La gazza ladra

Vedere un nuovo film di Guédguian è come ritrovare, tornati da un lungo viaggio, una vecchia compagnia di amici, per l’occasione rimescolati in nuovi ruoli, un po’ diversi, ma in fondo analoghi a quelli che ben conosciamo perché è sempre la stessa umanità coraggiosa, leale, sfortunata, ma resiliente che ci accoglie per le strade di Marsiglia, microcosmo che vale per il macrocosmo di un Occidente bulimico e volgare. C’è l’attor giovane, borghese, stronzo e belloccio (Grégoire Leprince-Ringuet) a cui si contrappone il proletario candido e ruspante (Robinson Stévenin), la bella signora tradita dal marito che cova risentimento (Lola Naymark),  l’anziano triste e nostalgico (Jacques Boudet), l’intellettuale malinconico (il grandissimo Jean Pierre Darroussin), e il popolano verace più ruvido e aspro, (Gérard Meylan) e tutti che ruotano attorno alla meravigliosa Ariane Ascade, il cuore vitale del cinema di Guédiguian, musa e compagna del regista francese. Questa volta Ariane è Maria, la badante premurosa di una banda di anziani mal in arnese, su è giù per le stradine che si inerpicano per il quartiere dell’Estaque, in una Marsiglia popolare, miracolosamente preservata dalla gentrificazione. Maria è limpida e sinceramente affezionata ai suoi protetti, che le sono cari come persone di famiglia, per cui non vede nulla di male ad arrotondare il suo magro stipendio rubacchiando qua è là qualche banconota ai suoi vecchietti, facendo la cresta sui resti della spesa e falsificando assegni. Tutto per nobili fini, per carità. C’è da provvedere ai debiti di gioco di Bruno (Gérard Meylan), il marito disoccupato, frustrato e depresso, al mutuo per la villetta con piscina che in un momento di follia i due si sono concessi e soprattutto c’è da garantire l’educazione musicale del nipote, adorabile ragazzino e pianista promettente. E poi quale moralismo puritano e piccoloborghese, quale etica della parsimonia e del sacrificio imposta dai ricchi ai poveri può colpevolizzare un’onesta proletaria se vuole cenare ad ostriche, ascoltando la sonata n.2 di Chopin? Parafrasando un vecchio canto operaio: non vogliamo solo il pane, ma anche le rose (in questo caso le ostriche). C’è un paradosso al fondo dell’agire di Maria, badare agli anziani è il suo lavoro, che la donna fa però con grande trasporto e dedizione, ben al di là dei suoi compiti, avvolgendo di sincero amore i suoi anziani, donando il suo conforto senza farlo pesare, in modo tenero e giocoso. E con lo stesso candore sottrae un surplus non impiegato dai suoi vecchietti per utilizzarlo comunque a fin di bene. Avrebbe potuto chiedere un aiuto e forse l’avrebbe anche ottenuto, ma questo avrebbe implicato l’innestarsi di un circuito mercantile di dare ed avere o, se proprio si vuole, di dono e contro dono, svilendo la splendida gratuità dell’agire di Maria.

Non so se vi ho convinti, intanto che ci pensate, riflettete però sul fatto che Maria ascolti, della sonata n.2 di Chopin, il terzo movimento, la marcia funebre, segno che non tutto potrà scorrere liscio. Complici le conseguenze di un furto maldestro nel locale di strumenti musicali dove Maria aveva affittato un pianoforte per il nipote, con la malleveria di un assegno taroccato, e il rancore della nuora di un anziano assistito dalla donna, abbandonata dal marito, i furtarelli della badante vengono a galla, rischiando di precipitare tutta la sua famiglia nella tragedia. È anche questo un tema ricorrente nel cinema di Guédiguian: le incertezze della sorte che fanno piombare il quieto tran-tran degli umili nel baratro, scardinando l’equilibrio precario che “la povera gente” aveva a fatica costruito, cercando di ritagliare, nel mondo gretto e predatorio dell’imperio del mercato e del consumo, spazi di umanità resistente. Questa volta c’è però qualcosa di nuovo, ma anche qualcosa che non funziona. A fianco alla solidarietà e alla gratitudine, valori che possono riscattare la malvagità del mondo come appare con retorica toccata dalla grazia nel risolutivo aiuto che Robert (Jean Pierre Darroussin) uno degli anziani truffati, darà a Maria, Guédiguian questa volta inserisce anche l’amour fou, la passione trascinante e cieca. In fondo, anche questa può essere ascritta in carico “alle rose”. Jennifer, la figlia di Maria, (la bellissima Marilou Aussilloux, new entry nella compagnia di giro di Guédiguian ) cerca di pietire compassione da Laurent (Grégoire Leprince-Ringuet), figlio di Robert, che ha minacciato di denunciare la badante. Va a trovarlo nel suo luogo di lavoro, bella come un mattino di primavera, con la sua minigonna jeans e un esile filo di pancina scoperto fra la gonna e la maglietta, umiliata e in pianto, dopo un alterco che li aveva contrapposti. Lui la consola in silenzio, asciugandole le lacrime e, in silenzio, in modo del tutto inaspettato e scandaloso, la bacia e ne è contraccambiato con voluttà. È una scena difficilissima, girata con grande abilità e soffusa tenerezza, con tutta una serie di cambiamenti d’asse, di impercettibili slittamenti di inquadratura della camera, ma che trattiene in sé anche una profonda ambiguità perché tutta giocata fra il colpo di fulmine stordente, il plagio e la greve fantasia “machista”. Guédiguian si prende questo rischio, immette questa deflagrazione che non trova nessuna giustificazione nell’impianto narrativo precedente, ma se lo sviluppo del racconto cerca, pur con qualche forzatura, di riassorbire questa infrazione, decisamente più sbrigativo e schematico è il modo con cui Kevin (Robinson Stevenin), il legittimo marito di Jennifer, si toglie di scena per garantire un esito pacificato e senza traumi. Tutto alla fine si ricompone nel placido villaggio di Estaque, tutto torna al tranquillo girotondo di partenza su è giù per le stradine ripide del quartiere. Solo che è un po’ troppo rassicurante pensare che basti la fraterna amicizia, il complice sostegno reciproco fra gli esclusi dalla grande kermesse del denaro e del potere per garantire buon vivere e serenità. Non per volere il dramma ad ogni costo, ma Il dissidio fra i desideri contrastanti, per cui la felicità dell’uno porta necessariamente allo sconforto dell’altro, l’umana delusione per la fiducia tradita, il senso di fallimento per la sconfitta della vita e il vuoto della solitudine delle interminabili ore ad attendere l’angelo protettore sono stati d’animo molto umani e tutti potenzialmente nascosti fra le pieghe del racconto, sentimenti che  sceneggiatura e regia, però, prudentemente rimuovono per non alterare l’armonia del quadro finale d’assieme, per una volta, nei caldi riverberi del sole mediterraneo, un po’ troppo ingenuo e consolatorio per brillare nella luce dell’utopia di un mondo migliore.

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