di rispondere alle sue sferzanti domande. Quando non conduce dibattiti fra politici, che, mentre in studio si scannano, nei corridoi della sede televisiva si comportano con la stessa giovialità Ralph Wolf e Sam Dogsheppard a fine turno nel cartone di Merrie Melodies, France si tuffa nelle guerre a bassa intensità in giro per il mondo, addomesticando con piglio coloniale guerriglieri e profughi perché sappiano suscitare durante i servizi, opportunamente montati, la giusta indignazione e la commossa partecipazione degli spettatori beoti.
Ma tutto è anche come appare perché Dumont ci porta immediatamente dentro i meccanismi di mistificazione dell’artificio mediatico facendoci partecipare ai cinici duetti fra France e la sua assistente (una bravissima Blanche Gardin che spesso ruba la scena alla Seydoux), interessate solo alle reazioni dei social e alla pioggia dei like che gli scoppi delle bombe e la disperazione dei diseredati suscitano. Ci pone in prima fila davanti ai teatrini organizzati dalla bella France, rossetto carminio impeccabile anche fra il crepitare delle mitragliatrici, che, quasi in un sofisticato selfie in cui lei occupa sempre la posizione centrale, mette in bella posa come comparse i miserabili delle catastrofi umanitarie, carne da cannone per le telecamere dei talk serali. Fin qui, insomma, niente di nuovo, visto che già Balzac nell’Illusions perdues aveva svelato i sordidi arcani della macchina dell’informazione ancora a partire dai tempi di Carlo X. Solo che il diavolo sta nei dettagli: nello splendente pallore lunare del volto della Seydoux davanti alle telecamere, lisciato come cera dal fard, nei toni cupi del suo appartamento, quasi la dimora del conte Vlad, con preminenza oppressiva di neri e rosso cardinale, nella vacuità del marito e del figlio, l’uno l’archetipo del “bobo” indolente parigino, l’altro dello stronzetto disadattato, nelle grottesche conversazioni alle feste dell’alta società a cui la giornalista partecipa. La rutilante apparenza della debordiana società dello spettacolo, il narcisismo autoreferenziale dei suoi protagonisti non vengono tanto smascherati come inautentici, ma, più profondamente, se ne svela la natura spettrale.
Poi, dopo la prima mezz’ora efficace, come in ogni storia che si rispetti, France oltrepassa la soglia che destabilizza la sua compiaciuta normalità. Un banale incidente: investe un rider nel traffico parigino. Basta questo per scardinare la sua arroganza e le sue certezze. Già qui la sceneggiatura mostra i primi scricchioli, possibile che il cinismo nichilista della sacerdotessa dei media, abituata a farsi beffe delle sofferenze del mondo, fosse così fragile e ingenuo? Ma non saremo certo noi a negare un’anima alla bella Seydoux, che comincia così ad intraprendere un travagliato percorso verso la consapevolezza, un percorso circolare che la riporta, dopo tanta sofferenza e morte e lacrime (troppe lacrime forse), al punto di partenza, prigioniera di un presente vuoto senza futuro (facciamo conto di dimenticarci degli ultimi 5 minuti della storia).
La stampa francese ha osannato il film, parlando di capolavoro. Il vostro umile recensore (che ha mandato il bimbo di 6 anni che è in lui a prendere un gelato – cfr. No time to die – ) volerebbe decisamente più in basso. Dumont è a tratti incisivo, come quando mantiene la telecamera fissa sul volto della giornalista senza staccare al termine di un talk o dopo la chiusura di una puntata della sua trasmissione, quasi fossero i fotogrammi rubati di un blob, sorprendendo, attraverso le impercettibili mutazioni nel volto di Léa, l’irrompere della finzione. Altre volte invece, soprattutto quando la sceneggiatura segna il passo, si affida ad abusati primi piani dell’attrice, che è molto brava, mostruosamente brava a giudicare da come deforma il suo volto nei momenti di rabbia (a noi piace invece senza trucco e malinconica, ma immagino che l’informazione non sia per voi cruciale) e riesce a preservare sempre, anche nei momenti più spudorati, un velo di ambiguità, ma forse non è il biglietto da visita migliore per un regista affidarsi al salvagente di un “Seydoux, pensaci tu”. Anche perché poi Dumont si innamora della sua stessa estetica, come dei virtuosismi della attrice, soprattutto delle sue lacrime, ed evita di tagliare una mezz’oretta di film decisamente superflua. Almodovar riesce magicamente a costruire una storia sui primi piani del volto di un’attrice, Dumont arranca a distanza.

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