Il Capodanno è una sventura. Ci sono due obblighi sociali che ci opprimono in modo uguale e contrario ogni Capodanno: divertirsi e tirare le somme della propria vita, o quanto meno dell’anno passato. Oscar è stato invitato da una sua ex in un locale, ma è stata una pessima idea; Ana lavora come barista ed è assediata dalle amiche che vogliono festeggiare il suo compleanno (doppia sventura, compiere gli anni il 31 dicembre), ma con l’occasione le spiegano anche, con dovizia di particolari, i successi professionali di una di loro, rimarcando indirettamente che di “tutte le caselle da timbrare” Ana, ne ha segnate davvero poche. Poi un incontro accidentale al tavolo di un altro locale: “Un Gin tonic per il ragazzo triste”. Quanti sono gli incroci con altre vite che si perdono, quante altre esistenze sono rimaste confinate negli infiniti mondi possibili? E invece, complice l’imperativo a far mattino, Ana e Oscar si trascinano da un locale ad una festa flirtando leggeri, ma anche un po’ indolenti, posticipando il momento, senza fretta, con curiosità, ma senza l’ansia di un desiderio bruciante. Un rituale risaputo, avrebbe detto qualcuno, e prevedibilmente finiscono a letto. O meglio scomodamente aggrovigliati su un divano: un sesso un po’ goffo, ripreso in tempo reale, irruento e trattenuto, come capita quando deve ancora sbocciare una complicità dei corpi, ma in fondo il modo più semplice per potersi finalmente rilassare chiacchierando tranquillamente, senza più l’urgenza di sedurre. E così aprirsi all’altro o anche giocare ad essere diversi da quello che si è, tanto si è solo qui in questo tempo senza tempo dopo l’amore, con una persona che forse non si rivedrà più, o con cui magari si passerà la vita. Ma tanto questo si potrà dire solo alla fine.
Già nel primo episodio di Los Años Nuevos, la serie scritta diretta e curata da Rodrigo Sorgoyen, Sara Cano e Paula Fabra, ci si può lasciare affascinare o irritare, a seconda dei gusti, dal mood che avvolgerà anche le altre nove puntate. Indifferenza al ritmo innanzitutto, o meglio un senso del ritmo tutto proprio, che si disinteressa delle scansioni canoniche della narrazione, i vari cancelletti da varcare, le soglie obbligatorie, il climax e gli anticlimax. Gli autori preferiscono che il raccontare si adagi sulle cose e sulle situazioni, ne segua il flusso con tutto il carico di casualità, tempi morti, indecisioni, contrattempi e piccole occasioni il più delle volte mancate che costellano le nostre esistenze, ciascuna unica nella propria particolare irrilevanza. E in mezzo, questa cosa misteriosamente semplice e in fondo banale che è l’amore, il suo nascere, dischiudersi, complicarsi, le sue intermittenze e la sua persistenza ottusa, che non accetta l’evidenza della fine. Senza voler spiegare nulla, semplicemente mostrando quello che si svolge. Il gioco dei capodanni serve a questo e nella sua artificiosità, analoga a quella dell’allegria forzata di una festa di fine anno, permette di aprire spiragli da cui spiare un tempo che si consuma e consuma. Ana e Oscar si ritrovano, si amano, vivono assieme, si lasciano, si rincontrano, diventano amici, diventano amanti. Tutto quello che è importante succede nel mezzo, fra una fine dell’anno e l’altra: passione e astio, altri amori, figli, nuove esperienze professionali e di vita di cui noi percepiamo solo il precipitato occasionale in situazioni fortuite dove per lo più non accade nulla. Un vuoto giorno di festa a comprare degli sci usati, una cena di Capodanno in famiglia o un’altra volta, il semplice spazio degli aperitivi, una mega festa in una discoteca alla moda a Berlino, giri in bicicletta per Lione per consegne di catering, un viaggio in auto da Madrid a Valencia con uno sconosciuto, dopo una terribile giornata a lavorare in un ospedale congestionato dai ricoverati per il covid. Qualcosa che può ricordare, a seconda delle situazioni, la leggerezza di Mouret, la lieve malinconia di Linklater o il gioco combinatorio e l’ambigua serenità delle atmosfere rohmeriane, con dialoghi però meno brillanti, a volte più ordinariamente vacui, perché, insomma, non sempre, come nei film, ti viene la battuta giusta al momento opportuno: quanto spesso si parla per coprire un silenzio o ancora per rivestire di parole fortuite un sentimento che già ci lega ad un’altra persona? Solo che può capitare, come anche nella vita, che, inavvertito e imprevedibile, un “non so che” che è un “quasi niente” incida una incrinatura a volte appena avvertita a volte lacerante: una risposta poco meditata (o forse fin troppo voluta) ad uno stupido gioco di società, un rimbecco in famiglia, una battuta di troppo schizzati in discoteca, ed allora tutto cambia, tutto si mette in movimento e si accende. Conflitti sopiti emergono, possono esplodere o balenare per un attimo, per essere, si intuisce, solo dilazionati. La fatica di comprendere, la paura della propria fragilità, lo scontro fra l’inquietudine di Ana e l’insicurezza di Oscar che si ripresenta come una costante irrisolvibile, l’origine di ogni tensione, ma anche, probabilmente, la reazione alchemica che tiene assieme l’uomo e la donna, come se si trattasse della combinazione di due corpi che si congiungono l’uno sull’altro, l’uno concavo l’altro convesso. Anche quando i due amanti si sono lasciati, anche quando vivono vite separate, la sceneggiatura si prende il rischio di intrusioni oniriche. Oscar afflitto dal dolore della separazione, abbruttito dalla fatica dei turni in ospedale sotto la pressione del covid si rifugia nel calore illusorio di Ana, Ana a Lione, un nuovo compagno, un nuovo lavoro, una nuova vita, quando ha bisogno di un aiuto, di un consiglio in un momento importante della sua vita, si ritrova a parlare con Oscar passeggiando come spesso avevano passeggiato in modo inconcludente. C’è molto pudore nel modo di filmare di Sorogoyen, un pudore che non rifugge la crudezza in molte scene, ma che non prova neppure vergogna di manifestare una tenerezza partecipe verso i due protagonisti e verso il mondo scombinato di amici e parenti che li contorna. Un modo di girare fluido, avvolgente: che privilegia l’uso del grandangolo non per deformare gli ambienti ma per dilatarli, sottolineando la vicinanza delle persone nello spazio o la solitudine delle figure singole, e un impiego raffinato e intelligente dei piani sequenza con una esplicita funzione espressiva, quasi ad imprigionare i protagonisti nella sequenza così come lo sono nella loro desolazione, come accade nella situazione tragica che chiude l’episodio di Berlino: Ana e Oscar intrappolati in un taxi diretto all’aeroporto che si fanno a pezzi davanti all’occhio impietoso della camera fissa, vomitandosi contro tutta la rabbia di un amore che vuole sentirsi tradito, come abbracciato ad un rancore che è ormai l’ultimo rifugio di una solitudine che si annuncia disperata, una resa dei conti spietata, quando ciascuno sa di colpire, come lo sa chi veramente ama, dove fa più male. Od ancora nell’ultimo, bellissimo episodio. Ana e Oscar amanti, nella più squallida delle situazioni, in una camera d’albergo anonima, lei che deve andare a prendere all’aeroporto il suo compagno e padre del loro figlio. La mdp è lì con loro, partecipa muovendosi nervosa al loro verboso, inetto, inutile dialogo che ripete ancora una volta la stessa impasse, la stessa incapacità a stare assieme, ma anche a lasciarsi, un parlare che sembra essere solo la posticipazione dell’abbandono, ma che è ormai così prostrato, prosciugato ed assieme teneramente affettuoso che ha dimenticato le recriminazioni. Solo sentimenti allo stato puro, senza più infingimenti: paura e speranza che galleggiano nell’indecisione e nello sconforto del momento. E come Ana e Oscar non possono più stare assieme, ma non riescono neppure a lasciarsi, così la camera non si stacca da loro, indugia sui loro indugi, accarezza la loro commozione, esclude ed include dal campo mobile i volti e i corpi di Ana e Oscar sottolineando le sincopi dei loro discorsi, i singhiozzi dei loro silenzi. Sono passati 10 capodanni, non più giovani, sospesi in quell’età di mezzo in cui le decisioni fondamentali per la propria vita dovrebbero già essere alle spalle, Ana e Oscar avvertono il peso di un passato che rischia di paralizzarli e l’incertezza di un futuro ansioso, la fatalità di una scelta da cui sembra dipendere tutto, ma che forse, più che sofferenza inutile, null’altro porterà perché tutto è ormai giocato, tutto è giocato da sempre ed è inutile provare a fuggire da se stessi come aveva dimostrato, in un episodio precedente, la coazione a ripetere del miglior amico di Oscar verso la dissoluzione. Oscar alla fine rimane solo, ma riascoltando al cellulare vecchie registrazioni risente la sua voce e la voce di Ana che parlano del rischio ed assieme della necessità di esporsi all’altro, come sempre su due posizioni opposte. Ma forse non importa neppure quello che ciascuno dice in quell’audio. È la loro voce assieme.
Ebbene sì, non c’è nessuna assicurazione, come una scatola di ananas i nostri amori sono a scadenza. La sola differenza è che non c’è nessuna etichetta con una data stampigliata. Potrebbe essere domani, potrebbe essere fra qualche anno, potrebbe essere fino al determinarsi di un’altra scadenza inderogabile. Il piano sequenza continua in strada, Oscar cerca disperato Ana e sconsolato la ritrova all’ingresso dell’hotel dove era andata a cercarlo. E qui lo scarto, ancora un “non so che” che è “un quasi niente”, il ritorno al controcampo, ciascuno all’interno della sua inquadratura sorride all’altro, come era stato all’inizio di tutto, quando la ragazza disinibita aveva offerto un Gin tonic al ragazzo triste. Ciascuno si incammina verso l’altro, uscendo dall’inquadratura. Non sappiamo se si incontreranno. Non c’è garanzia, ma forse vale la pena provare.